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1990/91: Il talento di Mancini e Vialli, la saggezza di Boskov, il fosforo di Cerezo, la sicurezza di Pagliuca. Una squadra che ha rallegrato il calcio. Fatta di campioni e di uomini veri, uniti nel nome di un grande presidente: Paolo Mantovani
PROLOGO
«Dunque l'han battezzata Samp-Doria. È stato un parto laborioso e alla fine non troppo felice... Quel Samp-Doria dà ì brividi alla schiena... Vi par di sentirli i tifosi gridare: "Forza Samp-Doria "? No davvero».
Beh, oggi ci pare, eccome. Ma è tuttavia comprensibile che quell'iniziale distonia potesse risultare fastidiosa al cronista della "Gazzetta dello Sport" che il 9 luglio 1946 salutò in questo modo la nascita della nuova società.
Giustificabile il disagio: si sa, da sempre le fusioni nel nostro calcio sono osteggiate da ogni parte.
Ma per Genova si fece un'eccezione, perché per il capoluogo ligure tre squadre erano diventate davvero troppe. L'Italia era in ginocchio, schiacciata dal peso di una guerra che l'aveva annichilita, e i soldi non scorrevano certo a fiumi. Logica, quindi, in un'epoca di transizione tra il calcio eroico e quello milionario, la decisione di ridurre il numero delle squadre della città, che poteva offrire un limitato bacino d'utenza. Intoccabile era l'antico e glorioso Grifone rossoblu, mentre in profonda crisi erano le due società della Sampierdarenese e dell'Andrea Doria.
Lasciate da parte logiche rivalità di campanile, le due squadre decisero di unire colori, denari e cuori dei tifosi. Ultimo ostacolo da superare, appunto, il nome da dare alla neonata associazione sportiva. Si decise per sorteggio.
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ALLE ORIGINI DEL TRIONFO
Gli esordi della giovane formazione, poi, furono più che incoraggianti, tanto che per vent'anni buoni non si schiodò dalla massima serie.
Due decenni fra i grandi: senza mai ambire allo scudetto, per carità, ma carichi di soddisfazioni, di derby infuocati e di apparizioni di alcuni veri campioni, come il leggendario idolo argentino Ernesto Tito Cucchiaroni, l'austriaco Ernst Ocwirk e lo svedese Lennart Skoglund, che nel 1961 trascinarono i blucerchiati a uno storico quarto posto.
Ma la supremazia dei colori rossoblu non appariva in discussione, sotto la Lanterna. Certo, anche il Grifo non se la passava tanto bene, ma i nove scudetti cuciti sulle antiche casacche rammentavano fasti difficilmente ripetibili.
Poi vennero anche le prime magre doriane, che ebbero come logica conseguenza un anno di castigo fra i cadetti, nel 1966-67.
Ma la subito promossa Samp non seppe più ritrovare la vena che l'aveva sostenuta per un ventennio e firmò una decina di stagioni contrassegnate in larga parte da salvezze al pelo, da quart'ultimi posti acciuffati con la forza della disperazione.
Poi venne il 1977, e i genovesi sprofondarono nuovamente nelle sabbie mobili dell'infida B. Un pantano che avrebbe stretto la Doria fino alla cintola per ben cinque anni.
Finalmente, nel 1979, quando il ritorno nella massima serie appariva un miraggio, Paolo Mantovani assunse la presidenza della società.
Quel giorno si posero le basi per un'incredibile scalata ai vertici del calcio italiano, che avrebbe proiettato la Samp fra le grandi d'Europa.
Mantovani, che nei seguenti quindici anni di presidenza si sarebbe distinto per l'anticonformismo, la lontananza dai saloni di palazzo e dai colpi a sensazione, il giorno della presentazione alla stampa si concesse l'unica sparata della sua vita: «Torneremo in Serie A» disse. «Preparate i passaporti... vinceremo lo scudetto».
A quel punto i presenti ebbero un sussulto: la conquista della Serie A appariva come un dovere irrinunciabile, ma pensare a posizioni-Uefa o addirittura allo scudetto era roba da matti, soprattutto con una squadra immersa nel dramma-B già da due stagioni.
