1986: il Totonero 2

Chi pensava che il «Totonero ’80» fosse almeno servito a scoraggiare la pratica delle scommesse clandestine sul pallone venne drasticamente costretto a ricredersi appena sei anni dopo.


Nella primavera del 1986, a ridosso dei Mondiali messicani, scatta improvvisamente il «Totonero 2» (la vendetta?), che passa alla storia anche come la «strage di Marabotto», dal nome del sostituto procuratore della Repubblica di Torino che dà il via alle danze. Anche questa volta, infatti, a muoversi per prima è la giustizia ordinaria: lunedì 14 aprile il citato Marabotto firma dodici ordini di cattura e una quarantina di comunicazioni giudiziarie per un «affaire» di partite truccate e scommesse clandestine. Il giro è di parecchi miliardi.

Mentre scattano le prime manette, si apprende che l’operazione ha preso il via poco meno di un anno prima, grazie a una casuale intercettazione telefonica. È stato indagando sulle conversazioni via filo di alcuni «gentlemen» sotto inchiesta per spaccio di droga e su quelle di alcuni prestasoldi del Casinò di Saint Vincent, che gli uomini della Squadra Mobile di Torino si sono imbattuti in dichiarazioni compromettenti relative a giocatori e partite da addomesticare.

I lunghi mesi di indagini hanno partorito ben 295 nastri registrati, in cui compaiono i nomi di manager, presidenti e calciatori. Tra gli ordini di cattura eseguiti, quelli per Antonio Pigino, ex portiere della Sambenedettese, al momento allenatore dei portieri della Pro Vercelli (C2), e per Giovanni Bidese, portiere di riserva della stessa formazione.

Il giudice Giuseppe Marabotto

L’inchiesta si divide in due tronconi: da un lato c’è l’organizzazione del totonero, vale a dire persone che alteravano, d’accordo con alcuni tesserati e addetti ai lavori, le partite di calcio di Serie A, B e C con lo scopo di correggere adeguatamente le quote o comunque di lucrare sulle puntate. Dall’altro, invece, persone che favorivano certi risultati con lo scopo di determinare promozioni e retrocessioni in modo da lucrare, in percentuali precedentemente pattuite con certi dirigenti, i contributi provenienti dalla Lega.

Dato che le società percepiscono contributi differenziati (per la A, 2 miliardi l’anno, per la B, 1 miliardo e 300 milioni, per la C, 380 milioni), si ipotizza la correità di dirigenti che hanno favorito promozioni al generoso scopo di dividersi la ricca torta.

Il giallo si estende subito a macchia d’olio, coinvolgendo società come Perugia e Vicenza, parecchi calciatori (non di primissimo piano) e persino Italo Allodi, general manager del Napoli. Anche in questa circostanza c’è un «superteste»: si chiama Armando Carbone, è un faccendiere napoletano le cui tre agende, scoperte dai carabinieri dopo la sua precipitosa fuga, si rivelano una autentica miniera di nomi e dati.

L’affare si ingrandisce rapidamente: nelle lunghe settimane dell’inchiesta si susseguono coinvolgimenti, colpi di scena, clamorose rivelazioni. Al termine di un drammatico processo, che vede confessioni in lacrime (come quella del presidente del Perugia, Spartaco Ghini, incastrato per non aver saputo dire di no ai propri giocatori), giunge una sentenza torrenziale, che condanna società, dirigenti e calciatori.

Il Perugia viene retrocesso direttamente dalla B alla C2, con in più due punti di penalizzazione. Il Vicenza viene privato della promozione in A, Udinese e Lazio vengono penalizzate di 9 punti da scontare nel torneo successivo (rispettivamente, di A e B); Cagliari e Palermo vengono penalizzati di 5 punti così come la Triestina, che però ne sconta uno subito, perdendo la promozione in A, e quattro nel torneo successivo.

Tra i dirigenti, vengono inibiti per cinque anni il general manager dell’Udinese Tito Corsi e il presidente del Perugia, Ghini; tra i giocatori, cinque anni per Cerilli (Vicenza), Vinazzani (Lazio), Lorini (Monza) e M. Rossi (Pescara). Ma questi sono solo alcuni dei tantissimi colpiti da un verdetto che provvede a un vistoso repulisti di un ambiente evidentemente parecchio inquinato.

In questa autentica orgia ecologica, è curioso il caso dell’Empoli: nonostante sia anch’esso invischiato nell’inchiesta, evita sul momento qualunque condanna e grazie alle sanzioni che colpiscono Vicenza e Triestina, sale in Serie A. L’anno dopo, tuttavia, la prosecuzione dell’inchiesta a suo carico ne rileva la colpevolezza, che sconterà con 5 punti di penalizzazione (decisivi per la sua retrocessione in B nell’88). Ecco perché forse non aveva torto chi, nell’estate ’86, ha commentato: la giustizia si è fermata a … Empoli.

Una vignetta di Giuliano apparsa sul Guerin Sportivo dell’estate 86
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