RAMSEY Alf: un sigaro per il Re del Mondo

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Ha fatto gioire tante persone, ha regalato a coloro che si ritenevano i maestri del gioco l’unico titolo mondiale evitando che quella etichetta si rivelasse ridicola agli occhi del mondo, è stato un grande allenatore, ma si è anche fatto tantissimi nemici al punto che dopo l’esonero dalla carica di Ct della Nazionale, il nome di Alf Ramsey è stato completamente cancellato dalla Federazione inglese. Al contrario di tutti i giocatori del Mondiale ’66, omaggiati con una medaglia d’oro dopo il trionfo, Ramsey non ricevette nulla, dimenticato da tutti per via delle inimicizie che si era procurato ai vertici federali. La Regina Elisabetta II, grazie all’imbeccata del Primo Ministro di allora, almeno lo nominò cavaliere un anno dopo la vittoria della Coppa del Mondo.

Una specie di scandalo, dovendo l’Inghilterra a lui l’unico alloro internazionale della sua storia. Così accadde che la Federcalcio inglese si ricordò di lui solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1999 a Ipswich dove si era ritirato per consumare una vecchiaia da uomo solo in compagnia della moglie e del suo cane. La cosa più straordinaria, però, è l’episodio, banale al limite dell’assurdo, da cui sarebbero nati i rapporti tesi tra Ramsey e i vertici del calcio inglese, all’origine della sua emarginazione: il presidente della Federcalcio inglese era il noto scienziato Harold Thompson, il quale si sentì offeso quando Ramsey gli chiese di non fumare il sigaro davanti ai suoi giocatori nella sala in cui stavano pranzando. E non gliel’avrebbe mai perdonata.

Alf Ramsey nacque a Danegham, un sobborgo nel nord est di Londra, il 22 gennaio 1920. Cercò sempre di nascondere le sue origini prendendo addirittura lezioni di dizione per migliorare la pronuncia influenzata da un marcato accento Estuary” (Estuario, della parte nord orientale di Londra situata alla foce del Tamigi), ma non perse mai l’abitudine di prediligere un piatto tipico delle sue zone: le anguille in gelatina. La carriera calcistica ad alto livello di Ramsey cominciò nelle file del Southampton, nell’immediato Dopoguerra, ma decollò nel 1949 quando il Tottenham lo acquistò per 21.000 sterline, una cifra allora elevata per un terzino. Diventerà uno degli uomini chiave nel gioco Push and Run (spingi e corri) della formazione di Arthur Rowe e rimarrà agli Spurs fino alla fine della sua carriera da calciatore, nel 1955, vincendo il campionato del 1951 e collezionando anche 32 presenze in Nazionale.

A differenza di tanti altri giocatori, Ramsey provava un notevole interesse per la parte tattica del gioco e trovò in Arthur Rowe un autorevole maestro. Subito dopo il termine della sua esperienza da calciatore, nel 1955, lo contattò l’Ipswich Town. Era un club di terza divisione (Serie C) che mirava però a fare il suo ingresso nel calcio che conta. Il suo potere motivazionale, la sapienza tattica e la capacità di fare di un gruppo di giocatori una squadra fecero impennare l’Ipswich, che nel 1957 vinse la Division Three, nel 1961 il titolo della Division Two e l’anno dopo, da neopromosso, un clamoroso titolo nazionale. La storia dell’Ipswich cominciava a diventare interessante, ma l’idiosincrasia di Ramsey nei confronti della stampa e le sue maniere rudi nei rapporti con i media gli impedirono di catturare i favori unanimi del pubblico.

Dopo la fallimentare spedizione ai Mondiali del Cile del 1962, Walter Winterbottom si dimise dalla carica di Ct della Nazionale inglese che ricopriva da diciassette anni. La Federazione contattò Jimmy Adamson, tecnico del Bumley e già assistente di Winterbottom in Cile, e al suo rifiuto si rivolse in seconda battuta a Ramsey. Questi accettò, ma a una condizione. Le convocazioni e la formazione le avrebbe decise lui e non il comitato federale che fino a quel momento era incaricato di questo compito. L’esordio fu un vero disastro: l’Inghilterra venne sconfitta 5-2 ed eliminata dalla Francia nelle qualificazioni agli Europei, nel febbraio del 1963.

Poco dopo la sua nomina, a più di tre anni dal Mondiale del 1966, Ramsey si lasciò allora andare a una dichiarazione che fece scalpore: «L’Inghilterra vincerà la Coppa del Mondo del 1966!». Non lo disse con immodestia o arroganza, ma il suo commento fece il giro del mondo e contribuì ad aggiungere pressione sulle spalle degli inglesi: tutte le squadre triplicarono le proprie energie per battere i… promessi campioni. L’arrivo di Ramsey cambiò i rapporti tra squadra e allenatore all’interno della Nazionale: Winterbottom era un vecchio ufficiale della Royal Air Force britannica, pretendeva disciplina e un certo distacco dai giocatori. Ramsey invece era uno di loro, aveva smesso di giocare da poco e voleva costruire una rappresentativa a immagine e somiglianza di una squadra di club. «Chiamatemi Alf» furono le sue prime parole da ct.

Il cammino verso il Mondiale non fu esattamente in discesa, alcune battute a vuoto fecero perdere per un certo periodo fiducia anche a Ramsey, che comunque seppe reagire e cominciò a pensare a un modulo differente dal 4-2-4 allora imperante. Non vedeva all’orizzonte del calcio inglese ali capaci di fare la differenza e mettere al centro palloni giocabili per le torri, così elaborò un nuovo metodo di gioco, una sorta di 4-3-3 che finirà poi per trasformarsi nel 4-4-2 destinato a prender piede negli anni a venire. La definitiva trasformazione si sarebbe realizzata nell’incontro con l’Argentina ai Mondiali del 1966, al termine dei quali la vittoriosa Inghilterra venne definita “Wingless wonders” (meraviglia senza ali). Ma il cammino non fu semplice e implicò un radicale rinnovamento dei ranghi.

