Stranieri dall’Uruguay: quel filo diretto con l’Italia

Dagli anni trenta ai giorni nostri un sottile filo diretto ha legato l’Uruguay e l’Italia. Da Fedullo a Forlan passando per Recoba e Montero, tutti gli assi oltre oceano hanno calcato a ondate la nostra serie A.


Negli anni tra il venti e il trenta del secolo scorso, l’Uruguay era senz’ombra di dubbio la prima potenza mondiale del calcio. Due ori olimpici nel 1924 a Parigi e nel 1928 ad Amsterdam, cioè nel cuore della vecchia Europa, quando il torneo dai cinque cerchi era un vero campionato del mondo. E poi il sigillo ufficiale nel 1930, nel mitico Centenario, lo stadio modello di Montevideo, all’inaugu- razione della competizione iridata. Logico quindi che gli avidi mercanti italiani puntassero dritti su quel calcio all’avanguardia, meno tecnico di quello argentino e meno funambolico di quello brasiliano, ma incomparabilmente più evoluto sotto il profilo tattico e inarrivabile per grinta e spirito di squadra.

Non era però così facile. Mentre in Argentina i figli degli emigranti sospiravano la patria lontana, in Uruguay (definita “la Svizzera del Sudamerica”) si viveva da signori, e i calciatori non cedevano alle lusinghe di ingaggi favolosi. Ad aprire la strada fu il Bologna, e il primo uruguaiano a giocare in Italia fu Francisco Fedullo, la cui storia meriterebbe un articolo a parte e che qui vedrò di sintetizzare

Francisco Fedullo, il primo uruguaiano in Italia

Il Bologna, come premio per lo scudetto del 1929, aveva ottenuto una crociera sul leggendario “Conte Rosso”, il piroscafo che collegava Genova al Sudamerica. Nel programma anche una tournée, per rientrare delle spese, che vide i rossoblù esibirsi contro l’invincibile Nazionale uruguagia e batterla, a sorpresa, con un gol del livornese Magnozzi, aggregato alla comitiva. I dirigenti ne profittarono per chiedere in giro di qualche oriundo disponibile al trasferimento in Italia ed ebbero buone referenze su Fedullo, rincalzo del grande Hector Scarone in Nazionale. Fedullo, però, declinò l’offerta.

Poco dopo, lo stesso Fedullo, dal carattere ombroso e spigoloso, colpì con un pugno l’arbitro dell’incontro che vedeva impegnata la sua squadra, l’Institusion di Montevideo, e fu squalificato a vita. Dopo il titolo mondiale conquistato nel 1930, l’Uruguay promulgò la grazia sportiva a Fedullo fu così perdonato, a un patto: che cambiasse aria. Si informò se l’offerta del Bologna fosse ancora valida e nel 1930 raggiunse l’Italia.

Era una mezzala completa, dalla lucida visione di gioco e dal tiro preciso. Vittorio Pozzo lo tenne d’occhio per la sua Nazionale, che preparava i Mondiali del 1934 in Italia, e nel 1932 lo fece debuttare a Napoli contro la Svizzera. Tre a zero per l’Italia, e tutti i gol segnati da Fedullo! Un debutto sensazionale. Alla fine, il commissario unico azzurro, che faceva anche il giornalista per “La Stampa” (altri tempi) intervistò il suo giocatore e gli chiese come avesse fatto a realizzare tre gol in una volta, lui che in campionato non era proprio un cannoniere. Fedullo, del cui carattere abbiamo già accennato, la considerò una presa in giro e mandò a quel paese il tecnico senza troppe perifrasi. Pozzo gli concesse un’altra amichevole, poi lo cancellò definitivamente dalla lista. E così si chiuse l’avventura azzurra di Fedullo, il debuttante più esplosivo di tutti i tempi.

Nel 1931 il Bologna completò la sua coppia di interni con un altro uruguaiano, Raffaele Sansone, l’ideale partner di Fedullo, che disputò ben undici campionati in rossoblù, e a fine carriera si sistemò nella città emiliana. Grande personaggio, formidabile allevatore di talenti, una miniera inesauribile di aneddoti.

Ormai le porte erano aperte. Nello stesso 1931, la Fiorentina si assicurò Pedro Petrone, l’artillhero, sensazionale uomo gol, che nel primo campionato segnò 25 reti in 27 partite, ma a metà del secondo (solo 12 gol in 17 gare) fece fagotto se ne tornò a casa. Non incantò il grande Scarone all’Inter mentre ancora il Bologna pescò il jolly con Michele Andreolo, uno dei più grandi centromediani metodisti di tutti i tempi. Giocò dal 1935 al 1950 e nel 1938 fu il perno difensivo dell’Italia di Vittoria Pozzo che vinse a Parigi il suo secondo, consecutivo titolo mondiale. Proverbiali i suoi lanci, un capolavoro di potenza e di precisione, così come i suoi micidiali calci piazzati.

Il contatto preferenziale che ormai il Bologna aveva stabilito con il calcio uruguaiano consentì al presidente Dall’Ara di mettere a segno un altro colpo da novanta, con l’ingaggio, nel 1938, di Ettore Puricelli, centravanti insuperabile nel gioco aereo (fu ribattezzato “testina d’oro”) che divise la sua carriera fra il Bologna e il Milan (dal 45 al 49), per poi chiudere in serie B col Legnano 136 gol in nove stagioni di serie A dicono le sue virtù. Puricelli si è poi distinto anche come tecnico intelligente e innovativo, memorabile il suo Vicenza, durante la presidenza di Giussy Farina.

