ALEMÃO: Samba sì, ma con giudizio

Ha rappresentato il prototipo del mediano a cavallo tra gli anni 80 e 90. Disciplinato tatticamente e ordinato nel distribuire il gioco, il brasiliano è stato sempre il faro del centrocampo ovunque abbia giocato.

L’istinto del pallone va disciplinato, incanalato su ritmi europei, dispensato a piccole dosi e mai esibito per il gusto dell’applauso. Non per niente Ricardo Rogério de Brito è stato noto con l’apelido di Alemão, “Tedesco”. Tutto nasce dal colore dei capelli e dalla nostalgia di un ingegnere tedesco che nota i riccioli biondissimi del figlio di un amico e gli trova un soprannome in grado di ricordargli la patria lontana.

La vicenda ha luogo a Lavras, nel sud dello stato di Minas Gerais, dove Ricardo è nato il 22 novembre 1961. È il terzo di cinque fratelli: prima di lui, sono arrivati Maria Angelica e Rafael; lo seguiranno Luciana e Renata. Il padre lavora nell’ente ferroviario: alla famiglia può garantire il necessario, ma niente di più. Ecco perché Ricardo interrompe presto gli studi e comincia a guadagnare qualcosa con lavori saltuari.
«Non mi interessava il tipo di impiego. Volevo solo fare soldi, diventare ricco. Credo di essere nato per questo: vincere, in qualunque attività».

Gli anni passano, i capelli diventano meno biondi, ma il soprannome non cambia e serve a indicare l’indole, più che un tratto somatico. Alemão si sforza di essere un vero professionista in tutto, anche negli hobby. Tra questi c’è il calcio, praticato a livello regionale con una squadretta di Lavras, il Fabril. Un bel giorno, qualcuno si accorge del ragazzo e gli propone un provino con il Botafogo, l’ex squadra di Vinicio, Garrincha e Jairzinho, depositaria di grandi tradizioni, ma afflitta da un presente mediocre.

Siamo nel 1980. Lo stage dovrebbe essere di quindici giorni, ma Alemão finisce col fermarsi a Rio de Janeiro per sette anni. Merito di un carattere maturo, precoce in rapporto all’età, che si fa perdonare la tecnica ancora grezza. Sa che non diventerà un Maradona o uno Zico, perché il genio è un dono di natura, ma non si rassegna al ruolo di comprimario e la voglia di sfondare lo porta a lasciare dietro di sé giocatori teoricamente più dotati.

Con la maglia del Botafogo

Nel 1982, corona il primo dei suoi sogni con l’esordio da titolare nel Botafogo. Da questo momento, il posto sarà sempre suo. L’abitudine all’agonismo non può che esaltarne le qualità, elevando il suo rendimento all’altezza del secondo obiettivo. Il 17 giugno 1983, nel rispetto di una gradualità che più scientificamente «tedesca» non si potrebbe, arriva l’esordio in Nazionale: a Basilea, il Brasile batte la Svizzera e Alemão capisce che l’Europa è fatta per lui. L’altro grande evento dell’anno è il matrimonio con Claudia, coronamento di un amore che ha saputo superare una “grave” difficoltà: la ragazza è tifosa del Flamengo, proprio l’arci rivale carioca del Botafogo.

Intanto il giocatore prepara l’operazione-Mundial 1986. Per entrare nell’undici titolare della Selecao, deve fare i conti con un mostro sacro come Falcao, al quale è assimilabile come posizione in campo, se non come carisma. Il tecnico Tele Santana è un tradizionalista, ama il calcio spettacolo e i suoi «grandi vecchi» ovvero Zico, Socrates e lo stesso Falcao. Ma la situazione alla vigilia del torneo è tale da non lasciare alternative. Gli eroi di Spagna ’82 sono acciaccati o fuori forma, nella rosa c’è un biondo grintoso che sprizza energia da tutti i pori. Che ci può essere di meglio, per mascherare i limiti atletici di una formazione irresistibile solo sul piano del prestigio?

Alemão fa il suo ingresso in squadra da gregario, ma come nel Botafogo finisce con l’imporsi da protagonista. Gran parte di ciò che i verdeoro combinano sul piano dinamico si deve a lui, vice-Falcao che non commette l’errore di ispirarsi all’ineguagliabile modello. Il Messico rivela un personaggio nuovo, che sa fare di tutto ed esce dagli stereotipi del calciatore brasiliano: un lavoratore-lottatore del centrocampo, che corre, marca, tira, il tutto in velocità e con lo scopo di essere utile alla squadra, più che a se stesso. Il passo elegante tradisce le origini sudamericane, ma la concretezza è tutta europea.

Con i verdeoro protagonista a Messico 86

Finisce immediatamente sul taccuino di procuratori, agenti e direttori sportivi di tutta l’Europa. Il Botafogo, alla ripresa dell’attività dopo la sosta per il Mundial, è assediato da postulanti più o meno attendibili. A Rio intanto arriva José Armando Ufarte, emissario del presidentissimo dell’Atletico Madrid, Vicente Calderòn. Il giudizio sul giocatore è positivo e il massimo dirigente dell’Atletico decide di condurre personalmente le trattative. Riesce ad ottenere il «sì», ma Alemão — invece di rappresentare il trampolino per il rilancio della sua conduzione societaria — diventa una sorta di testamento spirituale. Calderòn muore pochi giorni prima che il giocatore arrivi a Madrid, nella primavera del 1987.