Nel costruire la squadra per il Mondiale, Ramsey attinse a piene mani alla rappresentativa Under 23 da cui prelevò giocatori chiave come Geoff Hurst e Martin Peters, e affidò grandi responsabilità a elementi come Alan Ball e Nobby Stiles che erano poco più che esordienti a livello intemazionale. A poco a poco, riuscì a mettere insieme l’Inghilterra che aveva in mente: Bobby Charlton aveva arretrato la sua posizione alle spalle delle punte, fungeva da regista, dettava i tempi alla manovra e quando ce n’era bisogno attaccava. Il sontuoso Bobby Moore era il leader al centro della difesa, davanti allo straordinario portiere Gordon Banks, mentre in attacco le due torri erano Roger Hunt e Jimmy Greaves, il miglior centravanti inglese di quell’epoca.

Ramsey aveva stabilito regole ben precise durante il ritiro mondiale: la squadra sarebbe stata a disposizione della stampa solo due pomeriggi alla settimana, gli altri giorni si sarebbe allenata a porte chiuse, senza intrusi. Ai giocatori era vietato qualsiasi tipo di “vizio”, come l’uscita al pub per la classica pinta di birra (con grande disperazione di Jackie Charlton), e i convocati venivano sottoposti a visite mediche e controlli accurati quasi tutti i giorni. Venivano perfino controllate le unghie dei piedi e i giocatori venivano istruiti circa la giusta maniera di tagliarle per evitare un’infezione che avrebbe potuto mettere in discussione le chance di vittoria conclusiva. Solo cinque giorni prima del debutto nel torneo, Ramsey lasciò liberi per 48 ore i giocatori che rientrarono alle proprie famiglie. In seguito avrebbe definito quest’ultima una scelta decisiva per la vittoria finale. Tra i sospetti, fomentati dalle altre squadre, dei favoritismi arbitrali di cui avrebbero goduto i padroni di casa, si avvicinava il momento della verità.

Dopo un inizio opaco (0-0 contro l’Uruguay), l’Inghilterra si qualificò brillantemente per i quarti, nei quali sconfisse l’Argentina anche senza Greaves, out per infortunio e sostituito da Hurst, in una partita passata alla storia per le polemiche che scatenò. L’arbitro della contesa, il tedesco Rudolf Kreitlein, si mostrò subito abbastanza severo nei confronti dei sudamericani, provocando le proteste del capitano argentino Antonio Rattin, che venne espulso al 36° minuto, ma uscì dal campo solo dieci minuti dopo su intervento della polizia. Gli argentini la misero in rissa e si ritrovarono sul groppone una valanga di ammonizioni. Bastò un gol di Hurst, a dodici minuti dalla fine, per decretare il passaggio del turno. Dopo il fischio di chiusura l’arbitro, accerchiato dai sudamericani, fu costretto a lasciare il campo sotto scorta, mentre Ramsey si prodigava affinché i suoi giocatori non scambiassero le maglie con gli avversari, da lui definiti “animals” dopo aver tentato di fare irruzione nello spogliatoio britannico.

La semifinale contro il Portogallo fu spettacolare e vide il trionfo inglese per 2-1, mentre la storica finale contro la Germania Ovest venne decisa dal discusso gol di Hurst ai supplementari, col pallone mai entrato dopo aver colpito la traversa, come la moviola avrebbe poi dimostrato. Superfluo il terzo gol personale di Hurst, contro i tedeschi ormai abbattuti dal gol fantasma. Ramsey aveva tenuto fede alla promessa di tre anni prima. Dopo aver concluso al terzo posto l’Europeo del 1968, l’Inghilterra si presentò a Messico 1970 con la miglior squadra della sua storia.

Insieme al Brasile, era la favorita del torneo. Superato il primo girone, gli inglesi si arresero nei quarti di finale alla Germania Ovest in un match dalle grandi emozioni. Senza Banks, messo fuori causa da un virus intestinale, i tedeschi rimontarono l’Inghilterra, che conduceva 2-0 a venti minuti dal termine, vincendo 3-2 ai supplementari. Ramsey, che non si trovò mai a suo agio dopo l’introduzione delle sostituzioni, venne criticato per aver rimpiazzato Bobby Charlton con Bell e Peters con Hunter sul 2-1. Era l’inizio del declino dell’Inghilterra, che fallirà in seguito la qualificazione agli Europei del 1972 e ai Mondiali del 1974.

I cattivi rapporti Ramsey-Federazione si inasprirono ancora di più man mano che venivano a mancare i risultati e il tecnico campione del mondo fu licenziato nel maggio 1974. Allenò il Birmingham City (1974-75), ne divenne dirigente e ritornò in panchina nel 1977-78 come allenatore a interim. Nel 1980 venne ingaggiato dal Panathinaikos come Direttore tecnico, ma dopo pochi mesi rientrò a Ipswich per ritirarsi a vita privata in solitudine, dimenticato da tutti, in particolare dalla Federazione che si ricordò di lui solo sul letto di morte («ora è troppo tardi» disse amareggiata la moglie). Il 28 aprile del 1999 vinto da problemi cardiaci e dall’Alzheimer, Ramsey muore a Ipswich.