Volevo essere come Eto’o

Una finta gaffe mondiale per salvare la pelle, una presidentessa  mangiauomini e promettenti campioni passati dalle vittorie mondiali al dimenticatoio. Il calcio nel Continente nero non è solo uno sport, ma anche uno strumento di potere politico e una possibilità di riscatto da un destino di miserie. Eto’o e Drogba li conosciamo. Ecco le storie di quelli che, a causa di un sistema corrotto o della sfortuna, non ce l’hanno fatta


C’è un filmato che gira su YouTube e che per numero di visitatori mette in un angolo persino le clip di Madonna o di Lady Gaga. Il protagonista del video si chiama Ilunga Mwepu ed è un ex calciatore della Nazionale dello Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) che prese parte ai mondiali di Germania del 1974. L’essenza di quella pellicola è racchiusa in pochi secondi. Sono i momenti concitati di un calcio di punizione assegnato al Brasile. La barriera africana sembra una muraglia guizzante di muscoli, ma tremolante per condizione mentale. Dall’altra parte c’è Rivelino, quello che si è preso sulle spalle l’eredità di Pelè nei verdeoro dopo la sbornia della Rimet. L’arbitro rumeno Rainea sta per fischiare la punizione quando dalla barriera africana si stacca Ilunga Mwepu e con vigore calcia via la palla tra lo stupore generale. Per anni il povero Mwepu venne additato come dilettante allo sbaraglio, a digiuno delle più elementari regole che disciplinano la sfera di cuoio.

In realtà il numero 2 dello Zaire sapeva benissimo che cosa stava facendo con quel tentativo a metà strada tra il goffo e il comico: cercava di salvarsi la vita. Lo Zaire tre giorni prima, sempre a Gelsenkirchen, era stato letteralmente travolto (9-0) dalla Jugoslavia e il dittatore Seko Mobutu, furioso per la figuraccia in mondovisione, aveva minacciato la squadra senza mezzi termini: «Se con il Brasile prenderete più di tre gol vi farò arrestare al vostro rientro a Kinshasa». In sostanza la clip di Brasile-Zaire non è altro che lo srotolarsi, fotogramma dopo fotogramma, di una vicenda drammatica. «Eravamo sul 3 a 0 per i brasiliani – si giustifica Mwepu – e temevo, come i miei compagni, la collera del nostro presidente».

È in quel pomeriggio che il mondo scopre il pallone africano. Bollandolo, a torto, come fenomeno da baraccone. Lo Zaire in effetti fu la prima squadra all blacks a calpestare manti erbosi in mondovisione. Cercò di mostrare il suo lato migliore, quello di una formazione che tre mesi prima in Egitto aveva conquistato la Coppa d’Africa. Ma in Germania, impreparata sotto il profilo caratteriale e organizzativo, e soprattutto minacciata da Mobutu, finì per diventare la barzelletta del torneo iridato, offrendo una visione distorta di quanto invece il calcio fosse diffuso e praticato a quelle latitudini. Nel 1974 l’Africa divenne un po’ l’ombelico del mondo dello sport. E fu proprio Kinshasa a farsi conoscere ai quattro angoli del globo. Perché se la squadra di calcio salì sul tetto del Continente e prese parte ai mondiali, nella boxe la capitale dello Zaire ospitò Rumble in the Jungle l’evento considerato il più importante e suggestivo di sempre, ovvero la rivincita tra Ali e Foreman.

L’altra faccia della medaglia

Ritornando al pallone, lo Zaire nel bene e nel male ha tracciato un solco, ha aperto una strada. Ha offerto la consapevolezza che il calcio fosse uno sport praticato ovunque. Anche in Africa, con tanti limiti dettati da una disorganizzazione spaventosa e dai continui colpi di Stato che mettono in ginocchio le già irrisorie economie. Persino sotto questo aspetto lo Zaire è un limpido esempio.

Se Mwepu azzardò la figuraccia per salvare la pelle, Boba Lobilo, suo compagno di squadra, è diventato un rivoluzionario che ha combattuto per il Cndp (Congrès national pour la défense du peuple) a fianco del generale psicologo Laurent Nkunda, l’uomo che a suon di pallottole voleva cambiare il corso della storia congolese ma che è finito in un carcere di massima sicurezza in Ruanda. «Vivevo come un mendicante – racconta Boba – sono stato abbandonato dalla stessa classe politica che ai tempi dei mondiali di Germania mi considerava una sorta di eroe nazionale. Mi hanno rubato la giovinezza». Le sue parole non nascondono quel sentimento di rancore e di rivalsa che l’ha spinto a indossare una tuta mimetica e a imbracciare le armi.

