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L'avventura di Laszlo Kubala, uno dei più grandi talenti di tutti i tempi (secondo Di Stefano «tecnicamente più puro di Pelè») e di suo genero Ferdinand Daucik, allenatore di straordinaria intelligenza e “padre” del grande Barcellona degli anni '50
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Quella formazione ha vissuto una stagione breve, quanto intensa, raggiungendo una notorietà insperata che ha poi regalato grandi soddisfazioni ai singoli personaggi di quella vicenda.
Due su tutti, Ferdinand Daucik e Laszlo Kubala, rispettivamente suocero e genero. Storie nella storia dell'Hungaria, una squadra che è vissuta solo nei campi di calcio, che è vissuta nei nomi dei suoi componenti e nei ricordi di chi pensa al football come a uno sport onnicomprensivo ed esaustivo, capace di racchiudere in sé la leggenda delle leggende, una squadra che non troverete mai negli almanacchi, una squadra senza, sede, senza stadio, senza trofei da conquistare, una squadra che ha giocato a calcio, e che calcio, per se stessa e per gli altri, perché i suoi giocatori potessero avere un futuro come tali, una squadra senza patria, ripudiata dalla Fifa e difesa, per interessi politici e sportivi, dalla Federazione spagnola, quella del regime franchista, una delle quinte colonne europee contro il comunismo.
L
a squadra dei senza patria, di giocatori che per la loro classe non potevano essere inquadrati in nessuno schema, tanto meno quello mentale, politico, sociale e culturale dei regimi dell'Est europeo, del primo dopoguerra.
HUNGARIA
La squadra che non c’è sugli almanacchi. Formata nei primi anni ’50 da esuli,
ripudiata dalla Fifa
Ferdinand Daucík (1910 - 1986)
K
ubala, ma anche Monsider, Marik, Simotec e soprattutto Ferdinand Daucik che una volta allenatore del Barcellona creò, in assoluto, la squadra più forte dei primi anni Cinquanta, alla
luce della scomparsa del Grande Torino nella tragedia di Superga. Squadra che si avvalse anche delle giocate e dei gol di Laszlo Kubala, secondo Alfredo Di Stefano: «... il talento tecnicamente più puro di Pelé».
Laszlo nasce a Budapest il 10 giugno 1927 e inizia a lavorare in fabbrica giovanissimo, ma il senso di Kubala per il pallone è cosa troppo grande per rimanere chiusa in una tuta.
Gioca con la squadra del dopolavoro, il Ganz, e presto conosce anche la maglia delle rappresentative giovanili ungheresi. A diciassette anni, appena finita la guerra, viene ingaggiato dal Ferencvaros e fa il suo esordio il 29 aprile del '45. Tozzo e robusto, diventerà un piccolo armadio di 1,75 per 83 chilogrammi, con i piedi pieni di classe e fantasia. L'indole ribelle viene a galla quando nella primavera del '46 decide di scappare a Bratislava per un ricco contratto con l'SK, il Ferencvaros si trova di fronte al fatto compiuto ed è costretta ad accettare una sorta di risarcimento, 15.000 fiorini.
La nazionalità cecoslovacca del padre gli apre le porte della Nazionale
di Praga, con cui gioca 11 partite segnando 8 reti. Nel frattempo conosce e s'innamora della figlia dell'allenatore, Ferdinand Daucik, Ana Viola, hanno un figlio e si sposano, ma l'idillio dura pochissimo.
Nel '48 Laszlo rientra a Budapest per giocare con il Vasas, tutto appare rientrare nei canoni di una normale vita da calciatore, ma il governo ungherese decide di inquadrarlo nella "Legione rossa", con il divieto d'espatrio. La situazione è senza via d'uscita: Kubala a Budapest solo e "prigioniero", Ana Viola e Branko (eccellente talento calcistico, stroncato in giovanissima età dalla leucemia) in Cecoslovacchia lontani da Laszlo. È nonno Ferdinand a progettare la fuga oltre frontiera, mentre Kubala avrebbe fatto lo stesso dall'Ungheria. La prima a scappare è proprio Ana insieme al figlio, poco dopo ci riesce anche Ferdinand Daucik che ripara a Vienna insieme con altri profughi.
