Fratello bianco, non sei colpevole!

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Il 5 luglio 1994 Zola coronava il suo sogno: esordio ai Mondiali di Calcio proprio il giorno del suo compleanno. Non aveva previsto il clamoroso abbaglio dell’arbitro Brizio, espulsione diretta e discesa negli inferi del piccolo tamburino sardo…


In un attimo, nell’unico momento di lucidità durante la tempesta di rabbia, Gianfranco Zola pensò ad Oliena. E’ un paesino sparso in qualche parte della Sardegna, è il piccolo regno di un piccolo re, un ragazzo famoso, a casa sua, per la tranquillità, la semplicità, la generosità dei suoi sentimenti.
Zola è un sardo un po’ diverso dalla sua gente, non è scontroso, non è chiuso, della sua terra ha soltanto la timidezza tipica di un’isola staccata dall’Italia, considerata per troppo tempo, e ingiustamente, una costola lontana dal corpo del paese. La presenza di Zola nel mondiale aveva riavvicinato la Sardegna all’Italia, quanto, e forse più, la presenza nei ruoli dirigenziali di un altro antico campione che in Sardegna ha conosciuto i suoi fasti, Gigi Riva.

In quell’attimo, in cui i riflessi hanno risposto alla sua mente, Zola riuscì a pensare a tutto questo. Non era facile, lo sforzo era stato straordinario. Aveva conosciuto, un minuto prima, la più grande delle ingiustizie di questo mondiale. Lo avevano strappato dal campo con la forza, non voleva andarsene e chiunque, al posto suo, avrebbe fatto lo stesso. Un arbitro maldestro, inadeguato e incompetente gli aveva sbattuto in faccia un cartellino rosso. Fuori dal campo un attimo dopo l’inizio del suo mondiale. E per cosa, poi? Per un fallo che non sembrava neppure fallo, per un intervento magari non dolcissimo ma neppure meritevole di una ammonizione. «Quando l’arbitro ha fischiato, ho pensato: “guarda questo che fa, fischia una punizione che non esiste“. Quando ha messo la mano nel taschino, ho avuto paura: “e ora che combina? Mi ammonisce? E’ incredibile“. Quando ho visto il cartellino rosso non ci volevo credere. “Espulso? lo? E perché? No, no, non è vero, fermatelo, fermatelo“».

Lo gridava a se stesso più che agli altri che ormai gli si erano fatti intorno e lo spingevano fuori dal campo, mentre quell’insieme di nervi ferrosi stava per abbattersi sui cartelloni della pubblicità con una furia di calci. L’arbitro messicano Brizio saprà forse l’ingiustizia che ha commesso ma non saprà mai il dolore che ha provocato.

Il mondiale di Zola era cominciato in un secondo tempo di angosciosa sofferenza. Eravamo sotto di un gol con la Nigeria, la possibilità di uscire dal mondiale era così grande e così evidente che il suo inserimento in campo era sembrato a tutti l’ultima mossa disperata. Zola era pronto, si era scaldato per qualche minuto ai bordi del campo, stava bene, si era sempre allenato per tutto il ritiro, come le altre riserve, ben sapendo che per lui sarebbe stato più difficile ritagliarsi un angolo di popolarità in questo mondiale. Doveva saltare Roberto Baggio, si pensava, perché Zola avesse diritto a qualche minuto o anche a un’intera partita. Del resto, era arrivato in America dopo che Sacchi aveva rinunciato (su richiesta dello stesso giocatore) a Roberto Mancini, stufo di essere considerato soltanto l’alternativa di Baggio.

Mai un lamento, mai un’osservazione fuori posto, sempre al lavoro, con la grande considerazione di Gigi Riva che, alla vigilia del mondiale, lo aveva pronosticato fra le grandi sorprese. Riva, probabilmente, ci avrebbe indovinato se quel dannato Brizio non si fosse messo in mezzo. In campo, contro la Nigeria, mentre gli altri azzurri si stavano spegnendo (e qualcuno era già spento), Zola stava conquistando spazio su spazio. Ormai sembrava l’unica salvezza, l’unico giocatore pronto a combattere fino all’ultimo istante quella battaglia incredibile. In qualche modo aveva rianimato anche Roberto Baggio, che era rimasto in campo proprio per sfruttare il genio del suo collega di fantasia. Sacchi aveva pensato a quei due per evitare la sciagura nazionale.