Aprendo qualche cassettino dei ricordi sulla trasferta teutonica, si ricorda la maglia verde con il leopardo disegnato sul torace, che è diventata oggetto di culto e va ancora a ruba nelle aste online, e le lacrime del portiere Mwamba Kazadi dopo l’impietoso tiro al bersaglio degli jugoslavi e la sostituzione con il carneade il cui nome per gli amanti del calcio vintage è un ricordo comico e ricorrente, Dimbi Tubilandu. «Mobutu al ritorno in patria ci regalò auto e appartamenti, ma solo perché ce l’aveva promesso davanti al re del Marocco per pavoneggiarsi e rimarcare le sue infinite ricchezze. Di tutta quella grazia sinceramente non sapevamo cosa farne, non avevamo i soldi per la benzina e neppure per comprare i mobili. Siamo stati costretti a vendere ogni cosa e quando i soldi sono terminati abbiamo iniziato a vivere alla giornata».

Qualche reduce dei mondiali di Germania è riuscito a espatriare e a rifarsi una vita, come appunto Mwepu, che vive in Marocco, dove lavora per una scuola calcio di Fes e ben si guarda dall’insegnare conclusioni con palla inattiva. Mufila Mavuba ha trovato l’eldorado in Francia gestendo gli interessi economici di suo figlio Rio, stella del Lille. Il portiere Kazadi, eletto atleta del secolo in uno dei tanti slanci propagandistici di Mobutu e trionfatore del Pallone d’oro africano, è rimasto invece a Kinshasa, costretto a ricorrere agli espedienti per sbarcare il lunario soprattutto da quando gli è stata confiscata la licenza da taxista. In Sudafrica vive invece il centravanti Ndaye Mulamba, professione posteggiatore in un supermercato di Johannesburg.

calcio-africa-nonsolo-wp

L’attaccante della Jugoslavia Dusan Bajevic segna di testa al sostituto portiere Dimbi Tubilandu dello Zaire, il 18 giugno 1974 allo stadio di Gelsenkirchen, durante i Mondiali di Germania. La Jugoslavia ha battuto lo Zaire 9 a 0

Il disordine organizzato

L’Africa nera è ricca di storie quasi surreali. Vicende umane che a volte sconfinano nel racconto popolare o nella leggenda. Paradossalmente a quelle latitudini c’è un certo orgoglio nel vivere il pallone nel disordine organizzato o nell’enfatizzare i propri limiti. Nonostante i secoli di colonialismo l’Africa non ci appartiene e non la capiremo mai del tutto.

Il calcio, lo sport più praticato, vive gli isterismi dei padroni del vapore. La cleptocrazia politica sconfina nel mondo del pallone. La vera Africa non è quella di Didier Drogba o Samuel Eto’o. Quelle sono icone, riferimenti, il sogno di milioni di praticanti. Loro vivono nel mondo delle vetrine scintillanti. Gli scenari di Yaoundé, Abidjan o Lagos sono tutta un’altra cosa. Le opportunità si perdono, si bruciano, mandando in frantumi un materiale umano unico al mondo.

Forse qualche esempio si rende necessario per capire come mai l’Africa del pallone non riesce davvero a decollare. Prendete Lomé, la capitale baraccopoli del Togo. Non è solo la città delle Nana Benz, le chiassose e corpulente proprietarie di quasi tutti i taxi, ma è anche un porto di mare dove ogni allenatore trascina le proprie speranze prima di essere messo fuorigioco. Silurare gli allenatori è il passatempo preferito del pittoresco colonnello Rock Gnassingbé, padre padrone del calcio togolese e fratello minore di Faure, uno dei tanti dittatori disseminati nell’Africa nera. Questo signore ha cambiato qualcosa come quattordici allenatori della Nazionale negli ultimi tre anni. L’esonero più bizzarro quello di Jean-Paul Abalo: cacciato per non aver inserito nella lista dei convocati tal Salou Tadjou. Gnassingbé non era al corrente che Tadjou fosse deceduto un anno prima in un incidente stradale.

E che dire di Henrietta Rushwaya? Si è affermata come il mito della prima presidentessa di calcio che è rimasta parecchie volte nuda, e divertita, davanti a un mondo morboso e irreversibilmente plebeo. I suoi amanti, giovani, vigorosi e non solo dai piedi buoni, sembravano venuti a questo mondo per essere il primo piatto, il secondo o il dessert, nel tentativo di raggiungere la condizione di menù completo. I sensi disincantati di Henrietta, numero uno della federcalcio dello Zimbabwe, sono stati la causa del fallimento della Nazionale che ha perso il treno per il Sudafrica. La dama nera si presentava alla reception dell’hotel dove alloggiava la squadra, sceglieva i tre o quattro calciatori di suo gradimento come nello stand di una mostra bovina e, dopo una notte bollente e articolata nel suo regale appartamento di Harare, li faceva riaccompagnare dal fedele e omertoso autista, tra le candide lenzuola dell’albergo a godersi il sonno dei giusti e degli spossati.