P
er Laszlo è più difficile. Riesce a farsi destinare ai reparti di confine e una sera, in uniforme sovietica, sale su un camion di rifugiati.
La fuga riesce e la famiglia Kubala si riunisce in Italia.
La Pro Patria, infatti, ha contattato Laszlo, ma la Federcalcio magiara lo sospende a vita e la Fifa (chissà poi perché) ratifica la squalifica. Il giocatore, però, non si dà per vinto: firma un precontratto con la Pro Patria, si allena a Busto Arsizio e poco tempo dopo fonda una squadra, l'Hungaria.
L'Hungaria è una specie di Nazionale dell'Est composta da esuli che iniziò a giocare qualche amichevole in Spagna, per i motivi politici già accennati.
È qui che scoppia l'amore della Spagna calcistica per Laszlo Kubala, Real Madrid e Barcellona selo contendono.
Alla fine sono gli azulgrana ad averla vinta grazie a Pepe Samitier, capace e potente Direttore generale della formazione catalana. La Pro Patria s'illudeva ancora di poter ammorbidire la Fifa, ma una squadra italiana non aveva certo il peso politico sufficiente, è così che Samitier ingaggia il giocatore, invia un rimborso alla Pro Patria e offre a Kubala un passaporto spagnolo, oltre a un contratto d'oro, facendolo poi esordire nell'aprile del '51. Il potere di Samitier si misura quando, grazie alle sue influenti amicizie, riesce a togliere la squalifica al giocatore da parte della Fifa.

K
ubala non dimentica la famiglia e porta con sé il suocero Ferdinand Daucik. L'allenatore cecoslovacco riesce a costruire intorno a Laszlo una squadra di grande spessore
tecnico, creando uno dei cicli più vincenti del club catalano.
Nei quattro anni in cui Daucik restò alla guida del Barcellona vinse tutti i trofei più importanti, coronati nella stagione '51-52 dal grande slam: Liga, Coppa di Spagna (detta anche Coppa del Generalissimo), Coppa Latina, Coppa Eva Duarte e Coppa Martini& Rossi.
Secondo alcuni biografi del Barca quella formazione è stata più forte anche di quella che aveva in rosa Koeman, Stoichkov e Romario.
Quel Barcellona amava giocare all'attacco con grande vivacità e scaltrezza, vista anche la mitica linea difensiva formata da Basora, César, Kubala, Moreno e Manchòn.
Daucik seppe sposare la fantasia dei suoi campioni a un realismo tattico di straordinaria efficacia.
Uomo di grande abilità nei rapporti umani, si diceva fosse in grado di convincere un giocatore in difficoltà psicologica che assumendo una mezza aspirina il suo rendimento sarebbe lievitato.
Allo stesso tempo esigeva la massima disciplina e curava ogni dettaglio prima della partita.
Ci siamo dimenticati di ricordare che era sempre lui l'allenatore dell'Hungaria, di quella squadra che ha ballato per una sola estate, grazie soprattutto al talento di Laszlo Kubala, padre di Branko, marito di Ana Viola e genero di Ferdinand.
Daucik dopo quell'esperienza ha diretto anche l'Atletico Madrid, il Porto, il Betis, l'Espanyol senza però ottenere grandi risultati; è morto nel 1986.
P
er Kubala, che nel 1965 riesce a giocare insieme al figlio sedicenne nell'Espanyol, la vita è continuata tra squadre nuove e nuove partenze, per tornare poi in Spagna ad allenare la Nazionale dal '69 all'80.
Ferdinand Daucik e, in particolare, Laszlo Kubala avevano inseguito un sogno, avevano inseguito la
libertà correndo dietro a un pallone.
Non sappiamo se hanno raggiunto i loro veri obiettivi, se la nostalgia li ha mai sorpresi nella solitudine della notte, se si sono mai guardati indietro. Certo è che hanno lasciato l'Hungaria, una formazione esistita solo per aver disputato alcune amichevoli, alla storia del calcio.
Testo di Francesco Caremani