L'avventura dei ragazzi di Boskov
Ma il nuovo numero uno blu-cerchiato parlava con piena cognizione di causa. Trasferitosi nel capoluogo ligure dalla natia Roma a soli venticinque anni, da dipendente di una società di navigazione era riuscito a diventare armatore, per fare poi fortuna col petrolio.
Ricco, quindi, ma non solo: intelligente e schivo, riusciva a coniugare alla perfezione i pregi e i difetti tipici di genovesi e romani. Sarebbe diventato una leggenda e il pubblico donano lo avrebbe amato incondizionatamente.
I primi anni, però, nonostante le dichiarazioni iniziali, non furono facili. Si sa, tornare nella massima serie non è uno scherzo, e tante volte denaro e buone intenzioni non sono sufficienti. All'avvio della stagione 1981-82, il vero dramma: il 2 settembre 1981, a Cagliari per un incontro di Coppa Italia, il presidente fu colpito da un infarto mentre sedeva in panchina con l'allenatore Riccomini.
Fu l'inizio di un calvario che, accompagnato da svariate beghe giudiziarie, lo portò a un volontario esilio in Svizzera.
Esonerato Riccomini alla quinta giornata dopo una batosta a Lecce, per il rilancio di una Samp che stentava si optò per un giovane tecnico toscano, Renzo Ulivieri, il classico uomo della provvidenza.
A fine stagione, dopo tanto patire, i blucerchiati avrebbero raggiunto il sospirato traguardo. Il più era fatto: l'ossatura della squadra era robusta, il tecnico aveva le idee chiare e il presidente i miliardi.
DAI CADETTI CON FURORE
La campagna acquisti per la stagione 1982-83 diede un'idea della dimensione che stava assumendo la squadra genovese. Non più vecchie glorie o mezzi brocchi, ma campioni appetiti da tutta la Serie A. Nonostante la forzata lontanza da Genova, Mantovani riuscì in colpi di mercato clamorosi.
La stagione precedente aveva visto uno sgangherato Bologna retrocedere in Serie B per la prima volta nella sua storia; quella disastrosa annata, però, era stata illuminata dai primi bagliori di un campione ancora in fasce. Un ragazzino di Jesi che, con le sue nove reti e le sue prodezze, aveva tenuto vive le speranze dei felsinei fino all'ultima giornata. Attorno al nome di Roberto Mancini, il fanciullo-prodigio, si scatenò un'asta sfrenata. A spuntarla fu proprio la Samp, che per la cifra-record di quattro miliardi si assicurò il giocatore che più di ogni altro avrebbe segnato la sua storia. Sulle doti del giovane non si ammettevano discussioni: all'annuncio della sua cessione, Gigi Radice, in procinto di firmare il contratto, rifiutò la panchina dei rossoblu. In più, da Bologna sarebbe arrivato anche il nuovo diesse Borea, un altro destinato a mettere solide radici in riva al Mar Ligure.
Ma la campagna di rafforzamento sampdoriana non si limitò al gioiellino bolognese: anche due affermati campioni come Francis e Brady sbarcarono a Genova. E se il presidente fosse stato un uomo di diversa caratura, la Samp avrebbe potuto disporre di un'altra pedina di peso: anche il giovane Pietro Vierchowod, infatti, prelevato un paio d'anni prima dal Como, avrebbe dovuto fare parte della brigata di Ulivieri, ma si ritrovò alla Roma in prestito (giusto in tempo per vincere uno scudetto accanto a Falcao, Conti e compagnia) in virtù di una promessa fatta da Mantovani a Dino Viola. Chi non l'avrebbe voluto, anche allora, l'indomito "russo"? Ma Paolo era fatto così: una promessa a un amico, seppure a malincuore, aveva lo stesso valore di un contratto steso davanti a schiere di notai e avvocati.
Davvero strano che un tipo così sia riuscito a vincere tanto, in un calcio come quello di oggi.