Un accenno anche alle divise del Camerun, griffate dalla Puma, che non finirebbero nei magazzini della federcalcio, ma a casa del ministro dello Sport. L’alto funzionario girerebbe alla Nazionale solo un centinaio di esemplari, tra magliette e calzoncini, da utilizzare con un bizzarro turn over fra tutte le squadre. La storia è venuta a galla il 4 settembre del 2010 all’aeroporto di Douala, scalo dei giocatori allenati all’epoca dallo spagnolo Javier Clemente di ritorno dalla vittoriosa gara di Coppa d’Africa alle isole Mauritius. Davanti a un centinaio di testimoni, Eto’o e compagni hanno aperto le valigie ritirate dai nastri e depositato gli indumenti sportivi in alcune ceste. Per lavarli? Macché, per essere imbarcati sul volo della Nazionale Under 17 diretta al Cairo. I “leoncini” sono rimasti con il fiato sospeso fino all’ultimo, attendendo l’arrivo dei campioni per potersi presentare in Egitto con la divisa ufficiale.

Non sono favole, ma solo alcuni tra centinaia di episodi che quotidianamente danneggiano il calcio africano, la cui pratica nasce con l’epoca coloniale e arriva a diffondersi in maniera capillare grazie alle scuole delle missioni cristiane. Poco dopo il pallone diventa un elemento d’identità delle classi popolari, soprattutto urbane. In seguito, nel periodo della decolonizzazione, si diffonde in molti Paesi africani come lo sport per eccellenza. Le giovani élite postcoloniali lo considerano un potente ausilio nella formazione e legittimazione dell’ideologia dello Stato nazionale e un ottimo antidoto al rischio di frammentazione etnica. La Nazionale di calcio diventa così l’emblema dello Stato, con i suoi riti da celebrare e i suoi eroi da festeggiare e, nel caso di sconfitta, da punire.

Nel 1957 viene organizzata la prima Coppa d’Africa delle Nazioni (vinta dal Sudan), ma fino agli anni Settanta il calcio africano resta un fenomeno circoscritto. La sua entrata sulla scena mondiale coincide con la partecipazione del Marocco alla fase finale del torneo iridato del 1970 in Messico. Il calcio del Maghreb è tuttavia qualcosa di diverso da quello dell’Africa nera. Le nazioni affacciate sul Mediterraneo respirano un’aria più europea e di conseguenza l’organizzazione e il professionismo hanno creato un divario, forse incolmabile, con il resto del Continente. L’incipit di Madre Africa è quindi racchiuso nelle gesta dello Zaire del 1974. Grazie alla diffusione planetaria degli eventi sportivi, partecipare ai Mondiali di calcio per questi Paesi significa acquisire legittimità internazionale e soprattutto avere l’occasione di esprimere, attraverso il tifo, una protesta sociale o un desiderio di rivincita e riscatto.

calcio-africa-nonsolo2-wp

Mondiali di calcio del 1982. A Vigo, Spagna, il 23 giugno 1982 si affrontano Italia e Camerun. La partita finisce 1 a 1. Qui lo scontro fra Marco Tardelli ed Emmanuel Kunde

I Leoni indomabili

Un desiderio che ha animato la squadra del Camerun. Siamo nel 1982, ormai lo Zaire è un ricordo che sbiadisce come una vecchia foto. I Leoni indomabili, questo il loro soprannome, sono una formazione che saprà conquistare le prime pagine dei giornali per i risultati ottenuti sul campo. Il Camerun è inoltre il primo vero contatto dell’Italia con il calcio dell’Africa nera. Se lo Zaire rappresentava la novità in salsa folkloristica, nel 1982 il Camerun ci riguarda da vicino. La squadra, qualificata al mondiale dal timoniere serbo Branko Zutic, e accompagnata in Coppa del mondo dal francese Jean Vincent, è tutt’altro che sprovveduta e viene sorteggiata nel girone degli Azzurri.

