Adolfo Baloncieri

L’arte del Balon

Se fosse possibile una graduatoria assoluta, ogni tempo, dei grandi registi del calcio mondiale, probabilmente Adolfo Baloncieri, che ha giocato in epoca tanto remota rispetto alla nostra, figurerebbe tra i primi, se non il primo in assoluto. In lui infatti si compendiavano le doti migliori della “scuola alessandrina”, che avrebbe poi dato un altro fuoriclasse come Ferrari, portate a un livello di perfezione tale da scolpire i contorni ideali del ruolo.

Adolfo Baloncieri era nato a Castelceriolo, in provincia di Alessandria, il 27 luglio 1897. Emigrato a sette anni con la famiglia in Argentina, tornò a quindici e subito entrò nelle giovanili dell’Alessandria, facendo parlare di sè per i prodigi della sua classe. Lo chiamavano “l’americano” e i tifosi andavano a godersi le sue finezze. A diciassette anni esordì in Serie A. Si presentò sulla scena smilzo, di statura media rispetto ai tempi, un mezzo sorriso orientaleggiante stampato sulla faccia ed esibì subito la stoffa del campione.

Cominciò da ala, poi divenne mezzala nell’imperante Metodo, che prevedeva i due interni parte integrante dell’attacco, col compito di tessere il gioco e di andare direttamente a concludere. Baloncieri era una macchina da calcio di impressionante regolarità: intelligenza tattica, prontezza di riflessi, senso dell’organizzazione del gioco, fantasia, lancio preciso, tiro potente e secco erano tutte qualità che galleggiavano alla pari sulla superficie di una adesione totale alle ragioni della squadra. Scrisse di lui Ettore Berra:

«Il giuoco lo pensava come una realizzazione d’insieme, nulla doveva turbare l’armonia dell’azione, l’efficienza nasceva da una coordinazione di sforzi».

Ecco perché Baloncieri, pur incarnando un equilibrio raro di doti tecniche e agonistiche (resistente alla fatica, tetragono ai colpi più duri), rifuggiva dalle iniziative da solista. Approdò alla Nazionale nel 1920 e ne divenne un caposaldo, consentendole il salto di qualità per entrare nell’elite interazionale.

Arrivò al Torino nel 1925 per 70 mila lire, quando l’Alessandria ormai gli stava stretta, costringendolo a fare la vedette – ciò che soprattutto disdegnava -, e fu squadrone, con l’argentino Libonatti e lo
spezzino Rossetti a formare un trio fenomenale. In tre stagioni, due scudetti (di cui il primo revocato per il caso Allemandi) e un secondo posto dietro il Bologna. Giocò in granata fino al 1932, totalizzando 97 reti in 192 partite. In azzurro, 47 presenze con 25 gol. Alberto Fasano scrisse di lui:

«L’intelligenza: ecco la virtù più eletta di Baloncieri, quell’intelligenza che trasporta il gioco dal piano dei vividi riflessi muscolari al piano della logica artistica nella quale l’intuito e la riflessione, l’immaginazione e la furbizia, il calcolo e il colpo d’ala, la prudenza e l’audacia, lo slancio e la freddezza si compongono in mirabile sintesi, blocco raggiante di valore».

La portata immensa del suo magistero non poteva andare dispersa con la chiusura della carriera. Baloncieri divenne istruttore dei giovani granata, che vennero chiamati i “Balon boys”, un marchio di fabbrica di molti campioni dell’epoca.