ZENGA Walter: l’uomo ragno non muore mai

«Mio padre mi accompagnava sempre alle partite. E organizzava le macchinate per le trasferte. Ma quando arrivava il momento di scendere in campo, si metteva lì, lungo la linea laterale. E stava zitto per tutto il tempo».

Avrebbe avuto validi motivi Alfonso Zenga per incitare il figlio Walter in quella gloriosa stagione 1969/70. Perché l’Uomo Ragno è uno di quei pochi calciatori nati a Milano che c’è l’ha fatta partendo da una squadra di periferia. Il sogno di un tempo era la Macallesi: perché per un bambino di viale Ungheria, quale era Zenga, («Un quartiere incantato, vivibile dal mio punto di vista, ci torno spesso perché ci abita ancora mio fratello»), l’Inter era proprio la Macallesi.

«Giocavamo in cortile tutto il giorno e poi all’oratorio. Ma volevamo arrivare lì. Per riuscirvi, falsificai la mia data di nascita, dicendo che ero del ’59 e non del ’60. Perché allora, se avevi meno di dieci anni, il calcio agonistico non lo potevi fare. Poi mio padre sistemò le cose»

Un mostro tra i pali, una mozzarella fuori, uno capace di toglierti il pallone dalla casetta, ma di bucare come un pollo un traversone per Rui Barros. Il tempo, dicevano. Non sapeva scegliere quando e come, i passi, i movimenti, le braccia tese o raccolte. Caniggia è l’incubo vero. Perché è stata quella sera di Napoli che ha sempre alimentato le cattiverie. Mondiale ‘90, non aveva preso neanche un gol. Quello fu il primo: di nuca, vigliacco, bastardo. Al buio, coi suoi pugni sopra la testa bionda di quell’argentino e sopra anche quella di Riccardo Ferri.

Errore. Lui non ha mai accettato, quello:Solo Maradona ha capito tutto. Perché lui conosce il calcio: la verità è che è stato bravo Caniggia. E’ riuscito ad anticipare la mia idea di anticipare lui”. L’unica volta nella vita in cui non ha parlato semplice è stato per nascondere lo sbaglio. Perché questo è stato il suo peccato: non ammettere. Sorridente e spavaldo, invece. Il giorno dopo a Marino, pareva quasi divertito: lui il masochista, al limite di sentirsi contento d’essere il colpevole, l’obiettivo di tutti, il crocifisso.

Non gliel’hanno perdonata. Nessuno: i compagni, il commissario tecnico Vicini, il presidente federale Matarrese, i trenta milioni di italiani delle notti magiche inseguendo un gol. Poteva dire: “Colpa mia”. Poteva fare il martire, il Baggio di Usa ’94 che sbaglia il rigore e tradisce un paese, che gioca anche se non può giocare e non c’è quel giorno per 120 minuti e però finisce per essere difeso, il più difeso, il predestinato al contrario. Walter così sarebbe uscito come la vittima, poveraccio. Come quello che adesso porta la croce, ma non se lo merita.

Era il miglior portiere del mondo, in fondo. Non sarebbe stato Zenga, però. Walter era l’uomo ragno, il bullo di viale Ungheria, il re della Milano boriosa degli anni Ottanta. Era la catenina fuori dalla maglietta, da baciare per ostentare un’appartenza, era il ciuffo che cadeva sull’occhio, il sorriso da divo di Cioé, la gomma masticata in faccia al mondo. Coraggioso e presuntuoso, sfrontato e folle. Sempre stato così. Quando lo mandarono alla Salernitana in prestito, fu massacrato per una papera contro il Campobasso. Roba da serie C. Scuse neanche allora. Perché un portiere deve chiedere scusa? Un giocatore che sbaglia un rigore non invoca il perdono.

Come Vialli, che quella sera di Napoli sbagliò a due metri da Goycoechea e nessuno se lo ricorda. Zenga non ha cercato compassione, allora. Tutti hanno cancellato il resto: aveva detto che non voleva arrivare ai rigori, che non si sentiva pronto per quelli, che l’avversario partiva fortunato e carico perché aveva parato già la Jugoslavia. Walter aveva pure scherzato: “Io rigori non ne paro da vent’anni”. Non sono mai stati il suo: troppo complicato, troppo da calcolatore, da computer che conta la probabilità, poco istintivo, poco da fumetto. A Zenga piaceva stare in porta e aspettare l’avversario.

Adorava stare lì, ad aspettare l’assalto. Amava il volo: plastico, morbido, a effetto. Era il contrario di Dasaev che si giocava ogni volta con lui il premio di migliore del mondo. Rinat era una statua, un computer umano, uno che solo Van Basten poteva umiliare. Zenga quel tiro di Marco all’Europeo ’88 in Germania l’avrebbe preso, sicuro. Però prendeva anche gol agghiaccianti, come quello di Genova nel 1994. Ultimo anno all’Inter. Di fronte c’era Gianluca Pagliuca, l’uomo che avrebbe preso il suo posto a Milano, dopo avergli rubato già quello in Nazionale.