Il compianto ct Enzo Bearzot li aveva visti all’opera qualche mese prima a Tripoli in Coppa d’Africa rimanendo sorpreso dalla loro forza fìsica e abilità tecnica. Confermate per altro nelle due sfide pareggiate in Spagna contro Perù e Polonia. Erano i giorni in cui le prime pagine dei giornali insistevano che il Camerun ci avrebbe fatto “tremare”. Anzi no “paura”. Peggio ancora, ci avrebbe fatti “neri”. A meno di un colpo gobbo o di una carognata, attendendo misticamente il bacio della grazia. Magari per intercessione della Fifa, che in virtù degli indiscutibili poteri taumaturgici del presidente Joao Havelange aveva già spedito a casa l’Algeria di Rabah Madjer per salvare faccia e dignità alla Germania Ovest, con uno dei furti più clamorosi della storia ultracentenaria del calcio. Alla fine tutto si risolse per il meglio, almeno osservando la prospettiva dello stivale: Italia avanti con il vento in poppa verso l’iride e la notte ubriacante del Bernabeu, e Camerun a casa, ma con la percezione di aver sfiorato l’impresa del secolo.

Le zampate di alcuni di quei Leoni indomabili lasciarono segni così profondi da non passare inosservati nella nomenclatura del calcio mondiale. Qualcuno entrò nella casta e trovò ingaggi milionari in Europa; di Ephrem M’Bom, “carceriere” di Paolo Rossi, invece, si persero le tracce, almeno fino alla primavera del 2007, quando un tubo difettoso dell’associazione umanitaria Réagir dans le monde ha portato a galla una di quelle storie solitamente partorite sotto il sole dell’Africa. Padre Auguste Bourgeois, un cistercense con la passione viscerale per il calcio, non ha avuto la minima esitazione a riconoscere l’ex calciatore in quell’idraulico attempato che armeggiava sotto il lavandino con tenaglie e chiave inglese. È stato il religioso francese a raccontare del sorprendente incontro alla stampa transalpina che però ha relegato la notizia in un trafiletto anonimo tra le pillole degli sport minori.

M’Bom vive a Douala, popolosa città affacciata sul Golfo di Guinea, con il calcio ha chiuso nel 1992, e quando ha cercato di intraprendere la carriera da allenatore non ha trovato uno straccio di squadra disposta ad affidargli l’incarico nonostante le ottime referenze. Al tramonto di una brillante carriera vissuta nel prestigioso Canon di Yaoundé, si è ricordato di aver imparato il mestiere di idraulico quando poco più che bambino trascinava la cassetta degli attrezzi di papà Joseph nel tentativo, non sempre proficuo, di sfamare la mamma invalida e altre quattro sorelline. Quella cassetta, ormai arrugginita, la tiene tra le mani con la stessa sacralità che si addice a uno scrigno, per portare a casa un tozzo di pane.

Il caso del difensore camerunense richiama quello del compagno di squadra Gregoire M’Bida, autore del gol agli azzurri nella gara di Vigo, costretto a emigrare in Francia, nella pirenaica Dax, per rimanere a contatto con il calcio e scacciare l’incubo della persecuzione sociale e religiosa. Per le stesse ragioni Jean Pierre Tokoto ha scelto gli Stati Uniti, dove però ha fatto i soldi insegnando il gioco pallone nei college. Thomas N’Kono e Roger Milla, portiere e attaccante di quella splendida armata, sfruttano il loro nome e tra i business più disparati se la passano davvero bene.

calcio-africa-nonsolo3-wp

Samuel Kuffour festeggia il gol del 2-1 con il quale la Roma ha vinto la partita di coppa Uefa contro il Tromso, nell’ottobre 2005

Il primo africano d’Italia

Non si può dire altrettanto di Francois Zahoui, il primo africano del calcio italiano. Recentemente non gli è stato rinnovato il contratto che lo legava alla panchina della sua Costa d’Avorio. Fatale la sconfitta in finale di Coppa d’Africa, ai rigori, contro lo Zambia. Fu Costantino Rozzi, compianto presidente dell’Ascoli, a portarlo giovanissimo in Italia nell’estate del 1981 poco tempo dopo la riapertura delle frontiere. La città marchigiana lo adottò all’istante soprannominandolo “Zigulì”, come le caramelle. Il suo apporto in maglia bianconera fu più d’immagine che di sostanza. In due stagioni raggranellò la miseria di undici presenze, delle quali una soltanto dal primo minuto. Statistiche che giustificano lo stipendio: dodici milioni di lire annui.

Sul suo conto sono state raccontate leggende, bugie, aneddoti e verità curiose. Tra falsi miti e troppi “si dice” c’è un aspetto assolutamente reale: la sua figurina da attaccare sugli album della Panini era tanto introvabile quanto ambita dai collezionisti. Da meteora a bidone, i giudizi che lo accompagnarono dopo il suo addio all’Italia furono spietati: dal canto suo, ancora oggi ricorda con affetto quell’esperienza e le persone conosciute. E siccome a volte ritornano, il 20 agosto del 2010 a Londra tenne a battesimo con la sua Costa d’Avorio la nuova Italia griffata da Prandelli. Condusse i suoi uomini a una storica vittoria (1-0, rete di Kolo Touré). Tutto a un tratto sembrava che avesse finalmente dato un calcio alla sfortuna. Fino appunto alla lotteria dei rigori con lo Zambia che gli è risultata fatale sotto l’aspetto professionale.

