Giovanni Arpino: Cronache Argentine

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Introduzione

Giovanni Arpino in una lunga serie di articoli che, come inviato del quotidiano La Stampa di Torino, scriverà dall’Argentina dal 27 maggio al 27 giugno 1978 a commento del Campionato mondiale di calcio.


«Non mi nascondo una certa emozione personale: centoventi anni fa partiva per Buenos Aires mio nonno materno, allora diciottenne, in cerca di avventure e di guadagni. In fuga dalla casa patria. Ebbene: eccomi qui su un “jet”, con non so quante ore di volo, con la prospettiva di masticar calcio a tutto andare e con l’impegno di “vedere Argentina”, un luogo doloroso e critico. Cosa ci attende, al di là degli orizzonti pallonari? Ci attende l’Argentina del tango, l’Argentina delle grandi bistecche alla griglia, l’Argentina dei generali (che sono presidenti, governanti, persino amministratori di questo “mundial”) o anche l’Argentina ricca di Italiani incrociati, di sentimenti antichi, di desideri di rinascita?»

Così si esprime Giovanni Arpino nel primo di una lunga serie di articoli che, come inviato del quotidiano La Stampa di Torino, scriverà dall’Argentina dal 27 maggio al 27 giugno 1978 a commento del Campionato mondiale di calcio. Oltre che giornalista sportivo, Arpino è uno scrittore piuttosto noto e al calcio ha già dedicato il romanzo Azzurro tenebra (1977) in cui ha narrato la disastrosa avventura della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1974 in Germania. Dell’Argentina, poi, conosce la letteratura. Su La Stampa del 29 novembre 1974 ha pubblicato una recensione al romanzo di Osvaldo Soriano Triste, solitario y final, edito in Italia da Vallecchi, e con lo scrittore argentino, pure giornalista sportivo e appassionato di calcio, dall’aprile 1977 ha una corrispondenza da cui scaturirà una grande amicizia.

Ma l’Argentina lo coinvolge anche a livello personale. Il nonno, come si legge nel brano citato, è stato immigrato in un decennio, il 1850, i cui contingenti migratori verso il Río de la Plata da un lato sono preludio dell’esodo italiano di massa iniziato nel 1870 circa, e, dall’altro, sono gli ultimi rappresentanti dell’emigrazione politica liberale e mazziniana che ha caratterizzato la prima metà del secolo.

Nello stesso brano, retoricamente Arpino si domanda quale Argentina lo aspetta segnalando, oltre alla presenza italiana, due indicatori culturali che da sempre definiscono il paese (il tango e la carne alla griglia) e un aspetto più legato alle contingenze storico-politiche del momento: i militari che dal 24 marzo 1976 sono al governo. Di questi ultimi Arpino si occuperà in modo molto marginale, registrandone la presenza allo stadio e negli spogliatoi o ricordando come i ritiri delle squadre nazionali fossero presidiati dall’esercito argentino.

Ma nelle sue corrispondenze non entrerà mai nello specifico della cruenta repressione politica con cui i militari stanno governando il paese, né accennerà ai movimenti di difesa dei diritti umani che, ancor più in occasione dei mondiali per l’opportunità di visibilità internazionale, si stanno mobilitando per far conoscere all’estero il dramma dei desaparecidos. Eppure nei pochi cenni che Arpino riserva alla presenza militare, si intuisce la tristezza di chi ha deciso – o ha dovuto decidere – di non insistere sull’argomento. Ecco, ad esempio, come congeda la vittoria della squadra argentina:

«È stato un ‘Mundial’ anche ambiguo. Ha voltato il football in strumento di Stato che fa godere gli attuali reggitori argentini».

Il giorno prima aveva scritto:

«I generali e gli ammiragli godono pubblicamente come l’intera popolazione del Paese: per loro il “Mundial” ha significato il raggiungimento d’una incredibile e non ipotizzabile unità. Ma da domani per l’Argentina comincia un’altra epoca: è coronata dal titolo di campione del mondo, rimangono i problemi».

Più espliciti saranno invece i suoi commenti nella corrispondenza con Soriano. In una lettera del 4 agosto 1978 scrive:

«L’Argentina? Mi è apparsa triste ma non ancora “final”. Forse i militari stanno mettendo le radici. Forse la smania di dignità degli argentini crede davvero che la “giunta dei generali” possa farli uscire dai guai».

Difficile dire quale impressione generale Arpino ricavi dal suo soggiorno argentino. Molti sono gli stimoli, oltre a quelli sportivi, e il giornalista sembra a volte essere combattuto tra le sue sensazioni e le vicende calcistiche. Comunque, nella già citata lettera del 4 agosto 1978 diretta a Osvaldo Soriano, il giudizio di Arpino sugli argentini non è dei più lusinghieri:

«C’è una certa ipocrisia se non sbaglio cementata anche da spiriti nazionalisti molto ingenui e dalla paura dei giudizi europei (tutti a domandare: cosa ne pensa di noi? Cosa ne pensa dell’Argentina? Ma in una città come Baires di dieci milioni di abitanti, cosa te ne importa a te, porteño, di quello che pensano gli altri? Troppe volte ho visto o creduto di vedere che gli argentini pensano a Parigi come la nonna, a Roma come la sorella, all’Europa come un gruppo di vecchie zie importanti)».

Peraltro, la vittoria finale della squadra argentina lo lascia con l’amaro in bocca non soltanto per come si è sviluppato il campionato, ma anche per il futuro di un paese dal quale, malgrado tutto, è rimasto affascinato e a cui augura «suerte e possibile felicidad».