Il Bologna "uruguaiano" del 1938/39: In piedi: Fedullo, Maini, Sansone, Biavati, Pagotto, Corsi. A sedere: Ferrari P., Reguzzoni, Andreolo, Puricelli, Ricci

Il Bologna “uruguaiano” del 1938/39: In piedi: Fedullo, Maini, Sansone, Biavati, Pagotto, Corsi.
A sedere: Ferrari P., Reguzzoni, Andreolo, Puricelli, Ricci

Dopo la guerra l’Uruguay riconquistò la leadership mondiale, vincendo a sorpresa nel 1950, nel regno del favoritissimo Brasile, il campionato del mondo della ricostruzione. Gli artefici di quella sensazionale impresa, che provoca decine di morti al Maracanà, furono Schiaffino e Ghiggia, interno il primo, ala il secondo. Juan Alberto Schiaffino, detto Pepe, un genio del calcio, accese i desideri di Gipo Viani, ma potè essere ingaggiato dal Milan soltanto nel 1954, dopo i Mondiali in Svizzera.

Aveva ormai trent’anni, ma giocò ancora otto stagioni ad altissimo livello, sei nel Milan e due nella Roma, e si ritagliò pure uno spazio nella Nazionale azzurra. Sempre inserito nelle classifiche “all time”, Schiaffino fu il maestro di Rivera e il modello per un’intera generazione di calciatori. Il suo senso tattico si univa a una tecnica raffinata e una naturale leadership in campo.

Alcides Ghiggia, un’aletta piccola e inafferrabile, arrivò alla Roma nel 1953 e vi rimase per otto campionati, conquistando lui pure la Nazionale. Un incubo per tutti i terzini, terrorizzati dal suo dribbling e dalle sue finte micidiali. In quegli Anni Cinquanta, altri uruguaiani importanti furono Julio Cesar Abbadie, ala in origine poi mezzala per necessità, idolo del Genoa, Walter Gomez, attempato centravanti del Palermo, Hector Demarco, decorso comprimario a Bologna e Vicenza, e il bollente José Garcia, sei anni a Bologna fra colpi di genio e frequenti scelleratezze.

Deluse Ernesto Vidal, Fiorentina, così come leggendari bidoni si erano rivelati nell’Inter, alla fine degli Anni Quaranta, Volpi, Zapirain e Pedemonte, sollecitamente rispediti al mittente. Col noto sentimento, i napoletani avevano invece perdonato le lacune tecniche a Luis La Paz, centravanti nerofumo arrivato dal Canelones.

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Declina l’Uruguay, nel panorama internazionale, e di conseguenza si affievolisce l’interesse degli importatori. Alla riapertura delle frontiere calcistiche, i primi due arrivi sono tutt’altro che incoraggianti: Jorge Caraballo, al Pisa, fa in tempo a giocare sette partite, prima del foglio di via; Waldemar Victorino, detto pocket-gol, eroe del Mundialito 81, tocca quota dieci (partite, gol zero) nel Cagliari.

Così di Uruguay non si parla sino al 1988, quando la Lazio pesca una coppia: Gutierrez non è granché, ma Ruben Sosa conquista fans a suon di gol. Vivrà all’Inter le sue stagioni migliori, con 36 reti in due anni. L’anno buono è il Novanta: il Cagliari fa tripletta, con l’onesto difensore Herrera, il collaudato fuoriclasse Enzo Francescoli e l’attaccante emergente Daniel Fonseca.

Anche l’Atalanta fa bingo, nel 1992, con Paolo Montero, difensore centrale impeccabile, che alla Juventus troverà la sua grande ribalta. Va meno bene al Genoa (89-90) con Ruben Paz e Perdomo, quest’ultimo ucciso da una battuta di Boskov (“può giocare solo in giardino col mio cane”) ma si rifanno ampiamente con Carlos Pato Aguilera: arrivato quasi come “buon peso” con gli altri due, si rivelò ottimo acquisto specie dopo il “matrimonio” calcistico con Skuhravy.

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A metà dei 90 il Vicenza pesca dal Penarol Marcelo Otero che fra alti e bassi riuscirà a ragranellare un centinaio di presenze e 37 reti. Ma il vero botto lo fa l’Inter con Alvaro Recoba. L’esordio del Chino è clamoroso con due splendide reti dalla distanza contro il Brescia. Anche il terzo gol segnato in quel campionato è spettacolare: un sinistro scagliato dalla fascia sinistra poco oltre la linea di metà campo in Empoli-Inter. Dopo una parentesi al Venezia nel 1999, ritorna in nerazzurro dove alterna grandi prestazioni a periodi di scarsa vena e col passare degli anni viene utilizzato sempre meno, a causa del suo rendimento discontinuo dovuto ai suoi frequentissimi infortuni. Chiude l’esperienza italiana con un grigio campionato nelle file del Torino.

Inaspettatamente proficua londata celeste che si è abbattuta on Italia dal 2005 ad oggi. Giocatori del calibro di Muslera, Abel Hernandez, Gargano, Walter Bogliacino, Diego Pérez e soprattutto due autentici campioni come Edinson Cavani e Diego Forlan sono riusciti a rinnovare l’antico legame che unisce il meglio del calcio uruguaiano al nostro campionato.

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