Tibet, il calcio giocato a quota 3700

Ci sono molti motivi per cui l’immensa Cina ha negli ultimi decenni cercato di integrare il Tibet annesso definitivamente nel 1959: sottopopolato, con immense risorse in parte inesplorate, ampie potenzialità economiche e turistiche, valvola di sfogo per una soverchiante popolazione in altre regioni, discarica per prodotti tossici e scorie nucleari. Anche per cercare di estirpare il buddhismo nella peculiare forma lamaista di cui il Dalai Lama è instancabile promotore, associandolo inevitabilmente con la causa di un Tibet indipendente.

Tuttavia, come altrove nel mondo con un successo a volte insperato, il Tibet potrebbe diventare anche “l’ultima frontiera” del calcio cinese, insieme vivaio di atleti e luogo di pratica in un territorio finora pressoché refrattario al pallone. A sponsorizzare un football tra le nuvole è la Pureland, azienda statale che esporta prodotti locali e acqua minerale. Dalla fondazione nel 2015 la Lhasa F.C. primo club con base nella Regione autonoma tibetana, ha tra i suoi scopi “istituzionali” quello di abbattere le barriere tra tibetani e immigrati cinesi, tra popolazione locale e la lontana capitale.

Una mossa con cui Pechino sta cercando ora di far dimenticare persecuzioni, devastazioni di templi e uccisioni di monaci che accompagnarono e seguirono per anni l’annessione e la fuga del Dalai Lama nell’esilio indiano. «Nessuna discriminazione nel club – conferma il centrocampista tibetano Luosang Sanzhu -. L’atmosfera è positiva». Al di là del trionfalismo a favore della stampa in visita nella sede affiancata da un campo curatissimo, si potrebbe dire che l’atmosfera è «rarefatta». Per quello che è pubblicizzato come «il più “alto club” calcistico al mondo», infatti, la limitata quantità d’ossigeno è un problema non da poco. Lo ricorda lo stesso Luosang, ex insegnante di educazione fisica che ha anche il ruolo di selezionatore. Se la squadra deve essere fautrice di unità e condivisione, a cadere è anzitutto la sua compagine.

Per i cinesi dell’etnia maggioritaria Han, provenienti da quote nemmeno misurabili, correre e dribblare a 3.700 metri sul livello del mare di Lhasa richiede qualcosa di più di preparazione e buona volontà. I regolamenti non prevedono (ancora) le bombole di ossigeno in campo e quindi il loro reclutamento è, come segnala con politica noncuranza Cidan Duoji, presidente della società, pure tibetano, “difficile”. Gli atleti a cui viene proposto un ingaggio «sono anzitutto preoccupati dei pericoli conseguenti all’altitudine», ovvero dalla prospettiva di affiancare a allenamenti e competizioni mal di testa, nausea, insonnia e stanchezza dovute alla carenza di ossigeno. Non a caso la squadra, che imperturbabile Cidan definisce «un centro di scambi culturali tra le due comunità», arruola soltanto il 10% di Han. Un problema relativo per il pubblico che, oltre all’orgoglio di ritrovarsi in maggioranza tibetano al di fuori di un contesto demografico in cui i tibetani rischiano ormai il sorpasso da parte dei cinesi, viene pure sviato dai problemi della convivenza anche dallo spettacolo delle vette himalayane che fronteggiano la tribuna principale.

Quando la compagine locale sarà pienamente integrata nei tornei nazionali, sarà appassionante – soprattutto per i locali – vedere come campioni altrove blasonati reagiranno a un’atmosfera che rende problematici persino gli atterraggi dei voli che li dovranno portare a Lhasa. Al momento la Lhasa F.C. fa parte del campionato amatoriale, ultimo dei quattro livelli nazionali che vedono al top la ricchissima Chinese Super League orgoglio del Paese, ma anche dei miliardari che ne hanno fatto un loro costosissimo biglietto da visita. Tra i campionati, sul piano economico vi è un abisso ben superiore al divario di altitudine che gli atleti devono superare per giocare a Lhasa, dato che, a fronte dei 400 milioni di euro spesi per acquistare campioni da parte della lega maggiore, l’uomo di punta del Lhasa, Luosang, guadagna meno di 700 euro al mese, ed è considerato quasi un privilegio a queste altezze.

Ma si lotta anche per la gloria e così il presidente Cidan punta imbaldanzito a una sfida diretta in Super League contro il gioiello (anche in termini di costo), Gangzhou Evergrande allenata da Luiz Felipe Scolari e di cui è stato alla guida anche Marcello Lippi. Ovviamente puntando sulla carta dell’ossigeno razionato dalla natura. Non menziona per scaramanzia l’opzione opposta, perché sarà dura portare la sua squadra dall’altopiano al delta del Fiume delle Perle per sfidare il cinque volte campione cinese e due volte continentale.

In qualche modo una velleità che ricalca quella proposta dal presidente cinese Xi Jinping, che forse inorgoglito da un potere personale secondo nella storia della Cina comunista solo a quello del “grande timoniere” Mao Zedong, ha segnalato di volere portare il calcio nazionale a vincere una Coppa del mondo. Magari quella che Pechino vuole organizzare in casa propria. Se ospitare un Mondiale in Estremo Oriente può essere plausibile e forse consigliato dato il successo travolgente del football in buona parte dell’Asia, occorrerà molto di più di una volontà di prestigio per risollevare il Paese dal 78° posto nella classifica mondiale della Fifa, schiacciato nonostante la mole e la popolazione ultra-miliardaria, tra i topolini Saint Kitts and Nevis e Guatemala.

Testo di Stefano Vecchia