La storia del calcio femminile in Italia

Dopo prime esperienze nel 1946 a Trieste, il calcio femminile ha attecchito rapidamente in tutta la penisola. Anche se quantitativamente modesto, le nostre ragazze ha comunque recitato nel panorama internazionale un ruolo non secondario.


«Il calcio non è per signorine»: una frase che risale al 1909 e fu attribuita a Guido Ara, mediano della Pro Vercelli, la squadra che in quegli anni otteneva grandi successi grazie ad un gioco combattivo e «maschio». Se non era per donne il gioco, lo era lo spettacolo: tra le piccole folle di appassionati della belle époque spiccavano spesso volti e, nelle cronache mondane, nomi femminili.

Ciò avveniva tra la gente antica del calcio, quando esso stentava a diffondersi. Quei volti erano destinati a confondersi tra le folle maggiori degli anni tra le due guerre, per distinguersi, più numerosi, nel decennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale. Da allora la presenza femminile, anche se sempre minoritaria, è cresciuta fino al termine del secolo. Su 12 milioni di italiani che nel 1974 avevano assistito ad almeno una partita, 2 milioni erano donne, per lo più giovanissime.

Il tingersi di rosa degli spalti non ha avuto fino ad ora in Italia un corrispettivo nella pratica sportiva: nel 1996 erano tesserate 8.800 atlete, una cifra bassissima in confronto alle centinaia di migliaia di praticanti dei paesi scandinavi e della Germania, per non dire dei 3 milioni e mezzo di atlete statunitensi. E fu proprio il paradosso americano a dare una spinta decisiva all’ingresso della versione femminile del calcio nella famiglia olimpica in occasione dei giochi di Atlanta del 1996.

In Italia il calcio femminile fece le sue prime, fragili esperienze nel 1946 a Trieste, dove furono fondate due squadre, che per un po’ di tempo girarono la penisola per portare il vessillo della città, allora amministrata dalle autorità anglo-americane. Le calciatrici, negli intenti delle forze politiche promotrici dell’iniziativa, avrebbero potuto contribuire a risvegliare negli italiani sentimenti di amore patriottico per Trieste.

Meno fragile fu il secondo insediamento, sebbene ancora dettato dalla propaganda politica. A promuoverlo fu la baronessa napoletana Angela Attini di Torralbo, consigliere nazionale del Partito nazionale monarchico, che vedeva nello sport una strada per conquistare consensi. Sebbene isolata la sua idea fu accolta con stupore e ironia. La baronessa, grande appassionata di calcio, continuò nella sua opera di propaganda con la fondazione nella sua città di tre squadre, riunite nel 1958 nell’Associazione Italiana Calcio Femminile. L’iniziativa, nonostante la nascita di due squadre capitoline, Lazio e Roma, si spense presto.

Di più robusta radice fu invece l’albero piantato a Milano nel 1965, ancora una volta da una donna, Valeria Rocchi, che fondò due squadre con il sostegno del presidente dell’Internazionale, Angelo Moratti. Di lì a poco prima in Liguria, poi in Toscana e in Emilia cominciarono a sorgere nuovi club, tanto che nel 1968 fu costituita a Viareggio la Federazione Italiana Calcio Femminile, che nello stesso anno promosse il suo primo campionato nazionale, vinto dal Genova.

La FICF, nel frattempo diventata Federazione Femminile Italiana Gioco Calcio, riuscì in poco tempo a creare un sistema agonistico complesso con due serie di campionati (A e B), a cui si aggiunse dal 1971 un torneo di Coppa. Nel 1986 si ebbe la svolta più importante, quando nell’ambito della Lega Nazionale Dilettanti della FIGC fu costituito il Comitato Nazionale Calcio Femminile, mentre nel 1988 la pubblicazione di un libro di Luigi Bonizzoni, un ex allenatore e studioso delle tecniche e delle tattiche del gioco tra i più apprezzati nella scuola di Coverciano, sanciva un primo riconoscimento accademico del fenomeno, osservato con animo, per così dire, scientifico, di fronte alla pura curiosità riservata alle cose stravaganti.

Alla vittoria del Genova nel primo campionato nazionale seguì nel 1969 quella della Roma. Da allora ai vertici agonistici sono comparse squadre che evocano la natura genuinamente dilettantesca di un calcio dal sapore antico. Il Milan, che ha vinto lo scudetto nel 1975, nel 1992 e nel 1999, e la Lazio, che lo conquistò nel 1987 e nel 1988, sono state le uniche squadre con denominazione sociale di prima grandezza.

Per il resto si sono espressi in femminile club di medio livello: il Piacenza nel 1971 e il Modena nel 1997 e nel 1998. Più frequentemente sono emerse squadre aziendali e dopolavoristiche: la Falchi Astro di Montecatini, la Lubiam Lazio e la Despar di Trani. Quest’ultima non è stata l’unica squadra pugliese di vertice, essendo questa regione meridionale, dopo l’Emilia, la più fruttuosa terra del calcio femminile con 6 scudetti su 32 finora assegnati.

Anche se quantitativamente modesto, il calcio femminile italiano ha recitato nel panorama internazionale un ruolo non secondario. Terze ai primi campionati europei, disputati dal 1982 al 1985, le azzurre hanno occupato nelle classifiche delle successive manifestazioni internazionali posizioni di rilievo, conquistando il secondo posto in Europa nel 1993 e nel 1997, precedute dalle norvegesi e dalle tedesche che con le svedesi e le americane sono state fino ad ora le maggiori protagoniste della scena mondiale. Ma, al di là di questi successi, a dare un’imprevedibile notorietà al pallone in rosa ha contribuito la storia di Carolina Morace.

Nata a Venezia nel 1964, Carolina Morace, appena quattordicenne, aveva esordito nel 1978 in nazionale: una maglia che ha indossato 150 volte. Al termine di questa lunga e fortunata carriera, l’atleta veneziana si è dedicata all’attività di allenatrice nelle rappresentanze laziali. Ma a fare notizia, persino sulla CNN e nel settimanale «Time», fu la sua assunzione al ruolo di allenatrice nella Viterbese, una squadra militante nella serie C1. Era la prima donna in Europa a condurre una squadra maschile, di professionisti.

Un’esperienza promettente, ma rapidamente declinata. Malgrado un iniziale successo, dopo la prima sconfitta della squadra in campionato, i rapporti tra l’allenatrice e la dirigenza precipitarono fino a indurre Carolina Morace alle dimissioni, ma soprattutto al rifiuto di una condizione di precarietà e di isolamento alla quale appariva condannato un audace esperimento.

L’episodio ha la sua evidenza: le sorti del calcio femminile sono ancora fortemente condizionate da una sensibilità resistente all’evoluzione del costume e da un pregiudizio che risale alle origini del football. Il tennis, di tradizione ottocentesca, fu pronto ad aprirsi alle donne, per la condizione paritaria tra i due sessi di un agonismo di alta società. Il basket, inventato negli USA nel 1891, si diffuse tra le donne per l’adozione del gioco nelle scuole americane, a crescente frequenza femminile.

Né fu secondario il problema della maggiore praticabilità dei piccoli spazi o della minore resistenza delle donne alle intemperie, secondo la mentalità del tempo. Quando nella seconda metà dell’Ottocento nel Regno Unito e, sul finire dello stesso secolo, in Italia cominciò a diffondersi il football, nessuno avrebbe pensato alla presenza femminile sui campi calcati da quelli che Rudyard Kipling definiva «gli idioti fangosi del football»…