ALESSANDRO CURLETTO
Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin

In un libro di Alessandro Curletto, la storia dello Spartak Mosca e la saga dei fratelli Starostin che fondarono la squadra più amata dagli operai russi e convinsero Stalin a organizzare una partita di calcio sulla Piazza Rossa


È stato breve il novecento dei quattro fratelli Starostin, se lo giudichiamo secondo il metro di Eric Hobsbawm; incastrato – o incastonato – dentro gli stessi confini. Idealmente iniziato con la rivoluzione d’ottobre nel 1917, il secolo di Hobsbawm, nel 1922 con la prima partita della Krasnaja Presnja, quello dei fratelli Starostin; idealmente finito con l’ascesa al potere di Boris Eltsin l’uno, di poco sopravvissutale il secondo, finito invece con la morte – nel 1996, novantaquattrenne mancato per dieci giorni – del capostipite Nikolaj, figura ormai leggendaria del calcio sovietico e di quella irrequieta e pulviscolare realtà nella quale anche il calcio sovietico (come l’URSS) è stato frantumato poi.
Breve eppure lunghissimo è stato il secolo di Aleksandr, Andrej, Pëtr e Nikolaj Starostin, nati rispettivamente nel 1903, nel 1906, 1909 e nel 1902. Nella loro storia è riassunta – come nel più sta il meno, o come il privato sta al pubblico o i destini personali a quelli della Storia – la vicenda di un impero, di un’ideologia, della dissoluzione dell’uno e dell’altra. In più, la storia dei fratelli Starostin coincide con quella dello Spartak Mosca, di cui la Krasnaja Presnja era l’antenata.

Raccontare l’una significa raccontare l’altra, ed è quello che fa Mario Alessandro Curletto – docente di lingua e cultura russa presso l’Università di Genova – in questo libro piccolo, denso e bello appena pubblicato dal melangolo (Spartak Mosca – Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin, 158 pagine,Il Nuovo Melangolo Editore).
Dunque, i fratelli Starostin sono figli di un cacciatore delle tenute imperiali e di una casalinga; abitano a Mosca, nel quartiere Presnja. D’inverno, la Moscova gelata è il teatro di risse ritualizzate fra gli abitanti della Presnja e quelli del confinante quartiere Dorogomilov: combattimenti che durano dalla mattina alla sera, contenuti dentro regole precise come prescrizioni di un codice cavalleresco.

L’alternativa dei giovani moscoviti a questi combattimenti è il calcio. Il calcio è appena sbarcato in Russia, all’epoca delle risse sulla Moscova: a Pietroburgo la prima partita viene giocata nel 1898, a Mosca nel 1901. La passione calcistica dilaga velocemente di cortile in cortile, di spiazzo in spiazzo. E sono i fratelli Starostin a dotare la Presnja del primo vero e proprio campo da gioco, la Gorjucka. Dopo la rivoluzione d’ottobre e gli anni della guerra civile e del comunismo di guerra, la Krasnaja Presnja nasce dall’unione di tre nuclei famigliari: quello dei fratelli Starostin, dei cinque fratelli Artem’ev e dei tre fratelli Kanunninkov. Ed è subito romanzo e Vladimir Majakovskij le dedica versi futuristi: «In Russia anche a crepare squadra migliore della Krasnaja Presnja non puoi trovare».

Molto presto, la squadra diventa molto di più di una semplice squadra di quartiere: un po’ perché l’interesse verso il calcio cresce in tutto il Paese, un po’ perché nel calcio comincia a fare ingresso il professionismo, un po’ perché sul calcio cominciano pure a pesare le pressioni, le ingerenze e le istanze politiche, totalitarie non meno che sulla vita. Ma soprattutto perché è la squadra ad avere vocazione di grandezza. Nikolaj Starostin ha allora l’idea di creare una società polisportiva che possa competere alla pari con le già grandi e potenti squadre militari, come il CDKA (emanazione dell’Armata Rossa) o la Dinamo (del commissariato degli interni); e nel 1935 nasce così lo Spartak Mosca, all’alba di una notte trascorsa dai fratelli Starostin e da pochi amici in una stanza fumosa – come in una scena di Guerra e Pace – trascorsa a pensare e a fare proposte, a bocciarle e a vederle bocciare: Audacia, Fedeltà, Assalto, Vittoria. Spartaco è il nome del capo di un’epica rivolta di schiavi e lo Spartak è l’unica squadra istituita non dall’alto ma per spontanea iniziativa di un gruppo di amici, non dipende da dicasteri ma fa capo al Komsomol, l’Unione comunista della gioventù; la classe operaia di Mosca ne è fin dall’inizio la platea di tifosi più numerosa.

Nel 1936 la Piazza Rossa viene coperta da un enorme tappeto di feltro verde, sul quale la prima e la seconda squadra dello Spartak giocano una partita dimostrativa davanti a Stalin in persona. Nemmeno la Dinamo ha mai ottenuto tanto e nessuno potrebbe immaginare l’entusiasmo di Stalin, che la partita invece suscita: lo Spartak non è più solo la squadra amata dagli operai ma è adesso anche la squadra che ha imposto il calcio all’attenzione di Stalin ed emana appeal e fascino anche verso il mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo, nel quale del resto i fratelli Starostin sono attori a loro completo agio.

Ma ogni storia che aspiri alla leggenda ha le sue discese all’inferno. I funzionari invidiosi ed in particolare il famigerato Lavrentij Berija, responsabile diretto delle repressioni staliniane, capo dei servizi di sicurezza dal 1938, ex calciatore, viscerale appassionato di calcio e presidente, in virtù della sua carica, della Dinamo. E Berija fa e disfa come vuole: tutti e quattro i fratelli Starostin vengono arrestati nel 1942 e vengono torturati e processati. Ma nessuno di loro cede alle torture, ciascuno di loro potrà dire «tutto è perduto fuorché l’onore»; nessuno tradisce gli altri e l’esito del processo può essere soltanto – non riuscendo gli inquirenti a provare la commissioni di reati più gravi – la pena a dieci anni di lavoro forzato nei gulag per commesso reato di propaganda di sport borghese.

I dieci anni trascorrono veloci e lentissimi come un secolo e per tutto questo tempo i quattro fratelli rimangono separati. Il più fortunato è Nikolaj, conteso fra un gulag e l’altro e sollevato dalle espiazioni più severe purché faccia l’allenatore delle Dinamo locali, a lungo corteggiato addirittura dal figlio di Stalin. Ma tutti sopravvivono e tutti vivranno la loro seconda vita. Quella di Nikolaj sarà ancora la più fortunata e gloriosa: responsabile tecnico dello Spartak fino alla morte, riferimento di generazioni di allenatori e calciatori, indiscutibile e indiscussa pubblica autorità paterna.

Oggi i fratelli Starostin sono morti ma lo Spartak Mosca continua a vincere ed è anzi «un elemento unificante per le popolazioni di etnia russa al di là dei confini nazionali», come nota Curletto. Forse è proprio questo il senso di tutta questa storia, insieme allegra e triste, lunga e breve: il calcio sopravvive non solo alle persone ma anche alle ideologie, le supera e le trascende. In questo senso la storia dello Spartak Mosca è più lunga di qualunque secolo breve e non potrà essere incastrata dentro nessun confine, dentro nessun limite.

ALESSANDRO M. CURLETTO
Spartak Mosca. Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin
Il Nuovo Melangolo, 2005 – pp. 158