Il trio Gargo, Kuffour e Duah

Tra Zahoui e l’invasione degli atleti africani c’è una storia che fa da spartiacque. E quella di un trio di ragazzini di belle speranze approdati al Torino nell’estate del 1991: Mohammed Gargo, Emmanuel Duah e Samuel Kuffour. Avevano appena vinto il mondiale Under 17 che si era disputato in Toscana, e l’allora presidente granata Gian Mauro Borsano fiutò l’affare prelevandoli in blocco per un miliardo e duecento milioni delle vecchie lire. Non sono ancora i tempi dei passaporti facili, né della liberalizzazione degli extracomunitari e degli aggiri fantasiosi ai regolamenti. In Italia i tre ghanesi vengono assunti come fattorini presso la Gi.Ma. la società di Borsano. Si parla di tratta di schiavi e contro il Torino si schiera il presidente federale Antonio Matarrese. I regolamenti sono ferrei e la possibilità di tesserarli è ridotta al lumicino. Rimangono, nel limbo, a Torino per un anno. Poi lasciano l’Italia. Gargo e Kuffour ritorneranno poi nel nostro Paese, protagonisti, entrambi, di un’ottima carriera, soprattutto in campo internazionale. Meno fortunata la traiettoria di Duah, riciclatosi nel campionato turco e in quello d’Israele con le casacche di squadre di bassa categoria.

Decisamente più morbido l’impatto dei calciatori neri in altri campionati d’Europa. Sotto questo aspetto la Germania è all’avanguardia. L’esordio del primo atleta mulatto tra i professionisti risale addirittura al 1965. Si trattava di Erwin Kostedde, tesserato dal Preufien Munster. Di padre africano e mamma tedesca, questo discreto attaccante stabilì anche un altro primato: fu il primo colored a vestire la maglia della Germania Ovest, giocando tre partite. Il primo africano a tutti gli effetti è però il centrale ghanese Anthony Baffoe, ingaggiato nel 1983 dal Colonia. Un buon atleta che al termine della sua carriera è entrato a far parte dello staff della Fifa oltre a essere ambasciatore del calcio africano. La famiglia Baffoe si è talmente integrata che la sorella di Anthony, Liz, è diventata una stella della televisione tedesca.

Identità sottratte

La storia dei tre moschettieri tira in ballo un altro fenomeno molto diffuso nell’Africa nera, quello della reale età dei calciatori. Il più delle volte gli anni e la data anagrafica dei documenti non coincidono. Il motivo è banale: spesso i genitori portano a registrare i loro bambini alla prima occasione utile, soprattutto se vivono nei villaggi e devono raggiungere la città. Abitudine vuole che la data di nascita diventi quella del giorno di registrazione all’anagrafe, anche se il bambino ha compiuto quattro anni. Ci sono però motivazioni che vanno al di là della disorganizzazione diffusa. Anzi, c’è proprio un’organizzazione capillare nel falsificare i documenti. Una pratica che permette a dirigenti sportivi senza scrupoli di iscrivere le loro squadre a tornei internazionali giovanili e trionfare barando.

Nella Nazionale giovanile ghanese di Gargo, Kuffour e Duah militava anche un certo Nii Odartey Lamptey, ragazzino prodigio nell’Anderlecht e per un certo periodo designato da Pelè in persona come suo erede. Il futuro sembrava appartenergli. Purtroppo Lamptey aveva almeno 8-10 anni in più di quelli scritti in calce sulla carta d’identità. Non era quindi un ragazzino prodigio, ma un adulto che imbrogliava vincendo facile contro avversari di 16 anni. Nel tempo il tranello venne a galla. Per la cronaca il mancato Pelè cambiò più di venti squadre, per un breve periodo giocò anche a Venezia. Bocciato ovunque. Perché tra gli adulti emergeva quanto fosse mediocre.