All’inizio, tra problemi fisici e brutti risultati della squadra, le cose non vanno bene ma Alemão deve fare buon viso a cattivo gioco. Non è un modo di dire: durante le vacanze estive in Brasile, da Madrid giungono voci preoccupanti. Il nuovo presidente dell’Atletico, il vulcanico Jesus Gil, non si dimostra soddisfatto di questo sudamericano atipico, eredità della gestione precedente. Il campionato 87-88 porta anche un tecnico nuovo: al posto di Luis Aragonés arriva Cesar Menotti, personaggio non meno ingombrante di Gil. Ebbene, bastano poche settimane perché Alemão riesca a conquistarli entrambi, tramutando lo scetticismo in fiducia incondizionata.

Il rendimento sul campo è ineccepibile: le classifiche mensili lo vedono regolarmente ai primi posti e parlano di un «campionato» personale sicuramente vinto. A deludere sono i risultati della squadra, che finiscono con l’alterare certi equilibri interni: del resto, che la convivenza di Gil e Menotti sarebbe stata difficile si poteva prevedere. I due litigano furiosamente e a farne le spese, oltre al tecnico argentino virtualmente esonerato, sono sei giocatori, tra cui Alemão.

Con i biancorossi dell’Atletico Madrid

Ad inserirsi prontamente c’è il Napoli di Ferlaino: per la stagione 1988/89 sarà proprio il “tedesco” il terzo straniero insieme al connazionale Careca e a Diego Armando Maradona. Il Napoli, vincitore dello scudetto nel 1986-87 e secondo l’anno successivo, punta nuovamente alla vittoria del tricolore: in panchina c’è sempre Ottavio Bianchi, in campo giocatori del calibro di Giuliani, Crippa, De Napoli, Ferrara, Francini e Carnevale. A vincere il campionato, però, sarà l’Inter dei record di Trapattoni. Un’annata tuttavia impreziosita dalla vittoria della Coppa Uefa, primo (e fin qui unico) prestigioso trofeo internazionale a finire nella bacheca del Napoli.

Quel Napoli, l’anno successivo, riesce a conquistare il secondo Scudetto della sua storia, bruciando sul filo di lana il Milan. Ricardo Alemão, in quello Scudetto, avrà un “merito” particolare. A quattro giornate dalla fine del campionato i partenopei si trovano un punto dietro il Milan di Marco Van Basten. Il Napoli, guidato da Albertino Bigon, si reca a Bergamo a far visita all’Atalanta di Stromberg: una squadra difficile da superare che chiude quella stagione addirittura al 7° posto. Al 32′ minuto del secondo tempo, l’allora 28enne centrocampista brasiliano Alemão si accascia al suolo vicino alla bandierina del corner, colpito da una monetina lanciata dagli spalti. Il giocatore rimane a terra per un paio di minuti, fin quando il tecnico Bigon decide di sostituirlo con Gianfranco Zola. Sarà reso noto in un secondo momento che era stato il massaggiatore Carmando a convincere il giocatore brasiliano a non rientrare in campo intimandogli di stare giù al fine di poter presentare ricorso per vincere il match a tavolino. La gara si conclude sullo 0-0 e sarà proprio grazie a quel ricorso che il Napoli scavalcherà in classifica il Milan.

Careca-Maradona-Alemao: arriva lo scudetto del 1990

Subito dopo lo scudetto arriva la seconda partecipazione ad una Coppa del Mondo. A Italia 90 il Brasile di Sebastião Lazaroni annovera tra le sue fila gli “italiani” Careca, Dunga e Muller. Sarà una spedizione non fu più fortunata della precedente con la Selecao che esce già agli ottavi di finale di fronte ai rivali argentini. Due “napoletani” da una parte (Alemao e Careca) ed uno dall’altra (Maradona) ma alla fine a spuntarla sarà il Pibe de Oro che trascina in finale la “celeste” offrendo a Caniggia l’assist per il gol decisivo.

Alemão rimarrà in azzurro per altre due stagioni, aggiudicandosi una Supercoppa Italiana (5-1 sulla Juventus) e chiudendo i campionati rispettivamente al settimo e al quarto posto. L’era del grande Napoli finisce lì: nel marzo del 1991 Maradona viene trovato positivo ad un controllo antidoping, nell’estate del 1992 Alemão lascia il Napoli per passare proprio all’Atalanta, allenata da Marcello Lippi, ritagliandosi un nuovo ruolo; quello di difensore centrale al fianco di un giovanissimo Paolo Montero, esordiente nel campionato italiano. Quell’anno gli orobici, trascinati dai gol di Maurizio Ganz, chiudono all’ottavo posto sfiorando la qualificazione in Uefa, ma l’anno dopo qualcosa va storto. Guidolin non riesce a ripetere le gesta del suo predecessore, Alemão colleziona soltanto 18 presenze e l’Atalanta chiude il campionato al penultimo posto facendo così ritorno in Serie B dopo sei stagioni vissute nella massima serie.

Nel 1994 torna in Brasile, firmando per il San Paolo dove totalizzerà 31 presenze e 1 rete in due stagioni. Chiude poi la carriera con il Volta Redonda, nel Campionato Carioca.

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