WALTER SCHACHNER – maggio 1984

Non segna molto, ma assicura che è solo una questione di spazi e ambientamento. Crede in un Toro europeo e nel calore della famiglia: il figlioletto e la moglie, la sua prima tifosa

Il gioiello di Cornelia

TORINO. Ci viene incontro sfoderando un radioso sorriso: Walter Schachner, l’austriaco del Toro, abita in una bellissima villetta della collina torinese. È un uomo simpatico che molte volte cela, dietro alla difficoltà di lingua, un riserbo particolare. Più sciolta la moglie Cornelia, che rimpiange a volte i suoi amici di Cesena («Era una piccola cittadina, molto calorosa e Walter era il suo idolo»).
Ad allietare le giornate di Walter e Cornelia ci pensa un magnifico bambino di due anni: Walter Roberto. Lui è il centro dell’attenzione, lui è il vero re di casa Schachner.
Il padre se lo mangia con gli occhi, la madre è piena di attenzioni. Ma chi è questo austriaco che dopo aver conquistato Cesena, è arrivato nella «città-Fiat» con un bagaglio di speranze? Walter è un giocatore serio, professionista e, cosa importante, meticoloso. Difficile strappargli dei giudizi negativi, arduo farlo cadere in un trabocchetto. Ama parlare della sua terra, dei progetti per il futuro, dei suoi hobby.
Cornelia invece è di tutt’altra pasta, per lei il rapporto con il grande pubblico non è difficile. Quando era in Austria mandava avanti una profumeria ed è quindi abituata a trattare con la gente. Ogni tanto fa un sorriso, ogni tanto ti guarda in maniera dura quasi volesse rimproverarti di una frase un po’ azzardata o di una domanda cattiva. Mostra con orgoglio l’album di foto di famiglia: si vede Walter al mare, la famiglia riunita per una festività, la splendida signora Schachner mentre si allena prima di un’amichevole di calcio. Eh, sì, perché anche la moglie del giocatore austriaco è, se pur dilettante, una calciatrice. «Niente di importante – dice sorridendo – solo una partitella ogni tanto con altre signore».

walter-schachner-intervista2-wpL’INTERVISTA. Walter, sembrava che potessi vincere il tuo primo scudetto in Italia, forse non arriverai neppure in Coppa Uefa. Sei deluso?
«Abbiamo fallito le occasioni importanti, prima a Firenze, poi a Roma e quindi il derby. Sono state queste sconfitte a tagliarci un po’ le gambe, ci hanno obbligato ad inseguire sempre con tre-quattro punti di distacco, mentre io pensavo che con il derby avremmo completato l’inseguimento alla Juve. Dal giro-scudetto siamo però usciti perdendo con la Lazio a Roma. Soltanto allora ho capito che non ce l’avremmo fatta».

– Dì la verità, non l’avreste meritato.
«E perché no? Siamo stati bravissimi nel girone di andata, avevamo battuto tutte le “grandi”. Nel ritorno abbiamo anche avuto sfortuna, ad esempio, contro la Roma: sconfitti per 2-1 con un rigore parato da Tancredi e un colpo di testa di Dossena, che è finito sul palo, all’ultimo minuto».

– Insomma, ritieni che il Toro fosse ai livelli della Roma o della Juve, è così?
«Lo è stato per almeno venti partite, non sono io a dirlo, lo diceva la classifica. Poi la flessione».

– Che con Bersellini avviene ogni anno.
«Queste cose non le so, è la mia prima esperienza con lui. Posso dire invece che è il miglior allenatore che ho avuto. Ci conosce bene, sa come ci deve sfruttare ed è uno che vive per il calcio; è capace di andare a vedere persino le partite dei ragazzini. Ama il suo mestiere ed è sempre lo stesso, in campo e fuori. Per questo lo rispetto».

– Eppure nel Toro di Bersellini non segni quanto ci si attendeva. Perché? Non doveva essere la stagione del tuo grande lancio?
«Non credo di aver fallito, sono abbastanza soddisfatto di me. Non è vero che basta andare in un grande club per migliorare, sorgono altri problemi. Nel Cesena giocavano tutti per me, appena c’era la possibilità di un contropiede o di un’azione d’attacco mi davano sempre la palla e trovavo sempre dei varchi in cui catapultarmi. Al Toro è tutto diverso. Si gioca sul collettivo e gli spazi sono stretti, perché quasi tutti preferiscono chiudersi in difesa quando ci affrontano e io non posso venir lanciato come vorrei».

– E nel Toro trovi anche la concorrenza di Selvaggi, di Hernandez, di Dossena. C’è rivalità tra voi?
«Sarebbe stupido che ci fosse. Con Selvaggi l’intesa è buona anche fuori dal campo. Lui è molto tecnico. Nel Torino forse siamo un po’ sacrificati, noi due. Serviamo da diversivo, ci muoviamo molto per creare i corridoi a chi viene da dietro, Hernandez ad esempio. È chiaro che in questo modo non possiamo trovarci sempre nel punto giusto per segnare. Comunque vedrete che arriverò a dieci e batterò il mio record in Italia».

– Si è parlato di una tua cessione, dell’arrivo di Voeller o di un’altra punta. Che ne pensi?
«Sono andato in sede, ho chiesto dei chiarimenti a Moggi, che è il nostro direttore generale, l’uomo che mi ha voluto al Torino. Non ci sono problemi, anche se ne ho lette di tutti i colori, persino che sarei andato al Bayern per Rummenigge! Ma è una vostra mania quella di “inventare” il mercato».

