Alvise Zago e l’inattesa piega degli eventi

La favola triste di un calciatore vittima di un episodio negativo e della concorrenza implacabile in un mondo, come quello del football, nel quale i talenti fioriscono e sfioriscono rapidi come un sospiro.


Il campionato 1987-88, che il Milan di Sacchi si aggiudica in sorpasso sul Napoli, conosce anche l’appendice di uno spareggio tra Juventus e Torino per l’accesso alla Coppa Uefa, con i bianconeri alla fine vittoriosi (4-2) ai calci di rigore. Da quell’obiettivo mancato riparte il Toro per la stagione seguente, seppur indebolito nei tre reparti da addii pesanti: la difesa è orfana di Corradini, la mediana di Crippa e l’attacco perde d’un sol colpo Berggreen, Gritti e Polster, oltre al rampante Lentini, spedito in B ad Ancona per il necessario apprendistato.

Il santone della panchina granata Gigi Radice fa di necessità virtù e, abituato a contare sulla linfa verde di un floridissimo settore giovanile guidato da anni dal “mago” Sergio Vatta, promuove titolare inamovibile il settepolmoni Diego Fuser – altro recente prodotto del vivaio, insieme a Giorgio Venturin, spedito nel frattempo a farsi le ossa tra i cadetti a Cosenza – e pesca a piene mani nell’organico della formidabile compagine “primavera” (che ha appena abbinato alla vittoria nel campionato di categoria quella in Coppa Italia), aggregando alla prima squadra le matricole Andrea Menghini, Felice Parisi ed Alvise Zago.

Quest’ultimo, nativo di Rivoli, classe 1969, rappresenta la vera scommessa dell’allenatore, che lo fa debuttare in A fin dalla prima giornata, nella sconfitta casalinga (2-3) contro la Samp di Mancini e Vialli. Con quel nome di remota ascendenza veneziana e quel cognome un po’ fumettistico, s’impone per intraprendenza ed affidabilità.

Il nuovo Torino, rimodellato dopo il mercato estivo, annovera un esotico duo di nazionali brasiliani, il regista Edu e l’ala Muller, oltre ad un’estrosa (e bizzosa) punta jugoslava, Skoro. Il biondino Zago compare tra i titolari nell’album Panini, come centravanti. In realtà è un validissimo jolly, capace di ricoprire tutti i ruoli dall’ala destra in poi. Infatti, partendo sempre dall’inizio, indossa otto volte la maglia n. 10 (scalzando l’impalpabile Edu), quattro quella n. 7, in due occasioni si copre le spalle con l’8 e in altrettante gare con il 9, in una gli viene assegnato anche il n. 11.

Salta solo la sedicesima gara con l’Inter per squalifica, poi per 17 incontri è sempre presente fin dall’inizio, mettendo a segno anche due gol: il primo all’ottava giornata nel pari interno (1-1) contro il Verona, incornando magistralmente al centro dell’area una punizione dalla sinistra di Skoro: l’altro nella prima di ritorno a Marassi contro la Sampdoria, gara davvero infausta. A partire dal risultato finale, un catastrofico 5-1, per quanto rincontro si fosse messo bene, col Toro in vantaggio al quarto d’ora proprio con un tocco sotto misura di Zago.

Appena un paio di giri di lancette ed Alvise deve uscire in barella per uno scontro con lo spagnolo Victor Munoz. Una versione postuma del fatto colpevolizza il mediano blu-cerchiato, reo di aver provocato con un contatto in volo la caduta scomposta del centrocampista granata, ma in realtà le immagini sembrano fugare i dubbi sulla natura del tutto fortuita dell’impatto: entrambi si elevano a caccia di una palla alta, senza avvedersi l’uno dell’arrivo dell’altro, con Victor che crolla al suolo privo di sensi e Zago che, cadendo, si impunta sulla gamba destra, procurandosi la rottura dei legamenti.

È il presagio di un’annata negativa, suggellata dalla retrocessione in B, con la lontananza forzata di Zago dai campi di gioco per lutto il resto della stagione in svolgimento e per quella successiva. Il computo personale dei danni si aggrava se si tiene conto che Alvise aveva già guadagnato 3 presenze nell’under 21 di Cesare Maldini – il quale gli aveva assegnato stabilmente la casacca n. 10 – e che, a causa dell’infortunio, esce anche dal giro azzurro.

Di conseguenza non partecipa fattivamente al meritato ritorno dei granata nella massima divisione nel torneo ’89-’90, primi a 53 punti sotto la guida di Eugenio Fascetti, che valorizza appieno il rientrante Gigi Lentini e lancia in prima squadra un nuovo virgulto della primavera, il vivace Gianluca Sordo. Così, chiuso da Lentini e Sordo, nel campionato ’90-’91 Zago colleziona appena una presenza in A col Toro per poi scendere in B, durante il mercato autunnale, al Pescara (21 presenze e 5 gol), restando tra i cadetti anche per la stagione che viene con il Pisa (28 volte in campo e 2 reti).

Due annate di discreto rodaggio, dopo le quali il rientro alla base è d’obbligo, e in casa torinista il trainer Emiliano Mondonico scommette ancora su di lui. Ma Alvise racimola soltanto 8 presenze, di cui appena 3 partendo dall’inizio con il n, 7 (e venendo, poi, sempre rilevato a gara in corso), a causa di una concorrenza spietata, sia per la presenza di un talento d’importazione. Vincenzino Scifo, nazionale belga d’origini italiane, sia perché si mettono in luce i prodotti locali, Sordo e Venturin una buona spanna su tutti, il tempo dell’addio è maturato, e pure molto in fretta, così il biondo Zago, con un gran futuro ormai alle spalle, intraprende un malinconico vagabondaggio sui terreni di serie inferiori con mete più (Bologna, Varese) o meno (Nola, Saronno, Seregno e Meda) gloriose, chiudendo nella squadra della sua città, tra i dilettanti.

Non è sempre facile scovare la ragione, ultima del fallimento di un sogno di gloria. Tuttavia, nel caso di Zago il compito appare meno arduo, se solo si tiene conto dell’entità dell’infortunio da lui patito e della naturale difficoltà di rientrare in un contesto ad elevato tasso di competitività come la massima serie. Se poi a tutto questo si aggiunge che Alvise proveniva da un settore giovanile quanto mai fecondò, allora il quadro delle concause del precoce tramonto è completo.

In quegli anni la squadra “primavera” granata rappresentava un serbatoio di una prolificità a dir poco unica, un pozzo senza fondo dal quale era sempre possibile attingere senza mai rimanere delusi. Non costituiva, allora, un ostacolo insormontabile soppiantare una giovane speranza in crisi con un’altra già pronta per il grande lancio.

In fondo, è questo ciò che è capitato a Zago, passato nella medesima partita dalla gioia per un gol al dolore di un incidente di gioco nel breve volgere di un attimo, nel quale tutta la sua avventura calcistica ha assunto una piega assolutamente inimmaginabile. È la favola triste di un calciatore vittima di un episodio negativo e della concorrenza implacabile in un mondo, come quello del football, nel quale i talenti fioriscono e sfioriscono rapidi come un sospiro.

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