Stairway 13: il disastro di Ibrox

Glasgow è una città di gente abituata a rimboccarsi le maniche. Per un centinaio di anni, la sua sola ragione d’esistenza è stata quella di fungere da fabbrica dell’impero. La rivoluzione industriale era nata da queste parti. Le navi britanniche, sia quelle mercantili che quelle militari, erano state costruite in quei cantieri. Le grandi auto che davano prestigio alla nazione venivano assemblate in quelle fabbriche. E il carburante che le alimentava veniva estratto dal terreno sottostante.

Archibald Leitch era di Glasgow, vi nacque il 27 aprile del 1865. Ogni sera, quando le strade tendevano a sparire dietro una fitta coltre di nebbia e smog, ed era costretto a tirarsi su il bavero della giacca, e abbassarsi la tesa del cappello sul viso, passava accanto al Glasgow Green. Quello era diventato il luogo di ritrovo per un gruppo di ragazzi che si facevano chiamare “The Rangers”. Qualche tempo dopo questi ragazzi fondarono una squadra di calcio di cui è inutile specificare il nome… Chissà forse fu questo il motivo che spinse il giovane Archibald a prendere in simpatia questa squadra ignorando le radici cattoliche di Camlachie, suo distretto di nascita.

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Un’immagine delle tribune collassate a Ibrox nel 1902

E ironia della sorte il primo progetto dell’architetto che “disegnò” il football, fu proprio per i Rangers. Si trattava della sua primissima opera. Sfortunatamente il 5 aprile 1902, durante l’incontro di calcio tra la Scozia e l’Inghilterra, la Western Tribune Stand appena costruita crollò all’improvviso a causa delle forti piogge della notte precedente. I tifosi caddero da un’altezza di 12 metri e si ebbe la morte di 25 persone a cui si aggiunsero oltre 300 feriti.

Al momento del crollo la stand era composta da terrazzamenti in legno supportati da un telaio a travi d’acciaio. Dopo questo incidente lo stadio venne immediatamente ristrutturato e i terrazzamenti vennero rinforzati con il cemento armato. Fortunatamente per Leitch quest’episodio non comprometterà la sua carriera anche perché le cause reali del problema assolveranno l’architetto.

Quella però fu la prima grande tragedia legata allo stadio dei Rangers. Perché la storia aveva in serbo un’altra giornata di dolore e lutto. Bisognerà aspettare 69 anni. Bisognerà aspettare la sera del 2 gennaio 1971. Era il giorno più importante per Glasgow, era il giorno dell’Old Firm. Dopo un finale di match convulso, mentre la folla si apprestava ad abbandonare lo stadio, gli ostacoli sulla scala 13 cedettero causando la rottura delle barriere di protezione. La folla si accalcò causando un’ondata di panico, e la tragedia che inevitabilmente ne seguì. Furono 66 le vittime, tra cui molti bambini. La maggior parte dei decessi fu causata dall’asfissia. Oltre 200 tifosi rimasero feriti. Tra i morti ci furono 31 ragazzi. La più giovane vittima risultò un bambino di nove anni, un ragazzo di Liverpool. Il borgo di Markinch, nel cuore del Fife, fu la zona più colpita dal disastro. Cinque ragazzi, di età compresa tra 13 e 15 anni, tutti tifosi appassionati dei ragazzi in blu, e tutti membri della stessa scuola, persero la vita.

Ma la storia più curiosa, l’aneddoto più struggente, è forse quello legato all’unica donna morta quel giorno sulle gradinate dell’Ibrox. Si chiamava Margaret Ferguson aveva 18 anni ed era di Maddiston, un pugno di case a sud di Falkirk. Margaret lavorava in fabbrica, come tante altre sue coetanee in quell’epoca. Lavoro duro e salari miseri. Aveva una grande passione per i Rangers ed era venuta al corrente che in quel periodo era nata la figlia del centravanti Colin Stein. Durante la settimana che precedette il Natale, realizzò un piccolo orsacchiotto di pezza per consegnarlo direttamente al giocatore, a sua moglie, e ovviamente alla loro figlia appena nata. Qualche giorno prima dell’Old Firm, Margaret si reca a casa di Stein, e onorata, consegna il suo dono alla piccola Nicole. Bevono una tazza di the, conversano, e si salutano cordialmente. Margaret è entusiasta.