– Ci saresti andato in Germania?
«Non mi sarebbe dispiaciuto. In Italia mi trovo benissimo, ma è evidente che in Germania non avrei avuto problemi e forse avrei avuto una vita più facile. E poi il campionato tedesco è bellissimo, forse anche migliore di quello italiano. E più forte, più duro».

– Avresti accettato un trasferimento in Italia?
«Dipende dalla squadra. Ho sentito parlare di grandi club: Fiorentina, Milan, potevano anche andarmi bene, ma francamente sto meglio qui. Il Toro l’ho anche scelto io. Potevo andare all’Inter o anche alla Roma, l’anno scorso. Ho preferito il Torino perché nei miei confronti sono stati più corretti. La Roma, ad esempio, mi ha tenuto sulla corda per parecchio tempo perché voleva vedere se poteva prendere qualcun’altro. Questo non mi è piaciuto».

– Ti manca il fatto di essere sempre fuori dalle Coppe?
«Sì, ma non ne ho fatto un dramma. Con il Cesena sapevo che avrei avuto poche possibilità, con il Torino credo che in Uefa ci arriverò. Possiamo ancora arrivare terzi o al massimo quarti».

– Per la Uefa sono in corsa anche l’Inter e il Verona.
«Sì, ma il nostro calendario è migliore. In ogni caso non dimenticate che c’è la Coppa Italia, in cui vedo il Toro come favorito».

– Con chi ti piacerebbe giocare l’anno prossimo?
«Con quelli che mi metterà al fianco la società. Per me va benissimo. Dico soltanto che la squadra attuale ha bisogno di almeno due grossi giocatori in più, altrimenti non farà troppa strada in Europa e troverà delle difficoltà anche in Italia, visto che molte società si stanno rafforzando. L’Inter di Rummenigge l’anno prossimo sarà un’altra cosa, sebbene anche adesso mi piaccia il gioco che fa: tutti chiusi e via veloci in contropiede. Mi adatterei bene anch’io».

– E ci sarà sempre la Juve di Platini? Come vivi il rapporto Toro-Juve e la rivalità con Michel?
«La Juve è un po’ più forte, negli ultimi anni lo è sempre stata, il Torino è partito quasi da zero due anni fa e quindi ha bisogno di un po’ di tempo per mettersi alla pan. Ma non siamo lontani dalla Juve: l’abbiamo battuta in un derby e siamo stati sconfitti di misura nell’altro. Ha dei giocatori di livello mondiale, e su tutti, Platini. Michel è l’uomo che fa la differenza, l’avessimo avuto noi saremmo stati i più forti. Quei due gol che ha segnato nell’ultimo derby sono ancora un incubo».

– Ma con quale straniero vorresti giocare l’anno prossimo?
«Hernandez».

– Va bene, fai il diplomatico. Escludi lui.
«Potrei dire Platini, Falcao, Zico. È una risposta ovvia, con i fuoriclasse ci si trova sempre bene, ma forse preferirei Brady, che sa fare i lanci lunghi e potrebbe lanciarmi nella maniera giusta».

– Pensi che il Torino ti accontenterà?
«So che Hernandez è già confermato, con me. Mi sta benissimo. Insieme abbiamo segnato 18 gol, non sono pochi. E l’anno prossimo ne faremo anche di più. In tre stagioni nell’Austria ho segnato 72 gol, non mi sembrano pochi. In Italia non se ne possono fare tanti, ma vedrete che nel prossimo campionato con il Toro arriverò sui 15. Quest’anno ho dovuto pagare l’ambientamento, mi capitò anche nel mio paese quando mi spostai da una squadra di provincia, l’Alpine, all’Austria Vienna, che rappresentava la metropoli. E poi la valutazione che mi è stata data, tre miliardi, può aver condizionato le attese e i giudizi».

– Ti sei lamentato spesso del gioco che si pratica in Italia. Lo trovi davvero così duro?
«Accadono cose inammissibili. In una partita subisco decine di falli, quando non arriva sul pallone, il difensore italiano interviene sulla gamba. Ci sono squadre di veri killer. Poi si piange quando il campionato perde dei grossi protagonisti come è successo con Giordano».

– Come passi la tua giornata?
«Mi alzo verso le 8,30-9, faccio colazione con la famiglia, poi accompagno il bambino all’asilo. A mezzogiorno mangio, quindi mi preparo per andare all’allenamento. Niente follie, tanta vita di casa e ogni tanto a cena con i colleghi».

– Ti piace Torino?
«È una bella città, facile da girarsi. Se non mi sbaglio prese le sue origini da un vecchio accampamento romano».

– Parliamo di soldi: è giusto che un giocatore straniero sia pagato di più di un collega italiano?
«Non è soltanto giusto, ma giustissimo. Uno straniero vive in Italia, abbandona la sua famiglia, i suoi amici e in qualche modo deve essere ricompensato. Poi se mi hanno fatto venire dall’Austria per giocare in Italia vuol dire che cercavano proprio me e quindi…».

– Qual è il tuo più grande difetto?
«Non credo di averne».

– Che importanza ha per te la famiglia?
«Grandissima, dopo il calcio è la prima cosa. La tranquillità della mia casa è tutto. Se c’è qualcosa che non va non riesco a dare il massimo di me stesso in campo».

– Che cos’è l’amore?
«Una cosa bella, molto importante. E’ un sentimento stupendo».

– E l’odio?
«Non lo so, non ho mai odiato nessuno. Forse ho avuto rabbia e stizza verso gli avversari, ma mai odio».
Rimbecca la moglie: «Non è vero che non ha difetti. Walter spesso si abbatte ed è giù di morale. Ma è un uomo tranquillo, sta sempre a casa: è un bravo marito ed e anche un bravo padre».