Calcio Made in Japan: la storia

E’ il 1873 quando Sir Archibald Lucius Douglas, ufficiale della marina britannica nonché docente presso l’accademia navale di Tokyo, inizia ad esibire le sue doti da palleggiatore durante le esercitazioni degli studenti…


LE ORIGINI

Sebbene affascini per le analogie con il kemari, antico gioco nato all’interno dello shintoismo nel 600 d.C., il calcio inizialmente non attrae i giapponesi. Non quanto il baseball, i cui ruoli fissi ben si coniugano con la rigidità della struttura corporativa della società nipponica.

Un’altra chiave di lettura sta nella diversità di strategie militari adottate in Occidente ed in Oriente, come racconta Sebastian Moffett nel suo libro “Japanese rules”: in Europa viene privilegiata la battaglia con l’uso di armi da fuoco tra gruppi contrapposti, simile quindi al calcio; in Giappone resistono, invece, gli antichi duelli tra guerrieri muniti di spada che ricordano quelli (a distanza) tra lanciatore e battitore, specie nel gesto atletico del secondo quando fa roteare la mazza.

Ed è singolare che questi sport approdino in Giappone proprio in coincidenza con il Periodo Meiji (1868-1912), epoca contrassegnata da riforme che coinvolgono l’istruzione, il sistema bancario e tributario e gli ormai vetusti caratteri feudali della struttura sociale. E che portano, soprattutto, ad un processo di industrializzazione e di “occidentalizzazione” del paese. Un rinnovamento che proseguirà anche negli anni Venti e che si concretizzerà nella costruzione di nuovi impianti sportivi: si tratta del Koshien, uno stadio per baseball, calcio e perfino rugby nella regione del Kansai, e di una struttura all’aria aperta di Tōkyō, battezzata con il nome di “Santuario Meiji”, destinata al calcio.

In questi anni vedono la luce le prime squadre calcistiche, che nascono in seno alle cosiddette “scuole normali”, sorta di istituti magistrali: alla nuova capitale Tōkyō, con i suoi quartieri Aoyama e Toshima, si aggiungono anche altri importanti centri nevralgici del paese quali Hiroshima, Kōbe, l’ex capitale Kyōto, Nagoya, Niigata, Saitama e Yokohama.

PRIMI CALCI

C’è comunque da attendere la fine dell’era Meiji per assistere al primo campionato nazionale giapponese, figlio, in realtà, di un errore commesso da un’agenzia di stampa. Nel 1918 si disputano tre tornei calcistici nelle regioni di Kansai, Kantō e Tōkai: nonostante non dipendano l’uno dall’altro, alcuni giornalisti li spacciano come gironi di qualificazione, a carattere regionale, per un presunto campionato nazionale. I quotidiani che riportano la (falsa) notizia finiscono anche sul tavolo dei vertici della Federcalcio inglese, che decidono di inviare in Giappone il giusto premio da assegnare alla squadra vincitrice, consistente in una coppa d’argento che andrà poi perduta nel corso della Seconda guerra mondiale.

Tre anni più tardi, sotto l’egida della neonata JFA (Japan Football Association), si svolge il primo, fantomatico campionato nazionale: si presentano venti squadre e ad alzare la coppa d’argento fatta arrivare da Londra è il Tōkyō Football Club che in finale supera 2-0 la scuola normale di Aoyama.
Il 1921 è un anno memorabile anche per la giovane nazionale di calcio: dopo aver esordito sulla scena internazionale ai Giochi dell’Estremo Oriente di Tōkyō nel 1917, è alla successiva edizione, svoltasi a Manila, che i nipponici viaggiano in trasferta per la prima volta.

L’esperimento del campionato nazionale “per caso” funziona, tanto più che viene ripetuto l’anno successivo e vede la partecipazione di un numero crescente di squadre. Anzi: la competizione diviene l’antesignana dell’attuale Coppa dell’Imperatore ed il titolo nazionale viene assegnato tra le numerose scuole superiori nipponiche. Un simile campionato verrà poi istituito anche per gli istituti di grado inferiore, facendo del mondo scolastico il vero fulcro del calcio giapponese negli anni pioneristici. Ma nel 1923 lo sport si ferma: è il primo giorno di settembre e la terra trema nella regione del Kantō, dalla capitale alle prefetture di Chiba, Kanagawa e Shizuoka, provocando oltre 142mila vittime. Di fronte ad una simile catastrofe, il campionato viene annullato e rinviato a febbraio.

E intanto il calcio rimane confinato al mondo accademico e non può far altro che piegarsi alla maggior popolarità del baseball: lo sport di matrice americana trova riconoscimento nell’istituzione, nel 1935, del suo campionato professionistico – il primo in Giappone per uno sport di squadra – sulla scia del successo delle tournèe sul suolo nipponico di alcune selezioni di campioni della MLB americana.