Ma il capolavoro spetta alla Nigeria. Sostenevano di appartenere alla “meglio gioventù” e forse la convinzione di una bugia ben architettata aveva finito per soppiantare una realtà collocata agli antipodi. Venticinque anni fa la Nigeria sollevava nel cielo di Pechino la Coppa del Mondo Under 17. Impresa suggellata dopo aver messo in riga l’Italia di Maurizio Ganz, il Brasile di André Cruz e l’Argentina di Fernando Redondo. Doveva e poteva essere l’inizio di un ciclo di vincenti, ma quella squadra si sciolse in poche settimane come neve al sole. Travolta appunto dai passaporti truccati. Tutti i protagonisti del trionfo sparirono nel nulla e la testimonianza di uno dei superstiti, l’allora capitano Nduka Ugbade, è significativa: «Molti miei compagni hanno disputato quel torneo con documenti di altri ragazzi. Per questa ragione non si trovano più riscontri a distanza di anni di alcuni baby fenomeni». In parole povere significa che nelle liste ufficiali della Fifa risultava un Victor o un Michael qualsiasi, magari inconsapevoli studenti di Lagos, ma che in realtà erano un Nwankwo o un Obafemi, tutt’altro che minorenni e qualche anno dopo acclamati campioni. Sostituendo una foto si poteva davvero ambire alla Coppa del Mondo.

calcio-africa-nonsolo4-wp

Ragazzi angolani giocano a calcio fuori dello stadio di Lobito, a circa venti chilometri da Benguela

La tratta degli schiavi

La vicenda di Borsano fa quasi sorridere se messa a confronto con le dinamiche di globalizzazione del calcio che stanno alimentando in particolare un fenomeno: la ricerca dei giovani talenti da inviare in Europa. I Paesi africani, demograficamente molto giovani, sono considerati immensi campi di estrazione di materie prime umane, che vengono trasferite, attraverso un’organizzazione impietosa e grazie alla collusione di poteri locali troppo deboli, verso il cuore del mercato calcistico globale, ovvero l’Europa. E’ un dato incontestabile che la quasi totalità delle squadre africane qualificate ai Mondiali 2010 era composta da giocatori ingaggiati da club europei. I talenti di successo sono uno dei miti con cui l’Occidente esercita attrazione sull’Africa e sulla sua gioventù.

In Paesi dove le popolazioni vivono sulla soglia della povertà, dove i giovani non hanno prospettive di sviluppo e dove pochi ricchi controllano la quasi totalità delle risorse, l’immagine di Eto’o associa la pratica e la riuscita sportiva all’emigrazione, alla ricchezza, al successo. Il fenomeno del traffico dei talenti sportivi è oggi uno dei lati più discutibili e oscuri della globalizzazione dello sport, denunciato da più parti, normalmente inascoltate. E facile cadere nella tentazione. A fianco di una sobria lista di agenti Fifa, deputati a occuparsi a pieno titolo dei giovani promettenti, esiste un vero e proprio esercito di faccendieri senza scrupoli che impostano il loro business su una rediviva “tratta degli schiavi”.

Ogni bambino africano sogna di diventare come George Weah, l’ex attaccante del Milan, primo giocatore africano a conquistare il Pallone d’oro. In poche parole, una leggenda vivente. Il calcio può diventare il lasciapassare per una nuova vita e togliere dalla miseria famiglie intere. Ma la maggior parte di loro sono semplicemente destinati ad alimentare un cinico traffico governato da interessi privati e dal denaro. Esiste e si è consolidato un perverso meccanismo di un sistema che recluta ogni anno migliaia di ragazzini in tutta l’Africa e che sfocia spesso nella truffa. Dietro il pagamento di migliaia di euro con la promessa di un ingaggio all’estero, i giovani vengono abbandonati in Paesi stranieri senza soldi, privi di documenti e senza la possibilità di rientrare a casa, mentre le loro famiglie rimangono indebitate a vita. Nessuno sa esattamente quanti siano, dal momento che per la maggior parte di loro il viaggio-speranza verso l’Eldorado del calcio si conclude con un naufragio che li consegna ad altri e miseri lavori e alla clandestinità.

Un esempio di dinamica di mercato corretta risale al 1995 con Ibrahim Bakayoko trasferito dallo Stade d’Abidjan, Costa d’Avorio, al Montpellier, in Francia per una cifra di quindicimila euro. Tre anni dopo il giocatore ivoriano è stato venduto all’Everton per sette milioni di euro. Una normale e legale trattativa che al medesimo tempo alimenta il mercato parallelo. Non è tanto quello dei giovani allevati nelle scuole calcio e nei pochi club africani, quanto quello dei dilettanti che si accalcano alla ricerca di un ingaggio fra i semiprofessionisti e nelle squadre dilettanti europee. Anche un salario da mille euro al mese vale l’avventura di queste figure di migranti e braccianti del pallone.

La storia del camerunense Joseph Mani è significativa: avvicinato a Yaoundé da un sedicente agente e finito in Francia, abbandonato a se stesso e costretto per sbarcare il lunario a giocare in una squadra alsaziana per 400 euro al mese. Malgrado tutto, Joseph è uno dei pochissimi che ce l’hanno fatta: oggi è tesserato per il club svizzero Baulmes e ha documenti regolari per sé e la famiglia. Ma ogni volta che torna a Yaoundé organizza riunioni per allertare i giovani dei rischi che corrono cercando fortuna in Europa. Riferisce drammi e fatiche dell’esercito di riserva dei giocatori africani ai margini del mondo del pallone.

