1970 – Domenghini: «Rivera? Dovevamo correre anche per lui…»

Generoso e scorbutico in campo e fuori, il Domingo ricorda le tappe di quell’avventura. Racconta quali furono le reazioni della squadra all’istituzione della staffetta e spiega perché Valcareggi mandò in campo Rivera contro il Brasile negli ultimi 6 minuti.

«Quando torno indietro con la memoria a Città di Messico oppure alle città di Puebla o di Toluca, metto tutto assieme, immagini buone o meno buone, momenti di ansia, di tensione di esaltazione come metalli in un crogiolo. Ma i frammenti d’oro spuntano fuori e mettono in ombra il resto: sì, per mio conto è stata un’avventura dorata, una vicenda alla quale chi vi ha partecipato non può che gloriarsene. Perlomeno per se stesso».

Dopo tanti anni, dunque, le recriminazioni, i malumori, gli argomenti velenosi del dopo-Messico non sembrano avere più valore, se non altro quel valore di rinfaccio che spesso tali argomenti risultano possedere agli occhi e al sentimento di chi se ne è sentito coinvolto. Come nel caso di Angelo Domenghini. Ora lui stesso, dopo quella premessa, soggiunge che ad approfondire il discorso si finirebbe per colpevolizzare troppa gente:

«E non ne vale la pena. Ve l’ho detto: per noi quando slamo tornati, era come se avessimo vinto i mondiali. Certamente lontana da noi l’idea anzi l’ipotesi che ci stessero attendendo a Roma per una manifestazione selvaggia. E poi si parla di violenza attuale. Ma la violenza era cominciata allora, sicuramente, in quel giorno d’estate romana del 1970: una cosa inaudita, una vergogna da fare arrossire tutti dal primo all’ultimo».

Indubbiamente, se si riflette su un particolare che tutti gli azzurri di quella spedizione sottolineano e cioè che per la prima volta riuscimmo a superare il primo turno, in un mondiale del dopoguerra, se si fa mente locale alle difficoltà dell’altura e agli scompensi inerenti, la canea di Fiumicino all’arrivo dell’aereo che riportava in patria la nazionale ha del grottesco perlomeno. O dell’assurdo. Ma tutto in definitiva era nato dai sei minuti ultimi che Valcareggi aveva imposto a Rivera facendolo entrare contro il Brasile ormai vincitore per 3-1. Di questo Domenghini cosa pensa?

«Penso che Valcareggi non l’abbia fatto apposta. Sei minuti per lui in quel momento potevano valere sessanta se non disponeva dell’orologio o se possedendolo non lo aveva minimamente osservato. Sapete cos’è la trance agonistica? Ebbene è questo: che uno se è in campo o in panchina perde la nozione del tempo. Capita, è capitato, capiterà».

La rete di Domenghini alla Svezia

D’accordissimo, ma la staffetta per esempio… Se era stata cominciata, se aveva preso il via sin dalla seconda partita, poteva anzi doveva proseguire che fosse tra Mazzola e Rivera o tra Mazzola ed altri o tra altri e Rivera.

«Su questo non sono d’accordo perché io per esempio quando venni sostituito da Furino in Italia-Uruguay non fiatai, ma feci il diavolo a quattro quando nella partita successiva Valcareggi mi fece uscire per lasciare il posto a Rivera…».

Insomma Rivera lo vedevate come il fumo negli occhi.

«Non diciamo enormità. Il motivo è ben diverso: contro l’Uruguay alla seconda partita risentii di colpo del lavoro che avevo fatto contro la Svezia all’esordio. Perché oltre al gol avevo… fatto anche il resto, corse folli avanti e indietro con l’altura che mozza il respiro. Ebbene quando nell’intervallo mi si disse che avrei… riposato ne fui lieto».

Riva, Niccolai, Gori, Cera, Domenghini, Albertosi: quando rivedremo 6 cagliaritani in un Mondiale?

E invece a Toluca contro Israele lei stava a posto, si sentiva in condizione. Ricordiamo infatti il suo malumore per la sostituzione.

«Altro che malumore: diedi i numeri… riconosco di aver persino esagerato nelle proteste. Forse dipendeva dal fatto che a me la storia della staffetta non andava a genio, anche se Mazzola nell’intervallo mi disse avviandoci agli spogliatoi: ora tocca a me uscire…».

Per lei a anche per gli altri la staffetta la infastidiva?

«Per tutti in generale, salvo rare occasioni, salvo cause di forza maggiore come un infortunio. Per esempio io anche allora lo pensavo e lo dicevo che tra Mazzola e Rivera occorreva fare una scelta. Chiaro: né l’uno né l’altro erano centrocampisti classici cioè gente di ritmo o di passo. Magnifici come mezzepunte o come rifinitori anche se uno differente dall’altro. Mai comunque insieme. E in ogni caso non da mortificare con la staffetta. Certamente: una mortificazione quella trovata, come a dire implicitamente: signori questi due i 90’ non li tirano, sono mezzi atleti…».

E non era cosi?

«Direi di no se nelle loro squadre di club giocavano i 90’ come tutti. Le squadre sono da costruire tenendo presenti le risorse dei singoli e subito dopo le compensazioni. Se si voleva Rivera bisognava supportarlo in un modo, se si preferiva Mazzola era giusto aiutarlo in un altro modo. Insomma con gente che facesse al caso».