Era finita l’epoca di Zenga e Tacconi. Amici contro. E’ stato il primo dualismo della porta: uno doveva scegliere, o uno o l’altro. Due tipi diversi, rivali per tanti anni, in competizione perenne per un posto. Bisognava darsi una regolata: la maglia con lo sponsor Misura o quella con Ariston. Era una scelta di vita: il caschetto di Walter e la chioma ingellata di Stefano. Una volta, nel 1990, Vicini inventò la staffetta del portiere: a Palermo, in un’amichevole contro l’Olanda, decise che avrebbero giocato un tempo a testa. Il Mondiale era già finito.

Zenga e Tacconi non capirono: la sera prima della partita uscirono insieme a fumarsi una sigaretta. Stefano parlò: “Io, a differenza di Zenga, sono stato per anni in panchina: lui invece ha più opportunità per fare vedere il suo valore… Adesso mi danno questa possibilità? Bene, è un’ occasione: io ho lo spirito di sempre. Vicini mi ha chiesto se sono disponibile. Sapete che cosa gli ho risposto? Mister, conti su di me”. Walter era meno sorridente: “Io non ce l’ho con i settemila giornalisti sportivi che ci sono in Italia ma con quei quattro-cinque che mi odiano. Io accetto le critiche, mai la malafede”.

Il tempo ha massacrato anche quel ricordo: oggi Walter è tornato il mezzo idolo interista, perché lui l’amore non l’ha mai negato. Gli altri sì. Lo cacciarono, preso e mandato via, perché a 35 anni aveva chiuso col calcio dei grandi. Lo capì l’8 febbraio 1994, quando uscì da San Siro in lacrime, dopo aver sfiorato per la prima volta nella vita di essere aggredito dai tifosi. Scrisse una lettera: “Cari tifosi… Immagino i vostri brutti pensieri soprattutto nei confronti della vecchia guardia… uomini che vi hanno regalato gioie, salvato tante volte la squadra e che ora buttate via come oggetti… Tutto quello che hanno fatto non serve più a nulla. Così, con le vostre inutili parole, otterrete probabilmente il risultato di allontanarli da una squadra che hanno contribuito a fare grande e che senza di loro non sarà mai più la stessa”. La lesse in diretta su Telelombardia sua moglie Roberta Termali.

L’addio fu questo. Anzi no. Fu dopo: migliore, bello, giusto. Fu in una sera elettrica. Un Inter-Salisburgo a San Siro. Ginocchia, indice, medio, anulare, mano aperta, migliolo. Una parata dietro l’altra. Di più. Fino all’impossibile. “Zenga, Zenga, c’è solo un Walter Zenga”. L’ultimo totem a brillare nella notte di Milano. Ottantamila in piedi per uno che la settimana prima stava per essere preso a cazzotti: è la magia di un simbolo. Cancella, riavvolge, copre. Quell’ovazione fu un risarcimento. Grazie, scusa e addio, voleva dire la gente. Un addio sofferto. “Zenga, Zenga, c’è solo un Walter Zenga. Quella notte, Pellegrini aveva già fatto tutto: offerte, proposte, rifiuti, nomi e miliardi. Inter e Sampdoria, accordi, transazioni, soldi.

Fu Ottavio Bianchi a scaricarlo e lui lo sa, l’ha sempre saputo. Il mister voleva Pagliuca, lo stesso che a Walter aveva già preso il posto in Nazionale. Quella è stata la vera rivalità, mai troppo raccontata. Gianluca soffriva Zenga, la sua popolarità, la sua sfacciataggine. Poco tempo prima gli avevano chiesto se invidiava qualcosa a Zenga: “Dimostra la sua bravura quando è davanti a una telecamera”. Mezzo complimento e mezza provocazione. Gli anni sono passati anche per questo: hanno riempito il vuoto. Ora neppure se lo ricordano. Lo scambio ci fu. Pagliuca a Milano. Zenga a Genova, poi Padova e dopo ancora l’America a Boston, ai New England Revolution.

Zenga ha cominciato allora a pensare che l’estero poteva essere casa sua. E’ diventato allenatore negli Stati Uniti. In Italia tenta la carta del Brera in serie D. Poi vuoto, sempre più vuoto: non s’è mai capito se nessuno l’abbia voluto o se sia stata una scelta. Ha fatto il postino per conto di Maria De Filippi in “C’è posta per te”: prendeva la bici, si metteva il cappellino e si mostrava alla gente. Famoso, sorridente, rubacuori. Era la trasmissione per lui: popolare e vagamente trash, il massimo per uno che viveva per il coro di una curva. “Uno di noi”, cantava la Nord. Poi arrivò l’altra: “Un Walter Zenga, c’è solo un Walter Zenga”.