Da più parti si chiede a Uefa e Fifa di alimentare fondi di solidarietà internazionale per dare vita a campionati ben strutturati in Africa e a centri di prevenzione per informare i giovani sui rischi dell’espatrio improvvisato e offrire loro alternative al miraggio del football. Un calcio-pedagogia verrebbe da dire, piuttosto che un calcio-utopia. Ma il problema sta anche nel fatto che il governo del pallone mondiale elargisce denaro per questi progetti. Purtroppo il più delle volte finiscono nelle tasche dei soliti dirigenti cleptocratici.

calcio-africa-nonsolo5-wp

I giocatori del Tout Puissant Mazembe, squadra congolese, alzano la Champions League africana, vinta il 13novembre 2010 allo stadio olimpico Rades di Tunisi. Hanno battuto la Espérance di Tunisi

Una mosca bianca

Fino a ora abbiamo parlato di corruzione, tratta degli schiavi, cleptocrazia e disorganizzazione. Nel cuore dell’Africa nera esiste una realtà che va controcorrente. Dove si respira davvero l’aria del professionismo e dove i giocatori non sono costretti per forza a emigrare in Europa per emergere.

Il Tp Mazembe, club congolese, è la classica eccezione che conferma la regola. Un’isola felice del pallone salita agli onori delle cronache per aver affrontato l’Inter nella finale del Mondiale per Club del 2010. Sono stati vice campioni del mondo. Una medaglia d’argento di cui essere orgogliosi e che rappresenta davvero il successo di un’operazione manageriale ben strutturata. Dietro al miracolo Mazembe c’è un ricco imprenditore congolese, Moise Katumbi, 47 anni, proprietario della Africo Resources, la più importante azienda mineraria del Congo, e considerato tra i dieci uomini più ricchi d’Africa. Katumbi, che ricopre anche l’incarico di governatore della regione del Katanga, impiega la presenza sociale, che fa da corredo al pallone, non soltanto per prosperare nei suoi guadagni, ma anche per ottenere il massimo riconoscimento politico. A oggi non si può prevedere se in futuro riuscirà a prendere il posto del presidente della repubblica Joseph Kabila, sicuramente il suo Tp Mazembe (acronimo di Tout Puissant, in italiano “onnipotente”) possiede un florido settore giovanile, campi in erba e sintetici, due aerei per gli spostamenti all’estero della squadra e denaro a sufficienza per ingaggiare addirittura calciatori stranieri. Basti pensare che il blocco dello Zambia che ha trionfato in Coppa d’Africa (Himoonde, Sunzu, Kalaba e Sinkala) è tesserato per il club di Katumbi.

Di recente ha fatto parlare di sé per aver ingaggiato il primo brasiliano professionista nella storia dell’Africa nera. Si tratta del difensore Julio Cesar dos Santos, ex Sào Paulo e Vasco da Gama. E sulle ali dell’entusiasmo è uscito dal seminato affermando che entro un paio d’anni porterà nel suo club uno tra Eto’o, Drogba e Emmanuel Adebayor. Un sogno che all’apparenza sembra impossibile. L’impressione è che gli unici diamanti sui quali potrà mettere davvero le mani siano quelli del fecondo sottosuolo di Lubumbashi e non certo i calciatori che a fronte di proposte indecenti non accetterebbero di esibirsi in un campionato anonimo e di profilo approssimativo. Anche se Eto’o, sposando i rubli del semisconosciuto Anzhi Makhachkala (formazione del Dagestan), sembra rafforzare le speranze di questo paperone d’Africa.

Cose dell’altro mondo

Il Continente africano vive a due velocità anche sotto l’aspetto calcistico. Mentre l’Africa nera è in preda a mille problemi, nel Maghreb il professionismo si può toccare con mano da quasi quarant’anni. E se la Nazionale del Marocco fu la prima squadra africana a prendere parte a un mondiale (in Messico nel 1970), la Tunisia otto anni dopo, in Argentina, riuscì nell’impresa di fermare sullo 0 a 0 i campioni in carica della Germania Ovest dopo aver battuto 3 a 1 il Messico. Quella squadra era diretta in panchina da Abdelmajid Chetali, oggi quotato opinionista della tv qatariota Al Jazeera, ma all’epoca tecnico emergente con in tasca una laurea in Scienze motorie conseguita proprio in Germania a Colonia. Un caso? Tutt’altro. L’allora presidente tunisino Habib Bourguiba aveva inviato i suoi allenatori migliori a studiare all’estero, perché fermamente convinto che l’investimento del calcio avrebbe rappresentato una crescita sociale per il suo Paese.