Ora ci piace pensare che il sacrificio di Zola non sia stato vano. Perché la sua espulsione scatenò la grande reazione dell’Italia, una reazione che ci portò dall’Atlantiico al Pacifico, in un viaggio entusiasmante. Sferzata da una così grande ingiustizia, la nazionale ritrovò la sua anima e Baggio, toccato dal genio del suo amico, riscoprì se stesso e il gol. Tutto questo succedeva mentre il piccolo Gianfranco, sorretto dal capodelegazione Raffaele Ranucci e da uno degli uomini dell’ufficio stampa, Stefano Balducci, stava crollando in una paurosa crisi di nervi. Rientrando negli spogliatoi aveva abbattuto tutto ciò che aveva trovato sulla sua strada, immaginando in quei cartelloni, in quelle porte e in quelle sedie, la faccia scorbutica di Brizio, un messicano senza pudore, già noto alle cronache calcistiche italiane per aver offeso i giocatori della nazionale under 21 di serie B in un’amichevole a Cancun, contro una rappresentativa messicana.

Non c’era niente per confortare il pianto di Zola. O meglio, c’era qualcosa che in quel momento somigliava ad una magìa. C’era la vittoria degli azzurri. Quando sono tornati nello spogliatoio, quasi un’ora dopo la sua espulsione, gli azzurri fecero una festa intorno al piccolo sardo, lo rincuorarono, lo ringraziarono, tutti erano convinti che proprio la sua espulsione aveva determinato quella reazione rabbiosa. «E’ stata un’ingiustizia clamorosa», urlavano i giocatori sui taccuini dei giornalisti. Ma negli spogliatoi si scopriva un altro pezzetto della grande amarezza di Gianfranco.

Proprio quel giorno, il giorno del suo debutto al mondiale e della sua espulsione, era il suo compleanno. Ventotto anni compiuti in quel modo, da una festa grandiosa a una festa sciupata. Sì, la nazionale aveva vinto, aveva conquistato il diritto ai quarti di finale, ma come avrebbe potuto spiegare agli amici di Oliena quella sua grande delusione? Quel giorno, il 5 luglio, poteva cambiare il suo mondiale, ci stava entrando, anzi, c’era entrato, ma lo avevano sbattuto subito fuori.

Il piccolo nuorese si era fatto forza. Non c’erano altri modi per superare la delusione e la rabbia. Il giorno dopo, al campo della Pingry School, raccontava con tristezza, ma forse anche più sollevato, i momenti della sua esperienza. «La rabbia che ti resta dentro è incredibile. Non avevo mai provato niente di simile. Lasciavo la nazionale in dieci nel momento più difficile del nostro mondiale. Ho pensato anche a me, ma solo per un momento, pensavo soprattutto ai miei compagni che volevano farmi coraggio ma non avevano le parole, non avevano la forza. Vedevo i loro occhi iniettati di sangue, io ero l’uomo più fresco, potevo fare qualcosa, potevo aiutarli, e invece mi hanno strappato via».
Aveva sperato per un attimo che i giudici della Fifa fossero comprensivi, che la pena fosse mite dopo quella ingiustizia. Ogni volta che c’è un’espulsione sono due giornate di squalifica, ma il cartellino rosso di Brizio era stato una vergogna.

Macché, i giudici quella volta non avevano sentito ragioni, due turni di squalifica anche per Zola. In compenso, avevano spedito a casa l’arbitro messicano. «Non mi interessa, nessuno potrà mai più restituirmi il mio mondiale». Ma con grande forza, e con quel silenzio che è uno dei più antichi rifugi della sua gente, Gianfranco Zola aveva cominciato a tifare e a sperare. Bastava superare i quarti, entrare nelle prime quattro, perché in una delle due finali ci fosse anche il suo nome nel referto ufficiale consegnato alla Fifa. Quando l’Italia battè la Spagna, cullandosi tra le prime quattro del mondo, si è visto un piccoletto che saltava più alto di tutti. Era Zola. Era l’uomo che dalla grande ingiustizia era passato alla grande festa. Quello era il suo compleanno: era compiuta una giustizia.