Il Giappone ai Giochi dell’Estremo Oriente del 1927

Il calcio rimane uno sport minore, ma qualcosa si muoverà al suo interno nei difficili anni della ricostruzione dopo la parentesi bellica. Sebbene le scuole siano quanto di più lontano dal professionismo nello sport, sono proprio loro la colonna portante di tutto il movimento. E lo saranno ancora a lungo, perché è da qui che proverranno i giovani destinati poi alle grandi squadre professionistiche.

Ma, ancor prima che uno sport, il calcio è visto come una palestra di vita: non è sufficiente il talento, servono educazione e disciplina. E ottimi voti nelle materie. Solo in questo modo i ragazzi sapranno cavarsela nel mondo degli adulti ed essere competitivi in quello del lavoro, rispondendo così ai requisiti delle grandi aziende per le loro figure professionali.

Ed è questa la filosofia che sta alla base dei metodi spartani di Sadao Konuma, allenatore alla scuola Teikyo: il calcio è innovazione più disciplina, ha una forte valenza formativa. Ricorre spesso alle maniere forti con i ragazzi, arrivando persino a prenderli a calci. Perché, sosteneva, anche colpire uno studente che persiste in atteggiamenti sbagliati può essere educativo. E lo sport può essere un altro, ottimo correttivo in tal senso.

Nel frattempo, una prima occasione di (ri)lancio arriva con l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 1964: i nipponici non vogliono certo sfigurare ed allestiscono una nazionale all’altezza della situazione, scegliendo come allenatore il tedesco Dettmar Cramer. È il 1960 e per il calcio giapponese ha inizio una nuova vita: la Furukawa Electric, squadra dell’omonima compagnia elettrica, vince il campionato interrompendo, per la prima volta, la lunga egemonia di scuole ed università.

L’undici di Ichihara, città della prefettura di Chiba, è lo specchio della situazione che sta vivendo il paese: dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, dopo lo sgancio della bomba atomica sugli edifici di Hiroshima e Nagasaki, il Giappone prova a ripartire.

Le grandi aziende iniziano ad investire nello sport ed i primi mecenati vengono dal settore tessile. L’organizzazione è simile al “dilettantismo di stato” dei paesi d’influenza socialista, basata tuttavia sul modello capitalista: i giocatori sono veri e propri impiegati dell’impresa. La mattina si recano in ufficio, il pomeriggio si allenano assieme ai colleghi e compagni di squadra e la sera, infine, si coricano in uno dei tanti dormitori messi a disposizione dal loro datore di lavoro. Non troppo dissimile da quella che potrebbe essere una squadra da campionato amatoriale, la Furukawa segna comunque una svolta nel calcio del Sol Levante.

Nel 1964, poi, Tōkyō ospita le Olimpiadi: se la nazionale di pallavolo femminile, composta esclusivamente da impiegate, conquista addirittura l’oro, la nazionale di calcio non fa molta strada eppure scrive una memorabile pagina di storia battendo l’Argentina. Qualcosa si muove e l’anno successivo segna un’altra tappa cruciale per il calcio giapponese: seguendo una proposta di Cramer viene, infatti, istituita la Japan Soccer League (JSL), primo campionato nazionale nipponico di uno sport amatoriale.

Olimpiadi di Tokio 1964: una fase di Giappone-Argentina 1-0

L’EPOPEA DELLE AZIENDE

C’è una parola che descrive alla perfezione l’intreccio tra sport e industria tipico di questi anni: kanri-yakyu, baseball gestionale. Il suo teorico è Tetsuji Kawakami, alla guida dei Tōkyō Giants vincitori del titolo nazionale per ben nove anni consecutivi (1965-1973): le sue tecniche di allenamento e di gestione del gruppo sono le stesse del perfetto amministratore delegato di un’azienda. Incarnando i valori chiave dei samurai come la gerarchia e l’obbedienza, il baseball rimane lo sport più popolare.

Frattanto ha inizio una nuova vita per il calcio giapponese: il pallone smette di rotolare nei cortili di scuole ed università e finisce sulle scrivanie degli uffici. A dar vita alla neonata JSL sono otto squadre che rappresentano i principali comparti dell’industria nazionale, dall’elettronica (Hitachi) ai motori (Mitsubishi, Toyo – poi ribattezzata Mazda – e Toyota), dagli pneumatici (Yanmar) agli istituti di credito (Banca di Nagoya).

Come un’araba fenice, a vincere il campionato è la Toyo Kogyo, squadra di Hiroshima, la città bombardata nell’agosto 1945 dal caccia americano Enola Gay: un vero e proprio motore che non si ingolfa mai, con dodici vittorie, due pareggi e nessuna sconfitta.È un campionato che nasce con una regola bizzarra, la JSL: tutte le squadre, quando giocano in casa, devono indossare una maglia di colore bianco.

Non mancano curiosità e aneddoti: Saburo Kawabuchi della Furukawa, nel match del 4 luglio contro il Nagoya, diviene il primo calciatore nella storia della JSL a segnare una tripletta, mentre la partita del 10 ottobre tra Yawata Steel e Toyo Kogyo è l’occasione per celebrare il primo anniversario dei Giochi Olimpici di Tōkyō.

La macchina di Hiroshima si trasforma presto in una fuoriserie: in sette anni vince il campionato in ben cinque occasioni e, in due casi, arriva a conquistare persino la Coppa dell’Imperatore. Sorte simile tocca, nelle varie classifiche marcatori, a Kunishige Kamamoto della Yanmar Diesel: a ragion veduta può essere considerato il miglior attaccante di sempre del calcio giapponese. Per lui parlano, soprattutto, i numeri: 75 i gol segnati in 76 presenze con la nazionale, una media spaventosa. Inoltre, è il capocannoniere ai Giochi di Città del Messico del 1968, dove i nipponici mettono al collo la medaglia di bronzo. Nel secondo anno di JSL, invece, il centravanti più prolifico è Aritatsu Ogi: per gli europei è un carneade, in patria è diventato un eroe dopo il gol decisivo contro l’Argentina ai Giochi di Tōkyō.

Il boom economico del Giappone ha delle ricadute anche in ambito sportivo: la JSL si allarga, dal 1972 viene introdotta anche una Seconda Divisione alla quale si iscrivono addirittura dieci squadre. Nell’Olimpo del calcio entrano altri nomi altisonanti come la Fujitsu, colosso dell’informatica, la Nissan, fiore all’occhiello dell’industria automobilistica, e lo Yomiuri Shimbun, il principale quotidiano nazionale.

Ma ad avvicinare le grandi aziende è soprattutto la trasmissione in tv delle partite: il piccolo schermo viene visto come un mezzo per pubblicizzare i propri prodotti. Nascono, così, le prime sponsorizzazioni, con il nome Toshiba o Hitachi che finisce sulle divise delle squadre. E mentre Kamamoto si conferma inarrivabile tra i cannonieri, nella JSL si vedono anche i primi stranieri: c’è il brasiliano Carvalho, miglior marcatore nel 1977 con 23 reti, traguardo mai raggiunto dall’attaccante della nazionale. Che rimane l’unico ad essersi aggiudicato l’ambito scettro per sei volte.

Il grande Kamamoto in Giappone-Messico 2-0 che vale agli asiatici il bronzo alle Olimpiadi del 1968

Non deve comunque sorprendere che i primi stranieri della JSL siano brasiliani: i rapporti tra i due paesi sono più stretti di quanto si pensi. Agli inizi del XX° secolo il Giappone era in ginocchio: mancavano cibo e lavoro. Fortuna volle che, in quel momento, il Brasile fosse alla ricerca di manodopera per la coltivazione del caffè: l’accordo tra Tōkyō e San Paolo fu siglato in un battibaleno ed ebbe così inizio una nuova ondata di migrazione verso il Sud America dopo la prima, in direzione Perù. Oggi i brasiliani di origine giapponese – tra cui il calciatore Deco, poi naturalizzato portoghese – sono oltre un milione e mezzo.

Allo stesso modo, Carvalho ed i suoi connazionali sono i pionieri di un flusso migratorio diretto dal Sud America nella terra del Sol Levante: il governo di Tōkyō, dal 1990, consente il libero ingresso a tutti gli stranieri con origini giapponesi, almeno fino alla terza generazione. Uno di questi è Jorge Yonashiro, attaccante brasiliano che già nel 1972 approda allo Yomiuri Soccer Club. Lo segue, cinque anni dopo, il connazionale Ruy Ramos: indiscussa icona del calcio in Giappone, tanto da prestare il volto per la copertina di un videogioco, nel 1990 diventa selezionabile per la nazionale guidata da Kenzo Yokoyama.

A fine anni Ottanta, poi, la Nissan FC perfeziona l’acquisto di altri due brasiliani, José Oscar Bernardi (per lui un trascorso nei leggendari New York Cosmos) e Wagner Lopes (parteciperà nel 1998 alla storica prima volta del Giappone ai Mondiali). Non è tutto: Kazu Miura, futuro primo giapponese della Serie A italiana con la maglia del Genoa, agli inizi della carriera si trasferisce in Brasile per migliorare la sua tecnica di gioco. E realizza, così, nel mondo degli umani il sogno che Oliver Hutton cullava in quello a cartoni animati.

Wagner Lopes, a sinistra, e Kazu Miura

YAMATO DAMASHI

Aziende di fama internazionale che investono denaro. Ritorno mediatico. Giocatori stranieri in aumento. Non manca, apparentemente, nulla al calcio giapponese. Ma c’è ancora qualcosa da sistemare. Il calcio e la cultura del calcio, infatti, non sempre viaggiano sulla stessa linea. Nella terra dei samurai c’è il contorno, ma non il piatto principale. Che fare? Da dove iniziare?

Quando, negli anni Sessanta, viene precettato per preparare la nazionale in vista dei Giochi di Tōkyō, Dettmar Cramer si rende subito conto dei limiti, tecnici e comportamentali, dei giocatori: non sanno fare nemmeno un colpo di testa, in campo mostrano poca cattiveria agonistica e troppa benevolenza verso gli avversari. Una delusione per chi pensava di trovare una versione calcistica dei gloriosi samurai. Ma il tecnico tedesco non demorde e prova a spronare i giocatori. La sua formula vincente è tutta racchiusa in due parole: yamato damashi, spirito giapponese. “La vittoria su voi stessi e sulle vostre paure è quella più grande” ricorda Cramer ai suoi ragazzi. Che, se non altro, hanno voglia di imparare e riescono a farlo velocemente. Ed i risultati non mancano, con il bronzo olimpico a Città del Messico come apice.

Un altro segnale tangibile che il mondo si è accorto del calcio giapponese giunge dalla Germania: è l’estate del 1977 e gli osservatori del Colonia rimangono impressionati da un centrocampista di 25 anni, entrato nel mondo del calcio dopo un posto da impiegato alla Furukawa. Il suo nome è Yasuhiko Okudera e, accettando l’offerta della squadra tedesca, diventa il primo giapponese a giocare da professionista in Europa, nonché il primo asiatico a segnare un gol in Coppa dei Campioni, nella semifinale dell’edizione 1978-79 contro il Nottingham Forest. Eppure, in Giappone, non sembrano essere troppo interessati alle gesta compiute dal loro connazionale nella Renania.

Nove anni dopo, però, Okudera fa ritorno in patria: il Giappone, finalmente, lo accoglie da eroe, nel calcio inizia a farsi strada il professionismo, fino a quel momento riconosciuto solamente agli stranieri della JSL. Il pubblico al seguito della nazionale aumenta, il calcio sta diventando più popolare, complice il fatto che in questi anni Tōkyō inizia ad ospitare la finale della Coppa Intercontinentale, ora ribattezzata Toyota Cup, e la Furukawa diventa la prima squadra giapponese ad aggiudicarsi la Coppa Campioni d’Asia.

Ma l’entusiasmo, la motivazione, lo yamato damashi non bastano ancora: serve una maggior preparazione tattica. E intanto, a poche miglia marine di distanza, la Corea del Sud diventa un modello, con il lancio della K-League e già due presenze ai Mondiali. La soluzione è, ancora una volta, andare a cercare all’estero e nel maggio 1992, un anno prima che parta la J.League, arriva la chiamata per l’olandese Hans Ooft: è lui il prescelto per far realizzare il sogno mondiale e far crescere il calcio in Giappone. Gli inizi sono incoraggianti, la squadra vince la sua prima Coppa d’Asia e tiene testa agli eterni rivali sudcoreani, arrivando persino a sconfiggerli, seppur ai rigori. Merito di Ooft, indubbiamente, abile ad aggirare l’ostacolo della lingua impostando le discussioni con i giocatori su un lessico semplice e chiaro e ricorrendo alla memoria visiva.

E poi Ooft è uno che parla con tutti: spiega individualmente ad ogni giocatore il suo ruolo ed illustra ai giornalisti le tattiche adottate, come il “calcio compatto”, che consiste nel limitare l’area di gioco ad una parte del campo compresa tra 30 e 40 metri. I Mondiali non sono mai stati così vicini. La partita decisiva è a Doha contro l’Iraq e s’incanala subito nella direzione più congeniale ai nipponici. Che, però, vengono raggiunti sul pari e devono ancora una volta rinunciare ai sogni di gloria. La delusione è cocente, eppure l’evento ha avvicinato moltissimo i giapponesi: mille i tifosi andati in Qatar per sostenere la nazionale, 60% lo share di telespettatori.

LA J LEAGUE

I tempi sono ormai maturi per la nascita di un campionato professionistico di calcio: è il momento buono per dare all’esterno l’immagine di un Giappone fresco, giovane ed internazionale. Non è un periodo felice, per il paese: il boom economico degli anni Settanta appartiene ormai al passato, alla Borsa di Tōkyō l’indice Nikkei crolla ed il Jiyu Minshuto o Jiminto, il partito liberaldemocratico al governo, è invischiato nello scandalo Recruit, episodio di corruzione che vede coinvolti l’omonima società di telecomunicazioni, esponenti politici e dirigenti aziendali.

L’idea di un nuovo campionato di calcio la partorisce Saburo Kawabuchi, nuovo segretario generale della JFA dal 1988. E tutto nasce quando, nell’estate del 1960, lui e i compagni della nazionale vanno in Germania Ovest per prepararsi ai Giochi che il Giappone ospiterà quattro anni più tardi. A Duisburg trovano un centro sportivo all’avanguardia, dotato di tutti i comfort con tre palestre, un ristorante ed un cinema. E, soprattutto, a disposizione della comunità locale e non prerogativa dello stato o di singole imprese. Kawabuchi ne rimane affascinato e si ripromette di costruire qualcosa di simile nel suo paese.

Ci riuscirà nel 1993, con il lancio definitivo della J.League, una vera e propria rivoluzione sociale, non un espediente per far sì che i giapponesi diventino bravi a calcio. Tanto più che una delle prime regole impone di rinominare le squadre. La vita giapponese è troppo dominata dagli affari, dal business, il calcio deve essere uno svago, un motivo di divertimento. E le squadre devono acquisire un’identità in cui le numerose comunità locali si riconoscano. I nomi delle aziende lasciano così il loro posto a quello delle città, seguito da altre, e ben più fantasiose, denominazioni.

Tutto viene pianificato a tavolino, come se il neonato campionato sia un prodotto da lanciare sul mercato: Kawabuchi ingaggia la Mizuno, marca di abbigliamento sportivo, come sponsor tecnico unico cui spetterà il compito di disegnare – e realizzare – le maglie di tutte le squadre. E poi c’è la Sony Creative Products, divisione della grande industria dell’elettronica, che si occupa di creare loghi e mascotte.

Anche in campo sportivo il Giappone mostra le sue peculiarità, riassunte nella coppia di parole “wakon yosai”: spirito giapponese, apprendimento occidentale. Quando, infatti, si tratta di creare un nuovo prodotto, i nipponici agiscono nel modo più semplice e razionale: studiano, ed imitano, le eccellenze di quel settore. E così è: il marketing sportivo ed il coinvolgimento di Mizuno e Sony sono la risposta orientale alla grande capacità manageriale, in questo campo, degli Stati Uniti. Ma molti dirigenti volano anche in Europa, a studiare il calcio vero e proprio: tutti rimangono affascinati dal sistema delle società, dei campionati, degli stipendi. E poi stupisce il forte attaccamento alla squadra, ai suoi colori, alle sua storia da parte dei sostenitori: il modello per antonomasia è l’Italia, con le tifoserie organizzate in gruppi e parte attiva allo stadio con cori fantasiosi.

Kawabuchi, da buon giapponese, cerca anche di evitare di ripetere gli errori che erano stati commessi dai suoi modelli: nel caso degli USA, ad esempio, la NASL era sparita perché le squadre pullulavano di troppi campioni stranieri che, alla fine, oscuravano i giocatori locali. Per far sì che in patria non si verifichi lo stesso problema, Kawabuchi fissa a tre il numero di stranieri arruolabili per squadra: il resto è composto esclusivamente da giocatori nipponici. Al tempo stesso, vengono fissati i criteri per selezionare i vari stranieri: dovranno essere a fine carriera e un modello di virtù per i giovani che si avvicinano allo sport. Tutto viene pianificato nei minimi dettagli e la J.League è già un evento ancor prima di iniziare: nel maggio 1992, quando la Mizuno dà alla luce le divise delle dieci squadre che prenderanno parte alla prima edizione, sono 440 i giornalisti che richiedono l’accredito.

Un anno dopo, il 15 maggio, allo stadio olimpico di Tōkyō viene fischiato il calcio d’inizio della prima partita, quella tra il Verdy Kawasaki e gli Yokohama Marinos: c’è il tutto esaurito sugli spalti. Il prodotto, finalmente, c’è. Adesso bisogna venderlo ai giapponesi, tutti appassionati di baseball e di sumo.

La prima rete siglata nella nuova J League: è di Hennier Meije in Verdy-Yokohama 2-1

A SCUOLA DI CALCIO

Campionato: celo. Squadre (dieci): celo. Giocatori, tra cui grandi campioni stranieri: celo. Atmosfera da stadio: mi manca. Mentalità vincente dei giocatori: mi manca. Nonostante il massiccio impegno economico da parte di Kawabuchi, che mette in guardia i presidenti delle varie società (le stime parlano di un disavanzo di un miliardo di yen per i primi 10 anni), il calcio giapponese è un prodotto freddo e senz’anima, per quanto valido. Mancano la passionalità ed il coinvolgimento del pubblico. Che poi sono i fattori decisivi per fare di una semplice partita di pallone un vero e proprio spettacolo.

Un primo problema si presenta in occasione delle partite: c’è di positivo che i biglietti per lo stadio vanno a ruba, ad eccezione degli Yokohama Flügels, la squadra di proprietà dell’ANA, la compagnia aerea. Ma, una volta sugli spalti, il pubblico è spaesato: non sa come fare il tifo per la propria squadra, vede oltraggioso offendere gli avversari o l’arbitro. E poi ci sono quelle buone maniere, dure a morire, che impongono ai giapponesi di controllare le emozioni e di non attirare troppo l’attenzione nei luoghi pubblici. I presidenti delle neonate squadre devono ovviare in qualche modo a tale problema: Yoshiharu Yamamoto, numero uno dei Flügels, s’inventa un gruppo di tifosi (i Jets) che viene rifornito di tamburi e ballerini di samba e “catechizzato” a cori e battimani. Nelle curve degli stadi di tutto il paese, poi, spuntano i primi capi ultrà, versione nipponica di quelli italiani, fondamentali per creare la giusta atmosfera ad una partita.

E se il Verdy Kawasaki è all’avanguardia con il gruppo Camisa Doze, tra ballerini di samba e tifo in rosa, il Kashiwa Reysol ha i sostenitori più calorosi, dotati persino di fumogeni. Ma a fare scuola sono soprattutto gli Urawa Red Diamonds, grazie al lavoro svolto dal segretario Hiroshi Sato: la comunità locale si stringe attorno alla squadra, si riconosce nei suoi beniamini e manifesta con orgoglio la propria identità territoriale, pur vivendo in un anonimo sobborgo della capitale. Non è una bella pubblicità per la J.League che solo una parte degli stadi partecipi attivamente al tifo, è vero. Ma, almeno, non ci sono scontri violenti tra i tifosi né hooligans.

Quanto ai calciatori, non è certo la tecnica a preoccupare. Anzi: in un paese in cui la dimostrazione di essere in possesso di strane abilità ed il perfezionamento dei movimenti è all’ordine del giorno, i giocatori sono grandi palleggiatori, dotati di una tecnica sopraffina. Manca qualcosa, però. E non sono solo le conoscenze tattiche: i calciatori giapponesi sono atleti diligenti, educati, corretti. Ma non hanno la cattiveria agonistica che si addice ad un atleta professionista: in campo non si può urlare ai più anziani né riprendere un compagno di squadra che commette un errore (questioni di gerarchia e di armonia, secondo la cultura locale), nessuno sa cosa deve fare quando si ritrova il pallone tra i piedi.

E poi sono insicuri, ansiosi, temono di sbagliare e non sono mai soddisfatti di quello che fanno. Non hanno la volontà di vincere e invece ne sentono il dovere. In compenso, sono veloci e ben disposti all’apprendimento, al punto da prendere nota di qualsiasi cosa dicano i campioni stranieri, e sono di una squisita bontà. Emblematico quello che capita al brasiliano Jorginho in un match tra Kashima Antlers e Shimizu S-Pulse: dopo aver spinto un avversario si vede arrivare incontro un altro giocatore della squadra rivale che, anziché litigare con lui, gli chiede un autografo. Per i vari allenatori europei e sudamericani che arrivano nella J.League l’approccio con la realtà è sconvolgente.

Ma, dopo le difficoltà iniziali, riusciranno a far crescere i giapponesi e ad insegnar loro qualcosa: Arsène Wenger fa capire ai giocatori che, in una partita, devono ragionare con il proprio cervello e saper prendere l’iniziativa personale, Dunga invita i suoi compagni di squadra a giocare con maggior malizia e svela loro qualche trucco per trarre in inganno l’arbitro e guadagnarsi un rigore o una punizione. I giapponesi sono disposti ad imparare da chi ne sa meglio di loro e lo sanno fare piuttosto in fretta, si diceva. Risultato? Sfumata di un soffio la qualificazione ai Mondiali americani, la nazionale giapponese non manca ormai dal 1998 ed una di queste edizioni, quella del 2002, la gioca in casa. E poi c’è la vittoria nell’ultima Coppa d’Asia. E gli ingaggi di numerosi nipponici all’estero.

La qualificazione ai Mondiali in Francia fa da spartiacque: i giapponesi ritornano a sventolare la bandiera del loro paese, il ct Takeshi Okada esclude progressivamente Miura per puntare invece su un giovane di nome Hidetoshi Nakata. Idolatrato dalle ragazzine, è un personaggio che fa discutere: si colora i capelli, veste casual, litiga con i giornalisti, in campo grida ai compagni più anziani. Rompe, insomma, le regole più ferree della società. Ma è comunque lui il nuovo trascinatore della nazionale. Un segno dei tempi e della globalizzazione del calcio.

Nakata, il primo calciatore giapponese a imporsi a livello mondiale, contende la palla a Ronaldinho

TRA ALTI E BASSI

Prima dieci squadre, le storiche partecipanti all’anno zero della J.League. Poi dodici. Nella stagione successiva il numero aumenta a quattordici. Sale ancora: sedici. E infine diciotto. Con la contemporanea istituzione, nel 1999, della J.League Division 2, il campionato cadetto, destinato ad aprirsi a nuove compagini di stagione in stagione. È questo, forse, il dato che fotografa la crescita e la progressiva diffusione del calcio in Giappone. Ogni anno c’è almeno una nuova squadra che intende iscriversi, dal nulla oppure dalle categorie inferiori (la JFL, campionato semiprofessionistico che ha rilevato la JSL).

Il primo triennio è quello del grande boom: nel 1994, al secondo anno di attività, la media spettatori degli incontri è 19.598, primato ancora imbattuto. Segue un triennio di segno opposto, caratterizzato dal declino delle presenze negli stadi, dalla crisi finanziaria asiatica e da un iniziale disimpegno da parte degli sponsor (gli Yokohama Flügels falliscono e vengono inglobati all’interno dell’altra squadra cittadina, i Marinos). Ma sono anche anni in cui si sperimenta molto, fino a trovare la giusta formula, basata sul modello europeo, che prevede tre retrocessioni ed altrettanti avanzamenti e che assegna il titolo senza play-off.

Quando la J.League trova finalmente la sua stabilità, con la partecipazione fissa delle sue squadre alla AFC Champions League e la nascita delle prime rivalità tra tifosi, arrivano altri risultati soddisfacenti: cresce l’attenzione delle televisioni verso le partite. La media spettatori risale in entrambi i campionati, e nel 2009 il numero totale, tenendo conto delle due serie, delle varie coppe nazionali e delle partite della AFC Champions League, raggiunge quota 9.619.689: è record, a dispetto della crisi e nello stesso anno il Giappone riesce a piazzare ben quattro squadre in Champions League.

Rimane, tuttavia, un problema: il divario tra le due divisioni della J.League. Se nell’empireo del calcio nipponico la media spettatori rasenta quota 20mila, nel campionato inferiore è meno della metà (il picco rimane 7.895 nel 2003), nonostante l’ingresso di nuove squadre. Non va meglio sul piano economico-finanziario: mentre nella massima serie le vendite (biglietti, merchandising) viaggiano a buoni ritmi, nella categoria inferiore nessuno arriva a guadagnare più di 3 miliardi di yen.

Dopo la vittoria della nazionale (con il nostro Alberto Zaccheroni in panchina) in Coppa d’Asia, sulla nuova stagione della J.League si abbatte l’apocalittico terremoto dell’11 marzo. Il calcio si ferma e riprende il 23 aprile. Riprende con le lacrime agli occhi, ma riprende. Se il simbolo del paese è un sole che sorge, ad annunciare una nuova alba, un motivo ci sarà…

2011: il trionfo del Giappone di Zaccheroni nella Coppa d’Asia

LE ORIGINI DEI NOMI

Quando, nel 1993, la J.League vede la luce, una delle prime preoccupazioni è di dare un nuovo nome ad ogni squadra. Il modello di riferimento sono gli sport americani: ogni franchigia reca con sé il nome della città che rappresenta, così sarà pure in Giappone. Ed il campionario, che attinge dalle lingue europee, è vasto: animali di ogni genere, stelle e costellazioni, piante e persino agenti atmosferici.

A titolo di esempio: una delle squadre protagoniste della J.League è il Nagoya Grampus. Grampus è il sostantivo in latino di un genere di delfino: spesso, con questo termine, viene designata l’orca, tant’è che la mascotte della squadra di Nagoya è proprio il caratteristico cetaceo bianco e nero.
Altra squadra popolare è quella degli Yokohama F. Marinos: alla denominazione originaria – “marinai” in spagnolo – è stata poi affiancata l’iniziale del nome di quella che un tempo era l’altra squadra della città, i Flügels. Parola tedesca che significa “ala”, il nome era un riferimento alla All Nippon Airways, inizialmente proprietaria della società.

Sebbene l’antica Roma ed il Giappone non siano mai venuti a contatto, sono presenti nomi latini: è il caso dell’Albirex Niigata, i cui dirigenti scelsero di combinare la stella Albireo della costellazione di Orione con la parola con cui i romani chiamavano il loro re.
Tra le squadre retrocesse in J. League 2 troviamo, poi, lo Shonan Bellmare, dove militava Hidetoshi Nakata prima di arrivare in Italia: Bellmare è una fusione tra l’aggettivo “bellum” ed il sostantivo “mare”.

Se non è latino, comunque, si tratta pur sempre di lingue romanze. Una delle più popolari è quella spagnola: diversamente da ciò che si potrebbe immaginare, il Cerezo Ōsaka non trae ispirazione dall’ex calciatore di Roma e Sampdoria bensì dall’omonima parola che indica il ciliegio, simbolo della città. Animali protagonisti con l’Avispa (vespa) Fukuoka e l’Omiya Ardija (scoiattolo).
Meno presente, invece, il francese: da segnalare la neopromossa Ventforet Kōfu, connubio dei termini “vent” e “forêt” utilizzato per rendere omaggio ad un grido di battaglia di FuuRinKaZan.

Spazio addirittura al sanscrito con il Kyōto Sanga: quest’ultima è una parola con cui vengono designate le diverse congreghe all’interno della religione buddhista, fortemente radicata proprio nell’antica capitale. Ma ciò che sorprende maggiormente è la presenza capillare di nomi italiani, come suggeriscono Fagiano Okayama, Gamba Ōsaka e Montedio Yamagata. Alcuni suonano bizzarri, vedi Giravanz – strana unione di “girasole” con “avanzare” (sic) – Kitakyushu e Roasso – “rosso” e “asso” – Kumamoto, che ha per simbolo un cavallo rampante, chiara allusione alla Ferrari. Clamoroso, infine, il caso del Kawasaki Frontale: per noi italiani sarebbe più facile ricondurlo all’immagine di un incidente in moto, anziché al nome di una squadra calcistica…

Una formazione del Kawasaki Frontale: un nome, un programma….

CAMPIONI

In principio fu Gary. E poi vennero, mano a mano, tutti gli altri. Quando, nel 1992, Gary Lineker decide di tentare l’avventura in Estremo Oriente, per tutto il Giappone è un evento storico: è
lui il primo straniero della J.League, il neonato campionato professionistico. L’attaccante di Sua Maestà, celebre per non aver mai ricevuto un cartellino che fosse uno in tutta la sua carriera, è indubbiamente il vero colpo di mercato del Nagoya Grampus Eight che lo ha ingaggiato a suon di yen. Ma non è l’unico grande nome transitato dalla J.League. Anzi: Lineker può ritenersi in buona compagnia.

Poco dopo il suo arrivo al Nagoya, infatti, il Kashima Antlers si assicura un’altra grande icona calcistica degli anni Ottanta: Zico. Al fantasista brasiliano, che segna uno spettacolare gol di tacco in acrobazia in un match della Coppa dell’Imperatore e allenerà poi la nazionale nipponica dal 2002 al 2006, è stata dedicata, addirittura, una statua fuori dello stadio degli Antlers.

Ma l’ex fantasista dell’Udinese è solo il primo di una lunga serie di brasiliani che finiranno a giocare in Giappone. E si tratta, in molti casi, di nomi altisonanti: arrivano via via campioni del mondo quali Bebeto (Kashima Antlers), il futuro ct della nazionale Dunga (Júbilo Iwata), l’attuale tecnico interista Leonardo (Kashima Antlers) e Gilmar Rinaldi (Cerezo Ōsaka), terzo portiere nel 1994 e oggi procuratore di Adriano.

Si segnalano infine un giovane Márcio Amoroso, che partecipa al rinomato Torneo di Viareggio in forza al Verdy, il fratello di Ronaldinho Roberto Assis, Edmundo ed un Careca ormai ben avviato sul viale del tramonto. Dalla vicina Argentina sbarcano Ramón Diaz e Hugo Maradona, fratello di Diego.

Gli europei? In J. League giungono da ogni angolo del Vecchio Continente, dall’ex URSS Alejnikov e Protasov alla Germania unificata Buchwald e Littbarski. Ci sono vecchie conoscenze del calcio italiano, tra oggetti misteriosi – Tomislav Erceg, ex attaccante di Ancona e Perugia, e l’eterno infortunato Paulo Futre, passato da Reggiana e Milan – e campioni indiscussi come Michael Laudrup e Stoičkov.

Soprattutto, non mancano gli italiani: se più o meno tutti ricordano l’avventura nel Sol Levante di Daniele Massaro nello Shimizu SPulse e di Totò Schillaci nel Júbilo Iwata, meno noto nel nostro paese è il nome di Giuseppe Zappella, cresciuto nelle giovanili del Milan prima di trasferirsi agli Urawa Red Diamonds.

Di rilievo pure gli allenatori stranieri che vantano un’esperienza in J. League: lo stesso Zico allena i Kashima Antlers dopo il ritiro dal calcio giocato. Arsène Wenger, prima di iniziare il suo lungo corso all’Arsenal, guida il Nagoya Grampus. Anche tra i tecnici spopolano i brasiliani, vedi Toninho Cerezo (Antlers), Émerson Leão (SPulse) e Luiz Felipe Scolari (Júbilo). Impossibile, infine, non menzionare il serbo Dragan Stojković, ieri giocatore ed oggi tecnico del Nagoya, il portoghese Carlos Queiroz (anche lui al Nagoya) e l’argentino Osvaldo Ardiles, alla guida di SPulse, Yokohama Marinos e Tōkyō Verdy. Senza dimenticare, naturalmente, Alberto Zaccheroni alla guida della Nazionale giapponese.