E’ quello che non hanno mai detto le sue donne, consumate da amori folgoranti e spesso rapidi. Era sposato con Elvira: lei lo lasciò quando scoprì che Walter aveva una relazione con la Termali. Poi fallì anche il matrimonio con Roberta, quello che tutti volevano finisse bene. Erano un po’ i Totti e Ilary dell’epoca: si sposarono in una bella giornata del 1992. Era il 28 settembre: a Milano c’era sindaco Piero Borghini. Fu lui a celebrare le nozze nei giardini di via Palestro: c’era Osvaldo Bagnoli, Peppino Prisco e Azeglio Vicini. C’era Gianluca Vialli, Ruud Gullit e un migliaio di curiosi. Perché Walter era Zenga, all’epoca: personaggio, campione, celebre, forte, telegenico. Il suo testimone fu Davide Fontolan. Fontolino. Finì anche quel matrimonio: arrivò Hoara Borselli.

Poi s’è perso il conto: l’ultima signora che gli ha complicato la vita Walter la trova a Belgrado. Aveva appena vinto tutto: campionato e coppa come allenatore della Stella Rossa. Lui alzava trofei e scattava foto con il presidente Dragan Stojkovic, a Bucarest usciva il diario di sua moglie Raluka pubblicato su un tabloid: c’era scritto che la Serbia era un posto schifoso, che i serbi pure, che lei e Zenga non si trovavano bene. Smentite, rettifiche, correzioni. Conferme. Walter non ha lasciato i Balcani per questa storia, ma la fine è cominciata quel giorno perché a Belgrado quelli del quotidiano Kurir hanno chiesto di ritirare il visto a Raluka e allora anche a Zenga. Lei non è stata l’unica a creare tensione.

Un’altra fu Marina Perzy. Erano giorni spensierati della carriera all’Inter. C’era ancora Bearzot ct dell’Italia: il mister lo cerca per convocarlo, ma Walter era un attimo impegnato in una fuga d’amore con la bella. Il Vecio la prese così e così: non lo chiamò mai più e la Nazionale arrivò solo con Vicini. Solo. Perché con Azeglio finì anche. Zenga non era il tipo di portiere che poteva piacere ad Arrigo Sacchi. Lo sapeva, Walter. Lo sapeva e quando la cosa diventò ufficiale, aveva la stessa faccia del giorno dopo la sconfitta contro l’Argentina. Quel sorriso beffardo tipico suo. Da paraculo. Se ne uscì così, con un brano canticchiato ai microfoni: “Hanno ucciso l’uomo ragno”. Ha sempre avuto bisogno di nemici. Era il suo modo di dare il massimo.

Al Padova, quando arrivò stanco e demotivato dopo quindici anni al vertice, tra Inter e Sampdoria: giocò anche in B, ma a un certo punto disse basta. Arrivò l’offerta dall’America e disse sì: “Però la verità è che ero abbastanza stufo di prendere insulti. Gli americani avranno tanti difetti, ma almeno non vanno allo stadio per tifare contro. Ero un po’ stanco di dovere ascoltare offese continue a mia moglie e ai miei figli, stanco dei cori ‘Argentina, Argentina’, stanco di un ambiente dove ti danno due giornate di squalifica perché il quarto uomo ti vede rispondere alla gente che ti infama. Per carità: senza l’offerta americana avrei continuato a prendere insulti. Però l’offerta è arrivata e io vado. Sa cosa mi ha detto l’arbitro Nicchi? Che faccio bene ad andarmene, se il calcio italiano è diventato questo. E poi, parliamoci chiaro: una volta si diceva che lo stress e le tensioni erano giustificate dagli stipendi; ora in Germania e in Inghilterra si guadagna anche meglio, con la differenza che dopo la partita vai a bere al pub con gli avversari. Adesso diranno: ecco, ha parlato il dinosauro. Ma qui tirano i rubinetti in campo. Vado negli Stati Uniti e chissà, magari ci resto. Mi aveva cercato solo l’Atalanta. Mi dispiace: si parla sempre di Baresi e del mio amico Bergomi come vecchie bandiere e nessuno si ricorda di un portiere che a 36 anni ha avuto la forza di ricominciare dopo un’operazione ai legamenti crociati del ginocchio e che adesso emigra negli States. Deve essere colpa del mio carattere, sono sempre stato uno contro”.

E’ tornato, fregandosene del tifo, degli insulti, delle parolacce. Catania, Palermo, Sampdoria, avventure burrascose e via di nuovo del giro del mondo con Turchia, Arabia Saudita, Dubai… perché l’idea di fare il Milutinovic italiano sempre a caccia di una panchina lontana, lo fa sentire importante. Anche se l’Italia è sempre un sogno. Zenga, uno di noi.

Testo di Beppe Di Corrado