Aldo Cazzullo intervista Trapattoni: «Una volta c’era l’asso, ora sono tutti miliardari»

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Intervista di Aldo Cazzullo a Giovanni Trapattoni – Corriere della Sera del 9 novembre 2003

«Ho imparato da Liedholm e da Rocco. Platini, Rivera, Zoff: tre grandi esempi»

Le maglie di Pelé (San Siro 1963, Italia-Brasile 3 a 0), Cruijff (Santiago Bernabeu 1969, Milan-Ajax 4 a 1), Eusebio (Wembley 1963, Milan-Benfìca 2 a 1) sono fuori, lungo le scale. Nell’ufficio di Giovanni Trapattoni, al primo piano dell’officina del suo amico Pasquale Piccolo («Batti’s»» è l’insegna), ci sono le foto del Milan di Liedholm e di quello di Rocco, l’immagine di Gaetano Scirea con scudetto (uno dei sei vinti da Trapattoni con la Juventus) e il ritratto di Giovanni Agnelli.

«Liedholm è stato il primo dei miei maestri, e anche il primo Campione che ho incontrato. Lo scriva così, con la C maiuscola. Per noi calciatori giovani era un papà e uno psicologo. Ti insegnava l’educazione e il modo di stare in campo. Noi gli insegnavamo l’italiano. Tutto inutile: non ha mai imparato la pronuncia. L’ultima volta che l’ho visto, alla festa per i suoi ottantanni, dove c’erano anche Berlusconi e Maldini, si esprimeva con gli stessi suoni gutturali nordici del 1958, l’anno del mio esordio nel Milan».

«Il secondo maestro è stato Rocco. Un uomo diverso da com’è stato raccontato. Timido, rispettoso. Sembrava burbero ma non lo era, ogni tanto gli scappava una battuta in dialetto ma era un uomo colto, che non diceva mai nulla di banale. Parlava volentieri con noi, ma non aveva mai il coraggio di avvertirci: oggi stai fuori. Quando nel ’71 la società decise di vendermi al Varese per prendere Sogliano, Rocco non trovò la forza di dirmelo. Eravamo in tournée in America, vidi la notizia su un giornale italiano. Da allora con i miei giocatori ho sempre voluto parlare di persona, eppure di no pesanti ho dovuto dirne: a Furino, a Causio, a Tardelli, per ultimo a Baggio, prima dei Mondiali. Ho il cuore a sinistra e la responsabilità a destra. Quella volta andai io da Rocco a chiedergli spiegazioni. Lui veniva dalla campagna, come me, ci capivamo in fretta. Ammise, mi consolò, garantì che quando avrei smesso mi avrebbe preso al Milan come allenatore delle giovanili. Così è cominciata la mia seconda carriera. Quattro anni dopo ero già alla Juve».

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Il problema, con Rocco e con Trapattoni, è che la retorica del calcio di una volta, della palla di stracci e dell’osteria, dell’oratorio e delle nebbie, è vera. «Comprare un pallone a un bambino? Ma quando mai? Io ero il quinto e ultimo figlio di una casalinga e di un contadino bergamasco che aveva trovato lavoro a Cusano Milanino, in una fabbrica di rayon, la Gerli, ma si era tenuto un pezzo di terra. Abitavamo in una cascina e quando uccidevano il maiale a noi bambini toccava la vescica. Seccata e riempita di stracci, era il nostro pallone. Mi esercitavo con una lattina di Simmenthal, arrivavo fino a scuola prendendola a calci. Poi la nascondevo in un cespuglio e la recuperavo all’uscita».

«Papà non voleva che facessi il calciatore. Quando esordii in Coppa Italia non gli dissi niente, per paura di fare brutta figura. Dopo si arrabbiò: “Perché? Così non ti vedrò più”. E’ morto quattro giorni dopo, d’infarto. Anche mio fratello maggiore Antonio voleva fare il calciatore, era sicuramente più dotato di me, ma papà gli aveva bruciato la valigia e l’aveva mandato alla tipografia della Bicocca. Anch’io sono andato in tipografia, a 14 anni. Poi ne sono scappato. Mio fratello ha fatto il tipografo tutta la vita. Prendiamo il caffè insieme ogni mattina, e non me lo rinfaccia mai».

Una delle tre sorelle si è fatta suora. Paola, ribattezzata Romilde, come la madre. «Attraverso mia sorella mi capita di fare del bene, ma non ne voglio parlare. Politicamente, per le mie origini, sono un socialista naturale. Ma sono di estrazione cattolica». E vicino all’opus Dei, dicono. «Sono legato da una profonda amicizia a uno dei fondatori, ho partecipato ad alcune loro iniziative, sono stato a parlare ai ragazzi delle loro scuole. E’ un’istituzione che stimo, si occupa di educare i giovani, di indirizzarli alle professioni, anche attraverso lo sport».