algeria-1982-world-cup

L’Algeria ai mondiali spagnoli del 1982

Quattro anni dopo toccò all’Algeria dell’emergente Madjer (detto “Il tacco di Allah”) farsi beffe della Germania. Addirittura sconfitta per 2 a 1 in un pomeriggio da canone inverso a Gijon. I tedeschi non sempre portano bene al Maghreb, perché nel corso della Coppa del Mondo del 1986 in Messico rovinarono la favola del Marocco giunto a sorpresa fino agli ottavi di finale del torneo (gol dell’ex interista Lothar Matthaus). I lampi iridati dell’Africa del Nord sono figli di un’organizzazione che risente della vicinanza all’Europa e dei continui rapporti con i Paesi colonizzatori. La Francia (in Algeria, Marocco e Tunisia) e l’Inghilterra (in Egitto) non solo hanno lasciato un’impronta, ma hanno successivamente dato vita a un vero e proprio rapporto di collaborazione che ha permesso al Maghreb di crescere calcisticamente e di darsi nel tempo uno status professionale.

Nelle prime divisioni di questi Paesi i calciatori sono professionisti a tutti gli effetti, con stipendi che permettono loro il più delle volte di non pensare all’Europa con ossessione. Club come l’Espérance di Tunisi, o lo Zamalek in Egitto sono vere e proprie polisportive con strutture che non hanno nulla da invidiare a quelle del Vecchio Continente. Anche la religione islamica a quelle latitudini (diversamente da quanto accade in Medioriente) non si è mostrata d’intralcio. Il calcio nel Maghreb è così radicato che parte delle vicende della Primavera araba sono state partorite proprio nel mondo del pallone. I primi manifestanti al Cairo in piazza Tahrir contro Hosni Mubarak furono i tifosi dell’Ai Ahly, la squadra del popolo meno abbiente. In Tunisia parecchi club si sono rifiutati di scendere in campo quando i soldati di Ben Ali tentavano di sedare le proteste nel sangue. Stessa cosa sta accadendo in Algeria, dove gli ultras dell’Mc Alger stanno chiedendo a gran voce le dimissioni del presidente Ab-delaziz Bouteflika.

Questo perché, come ha ricordato in una recente intervista Ruud Krol, bandiera della grande Olanda e per anni allenatore proprio in Egitto, «gli stadi sono sempre stati considerati una sorta di zona franca. Luoghi dove poter alimentare la protesta senza incappare in forme repressive». La recentissima tragedia di Port Said (73 morti in un regolamento di conti tra tifosi) ha prodotto il blocco di tutte le attività sportive in Egitto. Il momento è delicato, ma l’impressione è che, diversamente da quanto accade nell’Africa nera, dalle ceneri il calcio del Maghreb uscirà ancora più rafforzato.

Il calcio delle favole

Sarebbe ingiusto concludere questo viaggio senza un lieto fine. L’Africa nera del pallone riesce anche a regalarci qualche bellissima pagina. E il caso dello Zambia, una sorta di cenerentola che alla recente Coppa d’Africa ha avuto l’abilità di salire sul gradino più alto del podio. L’ha fatto contro tutto e contro tutti. A partire dai pronostici non proprio gratificanti, fino ad arrivare ai repentini cambi d’allenatore (è stata guidata anche dall’italiano Dario Bonetti), ad alcuni calciatori che fino a poco tempo prima prestavano servizio in condizioni di semischiavitù nelle miniere di rame gestite dai cinesi. Una vittoria dedicata alla squadra che perse la vita nell’incidente aereo del 28 aprile 1993.

In quell’occasione, se si escludono i tre professionisti (Charly Musonda, Kalusha e Johnson Bwalya) che avrebbero raggiunto i compagni diretti in Senegal con un altro volo, morì l’intera Nazionale. Non era una squadra qualsiasi, ma il gruppo che alle Olimpiadi di Seul impartì una lezione di calcio all’Italia (di Tacconi, Tassotti, Virdis e Ferrara) vincendo per 4 a 0 (tripletta di Kalusha). All’indomani dello strabiliante risultato, l’intera stampa italiana gridava alla vergogna. L’eco sportiva giunse anche in Parlamento, il deputato radicale Marco Pannella disse pubblicamente: «La vittoria dello Zambia costituisce un apporto al vero sport, al suo spirito e alla sua pratica». Quindi donò quattromila dollari (mille dollari a gol) alla squadra del Paese africano. La leggenda dei Chipolopolo, letteralmente i “proiettili di rame”, eroi di un pomeriggio in Corea non è mai tramontata nell’orgoglio africano. E oggi rappresenta davvero una pagina di speranza.

  • Testo di di Luigi Guelpa