SIVORI Omar: genio e follia dell’angelo ribelle

E POI ARRIVÒ SIVORI…

Sivori è nato a San Nicolas, un paesotto a 200 km da Buenos Aires, il 2 ottobre 1935. Era stato ingaggiato, su segnalazione di Renato Cesarini, dal River Plate nel 1952, che lo aveva prelevato nella squadra del Teatro Municipal. Arrivava da noi decantato componente del trio degli «Angeli dalla faccia sporca», lui, Maschio e Angelillo avevano fatto faville nella «selecion» biancoceleste vincendo il campionato sudamericano.
Doveva arrivare lui per capire che ancora non sapevamo niente nessuno, in quanto a calcio giocato con perfidissima grandezza e in quanto al resto, l’inquietudine selvaggia dell’uomo, il suo sfidare il mondo a stinchi nudi dribblando i virulenti difensori e perfino irridendoli con un giochino nuovo: il tunnel. Era l’estate 1957. Veniva a costare alla Juventus (che aveva da qualche mese il più giovane presidente d’Italia, Umberto Agnelli) la bellezza, in quei giorni non ancora esplosi nel decantato boom economico del Paese, di dieci milioni di pesetas versati nelle casse del River Plate che adoperava la cifra per rinnovare lo stadio.
Nella cronaca di Carlo Bergoglio detto Carlin, re giornalistico d’epoca, sull’avvenimento del primo match giocato allo stadio di Torino in un pomeriggio di pioggia da Enrique Omar Sivori, si colgono perplessità nella prosa del maestro, perché l’argentino rallentò molto il gioco, esprimendo soltanto a momenti la superiore perfidia del suo piede sinistro.

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LO SCUDETTO DEL 1958

La formazione bianconera vincitrice subito del campionato con Sivori e Charles — campionato 1957-58 — dev’essere ricordata con una sorta di trepidazione: Mattrel, Corradi e Garzena, Emoli, Ferrario, Colombo, Nicole, Boniperti, Charles, Sivori, Stacchini.
La Juventus stracciò tutti in quel campionato a 18, anche la Fiorentina (a otto punti) e il Padova di Rocco (a nove). Va detto, senza tema di smentite, che la squadra riuscì a far combaciare le sue disuguaglianze, assorbendo giocatori non proprio eleganti come Garzena, Emoli e Colombo in una trama di gioco che verticalizzava su John Charles il gallese e assumeva la parte del drammatico risolutore appunto in Sivori.
Corradi era terzino elegante e strategico quanto Garzena era pressapochista e fumoso, Emoli e Colombo sgobbavano, Boniperti col 7 di schiena ed il sorriso sulle labbra giocava da regista sul podio, legnando all’occorrenza e mai sciupando un pallone. Lo stopper Ferrario mulinava piedoni zeppi di ferraglia in modo più che altro drastico. Non fece mai male a nessuno ma faceva paura a vederlo. E tra i pali quel miracoloso ragazzo di nome Carletto Mattrel, portiere anomalo, qualcosa gli impediva di staccarsi nel colpo di reni, era tutto piazzamento e abilità nelle uscite. Non aveva tanta forza fisica. Però quel campionato fu meravigliosamente suo: 33 partite, quanti gli anni del Signore.
E che giornate memorabili… Lui, il portiere dal viso di bambino con fossette e dai riccioli spensierati, il gallese amante della birra preso perennemente in giro da Sivori e Sivori, per la regia di Boniperti, fabbricarono quel decimo scudetto.

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I «DUE» SIVORI

Sivori si presentò al mondo della pedata italica e in quattro battute lo ebbe ai suoi piedi. Intanto dedicava le sue dichiarazioni sarcastiche a chi volesse capire e poi giocava da capo apache, da impavido approfittatore delle debolezze altrui, da diavolo giocava a stinchi nudi, per dimostrare che non c’era mai stato un’altro come lui. Sivori avrebbe fatto ritornare dall’Argentina il suo amicone con borse, borsette – sotto gli occhi – Renato Cesarini detto «Ce».  La classe di Enrique Omar Sivori culminava nel piede sinistro ma si esercitava nella pedinazione dell’av- versario da infilare nel suo diabolico giochino.
Quel testone arruffato da neri capelli, quei due occhi scuri ora torvi ora dolci, quella sua voce strascicata e come satura di antiche predizioni che menava per il bavero a destra e a sinistra, chi l’ha dimenticata nella Juve? Sapeva essere un impareggiabile compagnone ma subito dopo un imperdonabile rompiscatole. Era civile ma un istante dopo selvaggio.

Era amabile, perfino soave e venti secondi dopo perfino brutale. Era sangue e arena, era zucchero e cicuta, era Sivori. Il suo veleno era il suo sangue indio, nei momenti di rabbia un cieco furore. Boniperti riuscì a tenergli testa soltanto con la pazienza e il sorriso. E accorciò la sua carriera per lasciare campo libero allo straripante compare. Torino, la Juventus, l’Italia si innamorarono follemente di Omar Sivori. Non che mancassero altre attrazioni. Mentre Rachele Mussolini raccontava la vita di suo marito Benito, usciva la «cinquecento», prezzo nemmeno mezzo milione, l’automobile per tutti. Solo l’automobile? Per tutti anche il papa dell’amore, il papa della semplicità, il papa quieto e meno appariscente di tutti i tempi moderni: Giovanni XXIII. E il calcio di Sivori per tutti, il contrario del calcio del collettivo per intenderci, calcio di angeli e diavoli radunati in un piede solo, il sinistro, in un testone arruffato. Il «Cabezon» dava spettacolo. E tutto doveva piegarsi a lui perché potesse alla domenica sentirsi abbastanza ispirato da dare spettacolo.

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IL PIÙ FORTE

E non c’erano regole da rispettare né finzioni da tutelare, spiattellava crudele che quello non lo voleva vedere e la Juve ne faceva a meno. Bisognava che capissero che era il più forte, anche Boniperti anche Charles, bisognava che gli facessero una statua in Piazza San Carlo. Il Divo Sivori si concedeva tutto. Finita la partita andava dove voleva lui. Si allenava quando voleva lui, mangiava quel che voleva lui, finiva di giocare a carte quando voleva lui, «Non lo vedi che ho da fare?», diceva al povero cronista venuto per un’intervista.

Le interviste le concedeva quando si era alzato bene, e quando i monarchi si alzano bene al mattino? Tre scudetti, tre Coppe Italia (’59,’60, e’65), 215 partite e 135 gol, nove volte azzurro d’Italia: così il ruolino di Omar Enrique, indomabile asso della Juventus. La sua specialità era il tunnel ma anche il gol sardonico. Il gol prendingiro, il gol menefreghista, il gol cinico. Più di una volta, scartati il terzino e il trafelato portiere, aspettava che rinvenissero prima di appioppare al pallone il colpetto decisivo. I suoi tocchi al volo, le sue mezze rovesciate, le sue carognesche finte non sono state più dimenticate da chi l’ha conosciuto. Faceva il fallo per primo sul terzino, lo intimoriva lui il killer di turno. A stinchi nudi, guardandolo coi suoi occhi pieni di sconfinata protervia, dove abitava il suo vero coraggio, coraggio della disperazione, coraggio della classe, coraggio indio. Ebbe un piede solo Sivori! Il destro gli serviva per saltare sul tram? Tutte storie. Pochi fuoriclasse sono stati immensi, stratosferici, ineguagliabili come lui. Maradona fu più veloce, ma Sivori era più artistico, più malandrino, più divertente, più diavolesco…

ADDIO JUVE

Lasciò la Juve nel 1965, per colpa di Heriberto Herrera, il paraguagio. Fu soprattutto perché era precocemente logoro. Heriberto era stato chiamato, anzi convocato, per ridare ordine e disciplina alla Juve che in ultimo non si allenava più e sì alzava al mattino quando si alzava Sivori. E così Napoli conobbe Sivori. Gli scugnizzi napoletani andarono a prelevarlo a Capodichino, una colonna interminabile di cartelli e di strombettate per il monarca che veniva a regnare ancora per la gioia degli innamorati del calcio. In coppia con José Altafini, altro tipo malandrino, ma più scherzoso.
Va là, altre gloriose partite, 63 in tutto, condite da dodici gol. Poi una squalifica di sei giornate, che assommata alle altre raggiungeva la cifra di 33, gli fece capire che era tempo di chiudere con il calcio, il Re doveva abdicare…