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«Da piccolo ero juventino. La Juventus mi ha fatto diventare grande. Ma il Milan mi dava riso e filetto quando a casa si faceva la fame. So distinguere. Quando c’è Juve-Milan, guardo a chi merita».
Il primo a parlargli della Juve fu un amico giornalista. «Boniperti attese la fine dell’ultima partita di campionato per chiamarmi».
1976-1977: una delle più forti squadre tutte italiane di sempre. La partita della vita, una sconfitta, Bilbao-Juve 2 a 1, «dodici minuti senza uscire dalla nostra area. Ma vincemmo la Coppa Uefa, per differenza reti. La prima Coppa europea della Juve». Altra partita della vita, altra sconfitta, «ad Atene, con l’Amburgo. Non dormii tutta la notte. L’Avvocato mi chiamò alle 7 e mezza, perché la leggenda delle telefonate antelucane non è vera, era troppo educato, e mi disse: i tedeschi ci hanno insegnato a leggere e a scrivere».

«Gli juventini del 1977 erano ragazzi che Boniperti si era scelto e allevato uno per uno. In una giornata definiva il contratto di tutti e venti. Sapeva essere duro, sapeva essere generoso. Poi c’era l’Avvocato. Arrivava negli spogliatoi e trattava allo stesso modo Platini e il magazziniere. Amava la Juve, ma quando gli chiesi di comprare Paolo Rossi rispose di no: “Costa troppo e noi abbiamo migliaia di cassintegrati. Potrebbe fare un altro nome?”. Non mi ha mai dato un ordine, credo non ne abbia mai dati in vita sua, i suoi ordini erano domande: “Ma perché quell’ala sinistra non gioca mai?”. Ero alla presentazione dell’autobiografia di Boniperti, so che non ha una buona opinione della Juve di oggi. Ma è un paragone impossibile. Non solo la Juve; il calcio è cambiato radicalmente. E tutto è cominciato con Berlusconi».

«Berlusconi è stato il nuovo Herrera: l’uomo della svolta. Il matrimonio con la televisione, l’attenzione all’immagine. Grandi acquisti, grande squadra. Poi si è sbordato, si è andati oltre i limiti, sino alla crisi attuale, ma questo non lo si poteva prevedere. Non ho nostalgie, l’Avvocato mi ha insegnato a non dire mai “ai miei tempi”, a dire sempre “oggi”. Una volta c’era l’asso, viziato e ben pagato; oggi sono tutti miliardari. Ci sono gli sponsor e i procuratori. E 350 tv private. Io appartengo alla generazione che dava del voi ai genitori, questi hanno fidanzate famose e tre telefonini che suonano sempre, e loro controllano il numero sul display prima di rispondere. Totti, Vieri, Del Piero sono come mammuth, si trascinano dietro un piccolo mondo».

Football. UEFA Cup Final, Second Leg. Turin, Italy. 19th May 1993. Juventus 3 v Borussia Dortmund 0 (Juventus win 6-1 on aggregate). The Juventus team and officials lift coach Giovanni Trapattoni onto their shoulders as they celebrate with the trophy.

Questo non significa che Trapattoni non li ami, e che loro non amino lui. «Con Vieri e Del Piero ci siamo chiariti. Io ho letto le loro dichiarazioni sui giornali e sono stato zitto, perché non si ha 64 anni per niente. Poi ci siamo parlati, di persona, e loro hanno capito, perché non si è Campioni per niente». Campione per Trapattoni è «colui che non lascia mai la squadra in 10, che ti dice cosa devi fare in campo e fuori, che non si tira indietro e non arriva in ritardo. E’ diverso dal fenomeno, che magari ti fa vincere la partita da solo. Maradona era un fenomeno. Platini era un Campione. Come Rivera. Come Zoff, un integralista», che per Trapattoni è una bella parola, qualcosa come il superlativo di integro. «Campione era Gaetano Scirea».

Su Scirea il ct della Nazionale si dilunga in un dotto raffronto con Baresi, si sofferma sulle caratteristiche tecniche e tattiche, avverte il fascino della questione — quale sia il libero più forte di tutti i tempi —, e siccome il libero è un ruolo estinto si può concludere che Scirea e Baresi siano i più grandi, in assoluto. Tra i due, forse Baresi era più forte. Scirea, ricorda Trapattoni, vedeva il gioco ancora meglio e faceva 5 o 6 gol a stagione partendo dall’area piccola, ma non era capace di stendere l’avversario. «Gli dicevo: “Gai, ma buttalo giù!” E lui: “Mister, lo sa che non ci riesco!”».

L’Italia di oggi è un paese in cui non è facile per lui riconoscersi. Per restare fedele all’insegnamento di Giovanni Agnelli si è ancorato alle radici, vive ancora a Cusano Milanino, in una villa dell’Ottocento però, e tiene l’ufficio qui a Cinisello Balsamo. Tra i giovani si riconosce in Ringhio Gattuso. «Anch’io sono stato interrogato da Guariniello per la vicenda doping. Gli ho risposto che davvero non so cosa voglia dire, ma che se qualcuno esce dalle righe va punito, con un’avvertenza: una donna che si comporta male una volta non è per questo una puttana». Attorno a sé vede «una forte crescita, non solo di consumi ma anche di cultura. Vedo anche un’eccessiva attenzione all’immagine. Troppa superficialità. E pure, come dire, troppa flessibilità», che per Trapattoni non è una bella parola.

Corriere della Sera del 9 novembre 2003