Quali sono state le partite più difficili all’inizio?

«Con la Svezia abbiamo vissuto sul gol che ho messo a segno dopo dieci minuti di gioco: ho tirato fidando nella velocità della palla e il portiere con una… spanciata mi ha dato una mano. Ma era un tiro “carogna” con l’effetto. L’incontro più sfortunato direi sia stata contro l’Uruguay perché a parte che abbiamo sbagliato gol molto facili, c’era quel portiere, mi pare si chiamasse con un nome lunghissimo e impronunciabile (Mazurckiewicz, n.d.r.}, che fece veri miracoli».

A suo parere gli automatismi della nazionale in quel primo periodo non erano ancora perfetti. Lo divennero contro il Messico…

«Quella fu la partita che ci portò in alto e che ci convinse della nostra passibilità. Per molti motivi, uno dei quali era che ci battevamo contro i padroni di casa e i giornalisti che se lo ricordavano ci prospettavano l’immagine del Cile e qualcuno persino della Svizzera. A proposito di giornalisti: ce ne furono alcuni che all’ultimo sembravano indecisi se… assistere oppure no alla partita. Temevano le reazioni del tifosi messicani. Poi vennero tutti e fu gran festa».

Lei ha il coraggio di ammettere che la staffetta aveva creato notevoli problemi.

«Sicuramente; nel gruppo e in campo. Anche se poi nessuno osava farne parola. Ma è chiaro che se non sei garantito di giocare tutta la partita e ti vedi escluso di colpo anche se ti senti in piena condizione non puoi saltare di gioia. E i risentimenti uno se li porta dietro e questo non fa bene a un atleta».

E la staffetta in campo?

«Dico la verità ancora una volta, non mi fa velo l’amicizia e la stima che ho sempre nutrito per Rivera: entrato lui e uscito Mazzola la ripresa contro la Germania fu un calvario. Non tanto per colpa specifica di Rivera perché anche noi eravamo stanchi, ma il fatto è che Mazzola dava più una mano in difesa e siccome la Germania operava in forcing occorreva ridurre gli spazi e contare su un maggior apporto dei centrocampisti».

Così arrivò il pareggio di Schnellinger proprio allo scadere dell’incontro.

«Macché: a tempo scaduto da quattro minuti. Chissà che cosa voleva recuperare il signor Yamasaki, arbitro messicano. Certamente, a quel punto noi avevamo tutto da perdere e nulla da guadagnare stando alle risultanze di gioco del secondo tempo…».

I tedeschi però erano stanchi a loro volta.

«Stanchi ma organizzati a centrocampo da padreterni. Quell’Overath mi fece un’impressione enorme senza dire di Beckenbauer. E qui consentitemi di mandare un personale ringraziamento al c.t. tedesco di allora, credo si chiamasse Schoen…».

Un ringraziamento?

«Per non aver sostituito Beckenbauer che aveva un braccio al collo dopo uno scontro aereo con Cera. Se lo avesse sostituito guai a noi».

Domenghini e Zoff in un momento di relax all’Hotel Parc des Princes di Mexico City

Comunque caro Domenghini, il gol di Rivera, quello che suggellò la partita, rese giustizia a un grande campione. Ne conviene?

«E chi ha mai dubitato della classe di Rivera? L’ho detto: come rifinitore come mezza punta capace anche di concludere nulla da eccepire: a Maier fece un gol da favola ma vorrei anche richiamare l’attenzione sui venticinque metri di corsa compiuti palla al piede da Boninsegna con quell’assist che più lo si rivede in tv e più dà l’idea dell’intelligenza di gioco di Bonimba. Insomma il merito semmai dividiamolo a metà tra chi ha creato l’azione e chi l’ha magistralmente conclusa».

Ciò che per Domenghini è rimasto quasi inspiegabile è come la nostra nazionale si sia lasciata andare dopo questa partita a una sorta di appagamento.

«Davvero, come se un secondo posto fosse il massimo e magari lo era come si è poi verificato. Però come si spiega che nell’intervallo i brasiliani erano spaventati?».

Qualche suo ex compagno di nazionale ha ricordato che dopo un suo tiro finito sul fondo sfiorando un montante la fiducia è venuta di colpo meno.

«Direi più che altro un rilassamento e una deconcentrazione generali, qualcosa di strano eppure evidente, qualcosa che dava il senso di un limite oltre il quale non era possibile procedere. Così ci capitò di subire il gol di Gerson, un maledetto sinistro sversato come sanno confezionare i brasiliani. Su quel gol andammo in barca. Ma è anche giusto riconoscere che Clodoaldo, Gerson, Jairzinho, Tostao non sfiguravano accanto a Pelé. E già, c’era anche Pelé non scordiamocelo per favore quando ci viene in mente di fare dei raffronti…».

Allude al Brasile di Spagna rispetto a quello messicano?

«Per carità: non vorrei mi facessero passare per un bestemmiatore della grande impresa azzurra in Spagna. Dico soltanto che in quella formazione c’erano perlomeno oltre a Pelé tre autentici fuoriclasse».

Insomma perdere contro di loro non fu un disonore…

«Non lo fu. Salvo che a Roma fu allestito un palcoscenico per il nostro processo…».

Intervista di Angelo Rovelli – 1986

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