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La sorella maggiore, Maria Gibb, racconta che si erano viste l’ultima volta per capodanno, e Margaret gli aveva confidato che due giorni dopo sarebbe andata allo stadio per la partita, convinta in cuor suo che il regalo che aveva amorevolmente consegnato alla figlia di Stein avrebbe portato fortuna a lui e alla squadra. Margaret era la più giovane di undici fratelli, aveva la camera tappezzata di bandiere e cimeli dei Gers e una risata contagiosa. Amava ballare, comprarsi con i risparmi qualche vestito alla moda, e una naturale avversione ai precetti paterni, considerati come da tanti altri ragazzi di quella generazione, ormai astrusi e obsoleti. E’ infatti, puntualmente, il padre non avrebbe voluto che Margaret fosse presente quel giorno sulle gradinate di Ibrox, non avrebbe dovuto esserci, non quella volta..

Ma non fu così. Margaret era fra le circa centomila persone che affollavano lo stadio. A un minuto dalla fine Jimmy Johnstone segnò per il Celtic. A tutti i presenti parve una rete decisiva, l’epilogo dell’ennesimo Old Firm. E fu in quel momento come accennato in precedenza che molti degli spettatori iniziarono a sfollare dalle uscite. Una di queste era la Stairway 13. Ma il genio perverso dello spettacolo non aveva ancora finito di tessere la sua tela, e a una manciata di secondi dal fischio finale, Colin Stein, si proprio lui, pareggiò l’incontro. Quello che successe aldilà di tutte le versioni riportate, è che le crash barriers dell’East Stand furono piegate quasi fossero di gomma causando il dramma. La sera, radio e televisioni iniziarono il tam tam di notizie. Dapprima confuse, contraddittorie, poi via via sempre più chiare e nitide. Fra le salme c’era quella di una donna. L’unica donna fra le 66 vittime di quella infausta giornata. Era quella di Margaret Ferguson..

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Colin Stein, inconsapevolmente, segnando quel goal rocambolesco nella foschia di un Ibrox immenso e buio, aveva segnato il destino di quella ragazza che qualche giorno prima aveva ospitato nel salotto di casa sua.
“Ho conosciuto i suoi genitori personalmente, disse qualche giorno dopo i funerali. E’ stata un esperienza orribile. Non ho mai dimenticato quel giorno. Non potrò mai farlo”.

Quel giorno il capitano dei Rangers era John Greig:Ho subito un infortunio durante la partita”, disse Greig. Ed è stato solo circa 20 o 30 minuti dopo il fischio finale che ho capito la portata del dramma che si era consumato. Quando sono andato giù e ho visto il tunnel e tutta quella povera gente morta è stato terribile, una sensazione di impotenza frustrante. Furono giorni neri, di dolore e di angoscia. Che hanno lasciato una cicatrice profonda. Lo stadio è stato ricostruito nella loro memoria”.

Oggi poco fuori i cancelli blu di Ibrox c’e proprio la statua del capitano, sul cui basamento spiccano le targhe commemorative di quell’evento. Nomi spesso seminascosti da corone, da mazzi di fiori, da sciarpe, non solo “all blue” perché le tragedie sono trasversali, collettive, non conoscono appartenenza e colori. E’ stato anche istituito un fondo a nome di Margaret Ferguson, un fondo che dovrà servire soprattutto a non dimenticare mai, lei e le altre 65 vittime innocenti di quel giorno. Il giorno del disastro di Ibrox. Il 2 gennaio 1971.

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Fonte: http://rulebritanniauk.forumfree.it