Edmondo Berselli: L’epopea di uno sport allegoria della guerra

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Viaggio di Edmondo Berselli nell’allegoria del football: “Modi di giocare che talvolta si avvicinano davvero al prodigio di una divinità che gioca con la palla del suo piccolo pianeta”

Dire che cosa sia il calcio potrebbe essere innanzitutto un esercizio filosofico, se non addirittura teologico: Gianni Brera, il più celebre prosatore calcistico del giornalismo italiano del Novecento, era solito definire il calcio come unimitazione umana del Padre creatore, immaginato mentre gioca con i pianeti. Aggiungeva poi Brera che il “pedatare”, cioè prendere a calci una palla, implicava una specie di redenzione del nostro essere discesi darwinianamente dalle scimmie, con la rivalutazione implicita delle mani posteriori, divenute finalmente piedi e quindi strumenti per una tecnica. Oppure ancora, il calcio è l’allegoria della guerra, con il nemico che assedia il paese, e gli eroi che difendono la porta d’ingresso difendendo così le donne, i loro averi, le case (per poi magari ripartire con velocissime sortite, come insegna il vecchio gioco allitaliana, parata e attacco, un esercizio sofisticatissimo di scherma che illude lavversario per infilzarlo meglio con un tocco a sorpresa).

Ma poi, non sembra di poter definire “il” calcio. Quante varianti esistono, infatti? A risalire alla notte dei tempi pedatori, si ha ancora nell’orecchio l’espressione “calcio danubiano”, in cui sembra di sentire l’eco di valzer mitteleuropei: gesti e cadenze eleganti, studiati, la partita come una cerimonia perfetta. Tutt’altra cosa rispetto alle origini inglesi del «dribbling game», in cui prevaleva l’aspetto esplicitamente fisico, la durezza leale del tackle, la prevedibilità classica del cross, la potenza lineare dell’attacco senza infingimenti. Si ama il calcio, in sostanza, e si ama qualsiasi forma della manifestazione calcistica, perché la sua essenza è facilmente intuibile. I rovelli tecnico-tattici vengono in un secondo tempo. Sarà stato uno svizzero, Karl Rappan, a inventare il catenaccio, nel 1932, allorché sedeva sulla panchina del Servette, arretrando un mediano nella funzione del “libero” (i francesi chiamarono questo schema verrou, e attraverso tale invenzione maliziosa, ai mondiali del 1938, alla guida della nazionale elvetica, Rappan battè la grande Germania e giunse ai quarti di finale dove fu eliminato dalla futura finalista Ungheria).

Ma chi portò alla perfezione il catenaccio furono naturalmente gli italiani, che trovarono nel sistema della parata e dell’offesa il modulo più adatto alle loro caratteristiche. