La storia della Coppa America

Argentina, Uruguay, Brasile e Cile. Sono queste quattro nazionali a dare vita, dal 2 al 17 luglio 1916, al primo Campeonato Sudamericano de Fútbol. Il primo di una storia centenaria


Prima Parte

Nel 1916 su un totale di 23 Federazioni affiliate alla FIFA ben 19 sono europee e solo due sudamericane. Tuttavia, mentre nel Vecchio Continente l’attività sportiva registra, a causa del conflitto mondiale, una brusca frenata, sulle sponde del Rio de La Plata fervono le iniziative. E proprio il 1916, centenario dell’indipendenza dell’Argentina, è la data ideale, secondo il dirigente uruguayano Héctor Rivadavia Gómez, per dare vita a un torneo di calcio e contestualmente creare la CSF (Confederación sudamericana de fútbol ), con la partecipazione, in origine, di Argentina, Uruguay, Brasile e Cile. Sono queste quattro nazionali a dare vita, dal 2 al 17 luglio 1916, al primo Campeonato Sudamericano de Fútbol: lo vince l’Uruguay, anche se la Coppa America sarà materialmente assegnata a partire dall’edizione successiva.

Nomi poco conosciuti partecipano a questo primo torneo continentale. La curiosità è Isabelino Gradin, mezzala sinistra dell’Uruguay, che rappresenta un bell’esempio di atleta bivalente: gioca bene a calcio ed è campione sudamericano di atletica leggera sui 400 metri piani. La vera Coppa America, fabbricata in una gioielleria di Buenos Aires e costata 3000 franchi svizzeri, entra in palio l’anno dopo, 1917, nel torneo disputato in Uruguay. È ancora l’Uruguay a laurearsi campione sudamericano e questa volta, assente Gradin, la stella si chiama Héctor Scarone: suo il gol vincente nell’ultima partita contro l’Argentina. Scarone, attaccante dalle straordinarie doti tecniche, trascinerà poi l’Uruguay alla vittoria nelle Olimpiadi del 1928 e nei Mondiali del 1930 e tenterà l’avventura europea nelle file del Barcellona e dell’Inter (stagione 1931-32), dove il suo compagno Giuseppe Meazza lo definirà “il migliore giocatore del mondo”.

Nel 1919 ‒ con le quattro partecipanti di sempre, Argentina, Uruguay, Brasile e Cile ‒ la Coppa approda in Brasile. A Rio de Janeiro il torneo termina con Uruguay e Brasile a pari punti: decisivo nello spareggio il gol del centravanti brasiliano Arthur Friedenreich, il primo grande campione del calcio verdeoro. Mulatto dagli occhi verdi, maestro nel dribbling, fortissimo nel gioco aereo, Friedenreich nei vent’anni della sua carriera mette a segno, secondo le statistiche dell’epoca, lo straordinario numero di 1329 reti, cifra a cui nel mondo si è avvicinato soltanto Pelé. La scarpetta del gol vincente sull’Uruguay è rimasta esposta diversi anni nella vetrina di un negozio nella calle Ouvidor di Rio de Janeiro.

Tre protagonisti delle prime edizioni della Coppa. Da sinistra, Isabelino Gradin, Héctor Scarone e Arthur Friedenreich

Dal 1920 al 1927 la Coppa America si disputa a cadenza annuale. Nel 1921 l’Argentina iscrive per la prima volta il suo nome nell’albo d’oro, terminando il torneo a punteggio pieno (vittorie su Brasile, Uruguay e Paraguay) e senza incassare reti. L’autore del gol vincente nella decisiva gara con l’Uruguay, il centravanti Julio Libonatti, a fine partita viene portato in trionfo dai tifosi festanti, a Buenos Aires, per 4 km, dallo stadio di Barracas alla centralissima Plaza de Mayo. Poi per Libonatti, primo calciatore sudamericano a trionfare in Europa, verranno le tante soddisfazioni della sua carriera italiana: 284 partite e 164 gol con le maglie di Torino e Genoa, uno scudetto in granata, 17 presenze e 15 reti nella nazionale italiana.

Dalle prime 14 edizioni emerge chiarissimo il dominio del fútbol rioplatense: sette successi dell’Uruguay, cinque dell’Argentina e due del Brasile. Di conseguenza a brillare sono soprattutto le stelle di Uruguay e Argentina. Nella “Celeste”, la nazionale uruguayana, fanno epoca il Gran Capitan e difensore centrale José Nasazzi, il goleador Pedro Petrone, che confermerà le sue doti di cannoniere anche in Italia, nella Fiorentina, e José Leandro Andrade, soprannominato maravilla nigra, centrocampista difensivo dalle sopraffine doti tecniche. L’Argentina mette in mostra un portiere, Américo Tesoriere, basso di statura ma dai riflessi straordinari, e due giocatori, il centromediano Luis Monti e l’ala sinistra Raimundo Orsi, protagonisti nel successo del 1927, che faranno la fortuna della Juventus negli anni Trenta.

Con l’edizione del 1939 si interrompe la tripla egemonia Uruguay-Argentina-Brasile. Il merito è del Perù, che per la terza occasione organizza la Coppa in casa e per la prima volta la vince. Sulla panchina peruviana siede l’inglese Jack Greenwell, unico allenatore di scuola europea a conquistare il titolo americano. Teodoro “Lolo” Fernández, con sette gol, è il capocannoniere della manifestazione e la stella di un Perù degno vincitore. L’edizione 1939 segna anche il debutto del centrocampista uruguayano Obdulio Varela, per quindici anni pilastro della Celeste. Nel 1941 esordisce invece il portiere cileno Sergio Livingstone (figlio di Juan, arbitro della finale Argentina-Uruguay del 1917), che ancora oggi detiene il record di presenze in Coppa America: 34, distribuite nelle edizioni che si svolgono tra il 1941 e il 1953.

Il Perù che nel 1939 si aggiudica la sua prima Coppa America

 

Seconda Parte

La guerra che insanguina l’Europa non ferma la Coppa America. Nel 1945, anzi, si gioca in Cile una delle edizioni dai contenuti tecnici più spettacolari. La sfida è tra i formidabili attacchi presentati da Argentina e Brasile: Mario Boyé, Norberto “Tucho” Méndez, René Pontoni, Rinaldo Martino e Felix Loustau contro Osmar Tesourinha, Thomaz Zizinho, Heleno de Freitas, Jair Pinto e Ademir de Menezes. Non a caso Argentina e Brasile chiudono il torneo con una media superiore ai 3 gol per partita. In classifica ha la meglio per un punto l’Argentina, che vince 3-1 il confronto diretto (tripletta di Méndez, artista del dribbling dal tiro potentissimo), ma gli applausi sono estesi anche ai vinti.

L’Argentina conquisterà nuovamente la Coppa nei due anni successivi, realizzando così un ciclo mai riuscito ad altre nazionali. Proprio nel 1947 fa il suo debutto in campo internazionale un attaccante velocissimo e abile a giostrare in tutte le zone del campo: si chiama Alfredo Di Stefano, all’epoca ha solo 21 anni e, partito come riserva, trova spazio solo perché il titolare Pontoni s’infortuna nel corso della seconda partita contro la Bolivia. Diventerà uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi.

Curiosamente, la Coppa America vinta alla vigilia dei Mondiali non porta mai alla conquista del titolo più prestigioso del calcio. Ne sa qualcosa il Brasile, che nel 1949 organizza il torneo in casa. Sono le prove generali dei Mondiali dell’anno successivo, e il Brasile, a distanza di ventisette anni dalla sua ultima conquista, si aggiudica la Coppa dopo lo spareggio con il Paraguay, che aveva vinto 2-1, proprio contro il Brasile, l’ultima partita del girone per poi perdere 7-0 nella sfida decisiva. La rinuncia dell’Argentina e un Uruguay ridotto a una squadra di riserve, a causa dello sciopero dei suoi migliori calciatori, facilitano forse il Brasile, che segna il record storico dei gol all’attivo (39 in sette partite, più sette nello spareggio), ma che di lì a qualche mese andrà incontro alla più grande delusione sportiva della sua storia: la sconfitta nei Mondiali organizzati in casa e vinti dall’Uruguay.

Il Brasile 1949 rivince la Coppa America 27 anni dopo il suo ultimo successo

Dopo l’impresa del Perù nel 1939, è un’altra “piccola”, il Paraguay, ad aggiudicarsi l’edizione del 1953, che si disputa in Perù senza la partecipazione dell’Argentina, dissanguata dall’esodo dei suoi migliori calciatori, dopo il lungo sciopero del 1948. Nel Paraguay, che batte il Brasile 3-2 allo spareggio, rifacendosi così dell’umiliazione subita quattro anni prima, gioca come difensore Heriberto Herrera, qualche anno dopo apprezzato tecnico in Italia e in Spagna. Il Brasile comincia a costruire la grande squadra che vincerà i suoi primi Mondiali in Svezia nel 1958: sulle fasce agiscono Djalma e Nilton Santos, il regista è Waldir Didí, in attacco fa faville il futuro fiorentino Julio Botelho, “Julinho”.

Gli anni Cinquanta sono comunque caratterizzati da un ritorno del calcio rioplatense: dopo il Paraguay, vincono tre volte l’Argentina e due l’Uruguay. L’edizione dal più alto livello tecnico è senza dubbio quella del 1957: nel Brasile, oltre ai Santos e a Didí, ci sono anche Manuel Garrincha e Dino Sani. Ma è l’Argentina, che conquista la Coppa, a mettere in vetrina i talenti più interessanti. Tra i pali, Rogelio Domínguez si guadagna a fine torneo un contratto con il Real Madrid. Il ricco calcio italiano si assicura invece gli attaccanti Humberto Maschio, Antonio Valentín Angelillo ed Enrique Omar Sivori, un trio ribattezzato los angeles de las caras sucias (“gli angeli dalla faccia sporca”). Sotto la regia del procuratore di origini italiane, Felix Latronico, Maschio e Angelillo approdano all’Inter di Angelo Moratti, mentre Sivori va alla Juventus della famiglia Agnelli, e la sua squadra d’origine, il River Plate, proprio grazie ai proventi della sua cessione, può finalmente completare il secondo anello dello stadio Monumental.

L’Argentina, grande favorita ai Mondiali del 1958, vede però ridimensionate le sue ambizioni a causa del trasferimento in Europa dei suoi quattro assi, che non saranno convocati. Così dalla Svezia arriva puntuale la notizia del tonfo di una Selección modesta e disabituata al confronto con le grandi scuole europee (clamorosa la sconfitta per 6-1 contro la Cecoslovacchia). Per la prima volta nella storia, si laurea campione del mondo il Brasile, una squadra cresciuta e collaudata nelle ultime edizioni della Coppa America e che, inoltre, presenta il diciassettenne Pelé.

1957: è la volta dell’Argentina del trio Sivori-Maschio-Angelillo

I campioni del mondo del Brasile sono attesi nel 1959 alla conferma continentale. Con Pelé, Didí, Garrincha, Mario Zagalo, Djalma Santos sono presenti quasi tutti i migliori del trionfo svedese, ma la vittoria finale va all’Argentina con una Selección rinnovata per dieci undicesimi (unico superstite il giocoliere di fascia Oreste Corbatta) rispetto a quella vittoriosa due anni prima. Per il Brasile la magra consolazione della piazza d’onore, per Pelé l’unica partecipazione a una Coppa America, impreziosita dal titolo di capocannoniere (otto gol segnati in sei partite). Il 1959 è anche l’anno della doppia Coppa America. In passato, a parte la prima edizione (semplice Campionato sudamericano senza coppa in palio), si erano giocate altre cinque edizioni definite “straordinarie”, che non assegnavano cioè il trofeo.

Mai però era successo di giocare due volte nello stesso anno, come accade invece nel 1959 quando, oltre alla “classica” Coppa America, disputata in Argentina e vinta dai padroni di casa a cavallo tra marzo e aprile, arriva a dicembre una seconda edizione, organizzata dall’Ecuador per festeggiare l’inaugurazione dello stadio Modelo di Guayaquil. Rispetto alle sette squadre impegnate nel torneo nelle ultime occasioni, solo cinque nazionali partecipano in Ecuador: oltre ai padroni di casa, Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay. Piuttosto modesto comunque il livello tecnico, con le nazionali più rappresentative schierate con formazioni sperimentali. La nota più interessante è l’affermazione a livello internazionale di Alberto Spencer, all’epoca appena ventiduenne, miglior calciatore nella storia dell’Ecuador, centravanti agile e potente, idolo poi per più di un decennio del Peñarol di Montevideo e detentore del record di gol in Coppa Libertadores (54).

Terza Parte

Gli anni Sessanta sono piuttosto bui per il prestigio della Coppa America. Nel 1963 si gioca in Bolivia e i padroni di casa, anche grazie ai vantaggi derivanti dall’abitudine a giocare in altura ai 3600 metri di La Paz, conquistano per la prima e unica volta il trofeo. Ma le regine del Sud America snobbano l’evento: l’Uruguay non partecipa, il Brasile manda una rappresentativa minore, l’Argentina invia una squadra sperimentale. Va un po’ meglio nel 1967 in Uruguay, dove comunque il Brasile non è presente. Si rinnova così lo storico duello tra Uruguay e Argentina, che vede trionfare i padroni di casa (1-0, con gol di Pedro Rocha nell’ultima partita), tra i quali spicca il grintoso Julio Montero Castillo, padre del futuro juventino Paolo. Per la prima volta partecipa alla Coppa il Venezuela (superando 3-0 la Bolivia e ottenendo la sua prima vittoria nella competizione), considerato la “Cenerentola” del Sud America, mentre nel Cile si mette in evidenza Elías Figueroa, difensore centrale completo, vincitore per tre volte consecutive del Pallone d’oro sudamericano.

Dopo l’edizione del 1967, la Coppa America si interrompe per otto anni (il più lungo intervallo della sua storia). Torna nel 1975, con tre importanti novità: per la prima volta vi partecipano tutte le dieci nazionali iscritte alla CSF; la formula, ancorata dalla nascita al girone unico con eventuale spareggio in caso di parità, cambia e prevede tre gironi di tre squadre, con gare di andata e ritorno e promozione delle prime classificate, cui si aggiunge la squadra campione in carica per la disputa delle semifinali; viene a cadere la sede fissa, poiché la formula della doppia gara la rende superflua.

Tornano a fare sul serio anche le tre “grandi” del Sud America, che si ripresentano tutte con squadre degne della loro fama. Il sorteggio mette nello stesso girone l’Argentina, che prepara con Luis César Menotti l’avventura del Mundial di tre anni dopo, e il Brasile, che si qualifica vincendo lo scontro diretto nonostante la travolgente vittoria argentina sul Venezuela (11-0, con ben sette marcatori diversi, anche se resiste il record storico della Coppa stabilito sempre dall’Argentina nel 1942 con un 12-0 all’Ecuador). Accompagnano il Brasile in semifinale il Perù, la Colombia e l’Uruguay, detentore della Coppa.

Il Perù compie la storica impresa di vincere 3-1 in Brasile; la successiva sconfitta, 0-2, a Lima costringe allo spareggio, che premia il Perù, vittorioso poi anche in finale sulla Colombia, ma solo alla terza partita. È un Perù ricco di campioni: dal trequartista Teofilo Cubillas, gloria assoluta del calcio incaico, all’attaccante Juan Carlos Oblitas, dal valido Hugo Sotil, compagno di Johan Cruijff al Barcellona, al rapidissimo Geronimo Barbadillo, protagonista in seguito di buoni Campionati in Italia nelle file di Avellino e Udinese.

Quattro anni dopo l’Argentina, campione del mondo in carica, schiera una formazione sperimentale: l’esperto Daniel Passarella guida un gruppo di giovani, tra i quali il diciannovenne Diego Maradona che regala spettacolo. Ancora una volta Argentina e Brasile sono nello stesso girone e ancora una volta prevalgono i verdeoro, con una formazione che sarà la base di quella dei Mondiali di Spagna ’82: Leovigildo Junior, Arthur Zico, Paulo Roberto Falcão, Sócrates de Oliveira e Alexo Eder i nomi più importanti, che non bastano tuttavia a superare in semifinale l’ostinato Paraguay. In finale, contro il Paraguay, approda il Cile, dopo aver eliminato i campioni del Perù: come nel 1975, occorrono tre partite per laureare la squadra campione e al Paraguay (che nelle prime due gare aveva, rispettivamente, vinto per 3-0 e perso per 1-0) basta per regolamento lo 0-0, nello spareggio giocato a Buenos Aires, per conquistare la sua seconda Coppa America.

L’edizione del 1983 mette per la terza volta nello stesso gruppo eliminatorio Argentina e Brasile, e sono ancora i verdeoro a passare in semifinale nonostante il saldo negativo degli scontri diretti: a Buenos Aires vince l’Argentina, che spezza con un gol di Ricardo Gareca una tradizione negativa durata ben tredici anni, mentre al Maracaná l’incontro finisce 0-0. In semifinale l’Uruguay ha la meglio sul Perù, e il Brasile passa grazie al sorteggio dopo i due pareggi contro il Paraguay. La finale mette il Brasile di fronte all’Uruguay, che vince 2-0 in casa e impone il pari (1-1) fuori: due dei tre gol uruguayani portano la firma di calciatori che in seguito militeranno anche in Italia, Enzo Francescoli e Carlos Aguilera.

Si torna alla formula con sede fissa nel 1987. Paese organizzatore è l’Argentina, campione del mondo in carica. Dal punto di vista tecnico sarà una delle migliori edizioni degli ultimi decenni: Maradona e Claudio Caniggia nell’Argentina, Romário e Antonio Careca nel Brasile, René Higuita e Carlos Valderrama nella Colombia, Ivan Zamorano nel Cile, Francescoli e Rubén Sosa nell’Uruguay, tutti giocatori di prima grandezza e di giovane età (Careca con 27 anni è il più vecchio, Caniggia e Zamorano con 20 i più giovani). L’Uruguay approfitta del suo status di campione in carica e accede direttamente alla semifinale, dove supera con un gol di Antonio Alzamendi i padroni di casa dell’Argentina. Un altro 1-0 nella finale contro il Cile basta alla Celeste per diventare per la tredicesima volta campione d’America. Proprio l’accesso diretto in semifinale per il detentore della Coppa, ritenuto privilegio eccessivo, costringe la CSF a ritoccare la formula, con le dieci squadre divise in due gruppi da cinque, e un girone finale a quattro.

Quarta Parte

Anche l’edizione del 1989, in cui il Brasile dopo quarant’anni torna a essere paese ospitante, è tecnicamente di rilievo. L’Argentina di Carlos Bilardo raccoglie attorno al genio di Maradona i giovani migliori: la Coppa America per Caniggia è una consacrazione, per Abel Balbo e Nestor Sensini il trampolino per cominciare una lunga e prestigiosa carriera nel calcio italiano. L’Uruguay presenta tutti i suoi campioni degli anni Ottanta, da Francescoli a Rubén Paz, da Rubén Sosa ad Aguilera. Nel Paraguay, rivelazione del torneo, si mette in luce, con il suo sinistro, il diciassettenne Gustavo Neffa: la Juventus di Boniperti ne acquista il cartellino e lo gira alla Cremonese, dove tuttavia il talento del giovane paraguayano rimarrà soffocato. Il Brasile si assicura il successo, quarant’anni dopo il suo ultimo trionfo in Coppa America.

L’allenatore della Seleção è Sebastiao Lazaroni ‒ futuro tecnico della Fiorentina ‒ e il suo lavoro comincia tra mille difficoltà. Il Brasile gioca il girone eliminatorio al Nord, a Salvador de Bahia, e la tifoseria locale non accetta la mancata convocazione dell’attaccante Fabian Charles, idolo assoluto della torcida bahiana. Lazaroni però ha fiducia nella coppia formata da Romário e Bebeto e il 16 luglio ‒ con l’1-0 nell’ultima e decisiva partita contro l’Uruguay ‒ proprio un gol di Romário regala al Brasile la Coppa; Bebeto è capocannoniere del torneo con sei reti. La squadra di Lazaroni è in sostanza la stessa che cinque anni più tardi conquisterà negli Stati Uniti il suo quarto titolo mondiale: oltre al tandem offensivo Bebeto-Romário, infatti, altri cinque protagonisti di quella Coppa giocheranno da titolari nella finale del 1994 contro l’Italia: il portiere Taffarel, i difensori Aldair e Branco, i centrocampisti Dunga e Mazinho.

L’edizione del 1991 è organizzata dal Cile e conferma la formula di successo inaugurata due anni prima. Delle quattro nazionali approdate alla fase finale nel 1989 si confermano solo Argentina e Brasile (allenato da Paulo Roberto Falcão), che si giocano la vittoria con Cile e Colombia. Quella che si trova tra le mani Alfio Basile, successore di Bilardo, è un’Argentina orfana di Diego Maradona, squalificato perché trovato positivo alla cocaina in Napoli-Bari del 17 marzo 1991. Sono pochi i superstiti della squadra arrivata seconda, l’anno prima, ai Mondiali disputati in Italia, ma il portiere Sergio Goycochea e l’imprevedibile attaccante Caniggia garantiscono il loro importante contributo; saranno determinanti anche i gol di un centravanti sconosciuto alle platee europee, Gabriel Batistuta, e la grinta del centrocampista Diego Simeone. Proprio la coppia d’attacco Caniggia-Batistuta sarà considerata l’arma decisiva dell’Argentina: Caniggia conferma le sue doti di tecnica e velocità, Batistuta, capocannoniere con sei reti, si mette in luce per la potenza del proprio destro e la precisione nel colpo di testa. La sua brillante performance in Coppa America suscita l’interesse della Fiorentina, che lo acquista dal Boca Juniors per 6 miliardi di lire.

Nel 1993, un altro ritocco alla formula. Alle dieci nazionali affiliate alla Federcalcio sudamericana si aggiungono “a inviti” altre due squadre; si formano così tre gironi di quattro squadre e le prime due di ogni girone più le due migliori terze classificate accedono alla fase successiva. Poi, sempre con partita unica, semifinali e finali. In Ecuador si conferma campione l’Argentina di Basile, che rispetto a due anni prima ha perso Caniggia ‒ anche lui positivo alla cocaina dopo Roma-Napoli del 21 marzo 1993 ‒ e presenta, come regista, il centrocampista Fernando Redondo. Batistuta brilla un po’ meno rispetto all’edizione cilena, ma è comunque decisivo con la doppietta nella finale contro il Messico, squadra debuttante nella manifestazione e sorpresa positiva del torneo. Deludente invece il Brasile, che non arriva neppure tra le prime quattro. Fondamentale per il successo argentino anche il portiere Goycochea che conferma la sua abilità nel neutralizzare i calci di rigore, già mostrata in occasione dei Mondiali del 1990 contro Jugoslavia e Italia. Goycochea consente alla sua squadra di superare, proprio ai rigori, il Brasile, nei quarti, e la Colombia, in semifinale. Storico per il calcio venezuelano, il meno nobile del Sud America, il titolo di capocannoniere vinto con quattro reti da José Luis Dolgetta.

La Coppa America 1995 è invece targata Uruguay, paese organizzatore e vincitore del trofeo. Nella finale contro il Brasile, l’1-1 sul campo porta ai tempi supplementari e ai rigori, e la parata di Fernando Alvez sul tiro di Humberto Tulio regala la vittoria all’Uruguay. Sorprendente il quarto posto degli USA, che nel girone eliminatorio sconfiggono per 3-0 l’Argentina. La partecipazione dell’Argentina, allenata da Passarella, è assolutamente deludente: funziona solo la coppia d’attacco, con i tre gol di Balbo e i quattro di Batistuta.

Il 1997 vede il trionfo del Brasile di Ronaldo. Proprio in Bolivia, paese ospitante, si decide il trasferimento del centravanti brasiliano dal Barcellona all’Inter, per 50 miliardi di lire, ma Ronaldo non si lascia distrarre dalle voci di mercato. Trascina il Brasile, con ben cinque gol, alla vittoria e forma con Romário una coppia da sogno. In finale la Seleção batte per 3-1 i padroni di casa, chiudendo il torneo con sei vittorie in sei partite. Ancora una volta una nazionale “invitata” si classifica tra le prime quattro: si tratta del Messico, terzo, che inoltre esprime, con Luis Hernández, il capocannoniere del torneo (sei gol). Delude invece il calcio rioplatense: l’Uruguay non arriva neppure ai quarti di finale, l’Argentina (che presenta una squadra sperimentale) è eliminata nei quarti dal Perù.

Quinta Parte

L’edizione del 1999, disputata in Paraguay, è ancora appannaggio del Brasile, che come due anni prima vince tutte e sei le partite e in finale supera per 3-0 l’Uruguay, con due gol di Rivaldo e uno di Ronaldo. Il portiere Nelson Dida, futuro milanista, incassa solo due gol, a centrocampo Emerson, futuro romanista, dirige le operazioni. Ma sono proprio Rivaldo e Ronaldo le stelle verdeoro e sono loro a vincere, con cinque reti, la classifica cannonieri: per Rivaldo è la definitiva consacrazione a livello internazionale, per Ronaldo il riscatto dopo i Mondiali francesi, per lui più ricchi di ombre che di luci. Ancora una volta positivo il rendimento del Messico, terzo classificato, e deludente quello dell’Argentina, in campo con molte riserve. Eliminata nei quarti dal Brasile, la Selección diretta da Marcelo Bielsa riesce a battere un record negativo: il 4 luglio il suo centravanti Martin Palermo sbaglia nella gara contro la Colombia (persa alla fine 3-0) tre calci di rigore.

Decisamente tormentata l’edizione 2001, organizzata in Colombia e in un primo tempo sospesa per motivi di ordine pubblico (minaccia di sequestri da parte di gruppi terroristici in guerra con lo Stato). Una volta deciso il regolare svolgimento, giunge però la defezione dell’Argentina, mentre Brasile e Uruguay si presentano con formazioni di secondo piano. Modesto quindi il contenuto tecnico, ma di rilievo la vittoria dei padroni di casa nella finale contro il Messico (decisivo il gol del difensore dell’Inter Ivan Cordoba per il primo successo della Colombia in una competizione internazionale) e il terzo posto dell’Honduras, invitato in extremis al posto dell’Argentina.

La Coppa America 2004 viene organizzata per la sesta volta in Perù e le due invitate sono entrambe membri CONCACAF: Costa Rica e Messico.Confermata la formula delle edizioni precedenti, le prime due del gruppo A sono Colombia e Perù; dal gruppo B si qualificano Messico, Argentina e Uruguay, mentre dal gruppo C avanzanp Paraguay, Brasile e Costa Rica. La Nazionale di casa viene poi eliminata dall’Argentina con gol di Carlos Tévez; la Colombia passa il turno superando per 2-0 con la Costa Rica, e l’Uruguay sconfigge per 3-1 il Paraguay. Per ultimo il Brasile domina per 4-0 il Messico, finalista della precedente edizione, Le semifinali vedono Argentina e Brasile passare alla finalissima, con Colombia e Uruguay a disputarsi il terzo posto. Parreira, CT del Brasile convoca per il torneo diversi giocatori di seconda fascia, decidendo di risparmiare i suoi migliori elementi per le concomitanti qualificazioni al Mondiale 2006. Al contrario l’Argentina, guidata da Marcelo Bielsa, vede in rosa molti giocatori affermati cone Zanetti, Tevez e Mascherano. Durante la finale, l’Argentina mostra un maggior controllo del gioco e si ritrova in vantaggio all’87’ per 2-1 con Delgado. Ma i biancocelesti sono raggiunti al 90′ da una rete di Adriano per poi perdere la Coppa ai rigori.

L’edizione 2007 si tiene in Venezuela, per la prima volta nella storia del torneo. Gli sport più praticati e seguiti in Venezuela sono pallacanestro e baseball, con il calcio in secondo piano; ma il presidente Hugo Chávez mette a disposizione cifre ingenti per l’organizzazione del torneo, affinché le strutture e la copertura mediatica siano adeguate all’evento. Le due Nazionali invitate sono Messico e Stati Uniti. Alla fine della fase a gironi le Nazionali qualificate sono Venezuela (che per la prima volta supera il primo turno), Perù, Messico, Brasile, Argentina e Paraguay, più le migliori terze Uruguay e Cile. Le semifinali vedono sfidarsi Brasile-Uruguay e Argentina-Messico. Ai tiri di rigore il Brasile supera gli uruguaiani, mentre l’Argentina sconfigge il Messico per 3-0. La finalissima di Maracaibo vede nettamente favorita l’Argentina dei fuoriclasse sul Brasile “operaio” e invece la Seleçao di Carlos Dunga riesce nell’impresa di conquistare l’ottava Copa America della storia verdeoro. Il Brasile senza la classe di campioni come Kakà, Ronaldinho, Ronaldo e Adriano giocato un calcio meno spettacolare riespetto alla tradizione ma domina l’Argentina giocando una gara all’italiana, fatta di raddoppi, di corsa e di contropiede. L’Argentina nonostante il talento cristallino di Messi, di Riquelme e Veron e di Tevez non riusce ad imporre il proprio gioco al Brasile e fallisce l’ennesima grande occasione contro i rivali di sempre nella Gran Final.

La Coppa America 2011 torna a essere disputata in Argentina: con l’edizione 2007 in Venezuela si è completata infatti la rotazione, iniziata nel 1987, che porta tutti i paesi affiliati alla CONMEBOL a organizzare la competizione. Il Giappone, Nazionale asiatica invitata al torneo insieme al Messico, deve rinunciare in seguito al disastroso terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011; al suo posto partecipa la Costa Rica. Le due principali protagoniste Argentina e Brasile vengono eliminate già ai quarti e nel lotto delle prime quattro giungono a soprpresa Uruguay, Paraguay, Perù e Venezuala.  A trionfare è l’Uruguay, alla sua quindicesima Coppa America, superando con un netto 3-0 il Paraguay (reti d Suarez e doppietta di Forlan) diventando cosi la nazionale più titolata del Sudamerica. Una vittoria per una squadra che, con il quarto posto ai Mondiali in Sudafrica del 2010, aveva già gettato le basi per il trionfo e per il “Mago” Tabarez, vera e propria istituzione dalle parti di Montevideo.

 

Sesta Parte

ALBO D’ORO

Edizione

Vincitore

2° posto

3° posto

1916 – Argentina Uruguay Argentina Brasile
1917 – Uruguay Uruguay Argentina Brasile
1919 – Brasile Brasile Uruguay Argentina
1920 – Cile Uruguay Argentina Brasile
1921 – Argentina Argentina Brasile Uruguay
1922 – Brasile Brasile Paraguay Uruguay
1923 – Uruguay Uruguay Argentina Paraguay
1924 – Uruguay Uruguay Argentina Paraguay
1925 – Argentina Argentina Brasile Paraguay
1926 – Cile Uruguay Argentina Cile
1927 – Perù Argentina Uruguay Perù
1929 – Argentina Argentina Paraguay Uruguay
1935 – Perù Uruguay Argentina Perù
1936/37 – Argentina Argentina Brasile Uruguay
1939 – Perù Perù Uruguay Paraguay
1941 – Cile Argentina Uruguay Cile
1942 – Uruguay Uruguay Argentina Brasile
1945 – Cile Argentina Brasile Cile
1946 – Argentina Argentina Brasile Paraguay
1947 – Ecuador Argentina Paraguay Uruguay
1949 – Brasile Brasile Paraguay Perù
1953 – Perù Paraguay Brasile Uruguay
1955 – Cile Argentina Cile Perù
1956 – Uruguay Uruguay Cile Argentina
1957 – Perù Argentina Brasile Uruguay
1959 – Argentina Argentina Brasile Paraguay
1959 bis- Ecuador Uruguay Argentina Brasile
1963 – Bolivia Bolivia Paraguay Argentina
1966/67 – Uruguay Uruguay Argentina Cile
1975 – Perù Colombia Brasile/Uruguay
1979 – Paraguay Cile Brasile/Perù
1983 – Uruguay Brasile Paraguay/Perù
1987 – Argentina Uruguay Cile Colombia
1989 – Brasile Brasile Uruguay Argentina
1991 – Cile Argentina Brasile Cile
1993 – Ecuador Argentina Messico Colombia
1995 – Uruguay Uruguay Brasile Colombia
1997 – Bolivia Brasile Bolivia Messico
1999 – Paraguay Brasile Uruguay Messico
2001 – Colombia Colombia Messico Honduras
2004 – Perù Brasile Argentina Uruguay
2007 – Venezuela Brasile Argentina Messico
2011 – Argentina Uruguay Paraguay Perù