I miliardi spesi sortirono comunque gli effetti desiderati, tant'è che la Doria spesso e volentieri diede del filo da torcere anche alle grandi. Solo Mancini, il tanto sbandierato golden-boy, non rendeva secondo le attese: più volte Ulivieri lo relegò in panchina, anticipando la sua tendenza di allenatore allergico ai fuoriclasse. Ma il Mancio si sarebbe rifatto, e con gli interessi.
Alla fine fu un confortante settimo posto, posizione di tutto rispetto per una neopromossa. Soltanto il sorprendente Verona di Bagnoli, anch'esso proveniente dalla B, riuscì a fare di meglio.
1982/83: la prima grande Samp di Mantovani, con Mancini, Francis e Brady
La stagione successiva fece finalmente ritorno alla base Vierchowod, fresco campione d'Italia in giallorosso; gli acquisti di Galia, Marocchino, Renica e Bordon diedero maggiore solidità alla compagine di Ulivieri. Ancora settimi, nell'anno del furioso ritorno della Juve di Platini. Qualcosa, però, bolliva già in pentola, in vista del campionato 1984-85.
C'era un ragazzino che segnava gol a grappoli in B, con la Cremonese. Sì, era un po' mingherlino, ma data l'età sarebbe stato interessante metterlo accanto a uno come Mancini.
Chissà: forse la Samp avrebbe vinto qualcosa per la prima volta, con quei due...

E ALLA FINE ARRIVO' VIALLI...
Finalmente, la campagna acquisti 1984-85 iniziò a strutturare seriamente la squadra che avrebbe trionfato nel 1991. Mancini, Pellegrini e Vierchowod erano a Genova da tempo; presi Souness e Salsano, la società decise di puntare sui giovani, e a disposizione del nuovo allenatore Bersellini mise Vialli, Mannini e Pari. Nelle intenzioni della dirigenza, la Samp avrebbe dovuto aprire un ciclo destinato a durare nel tempo, data la verde età dei giocatori.
Mantovani e Borea azzeccarono ogni mossa, e fin da quella stagione misero in bacheca il primo trofeo della storia doriana: la Coppa Italia, conquistata ai danni del Milan. In più, il quarto posto in campionato incorniciò una stagione favolosa.
Stava nascendo la Samp-simpatia, destinata a segnare un'epoca del calcio italiano.
Sarebbe stata la squadra dei giovani, della libertà, della fantasia al potere e delle stravaganze; orde di ragazzine si sarebbero votate al culto blucerchiato, rapite dal fascino dei gemellini del gol.
Ma sarebbe stata lungamente etichettata come la bella incompiuta, come la squadra priva di maturità, vittima del proprio narcisismo.
Una congiunzione unica, che maturò sotto il saggio pontificato di Paolo VII, come era stato soprannominato dai tifosi, un presidente-padre, capace di amare i suoi giocatori come propri figli e di essere a sua volta riamato come un secondo padre.  Fu certamente lui il collante che permise alla Samp di non dissolversi, di non
essere dilaniata dalle mire degli squadroni, che a turno avrebbero lusingato a suon di miliardi
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Mancini, Pari e Salsano festeggiano la Coppa Italia 1985
Vialli, Mancini e Vierchowod. Se i blucerchiati rifiutarono più volte i metropolitani contratti faraonici fu per riconoscenza verso Mantovani, che col suo affetto li aveva fatti sentire blucerchiati nel cuore.
Dopo i trionfi del 1985, la Doria, imbottita di giovani, pareva pronta per una nuova stagione di successi: pochi ritocchi sarebbero bastati per renderla competitiva su ogni fronte.
Arrivarono infatti un uomo di classe come Matteoli, regista di enorme valore, e il giovane Pino Lorenzo, un ariete grosso come un armadio che aveva fatto sfracelli a Catanzaro.
Puntualmente, la Samp non seppe ripetersi e firmò una delle sue peggiori stagioni, finendo all'undicesimo posto.
Bersellini aveva esaurito il suo ciclo, non c'era ombra di dubbio in proposito. C'era un allenatore slavo, che a suo tempo aveva anche indossato la maglia blucerchiata, negli anni Sessanta. Aveva appena riportato in Serie A l'Ascoli, si poteva provare...
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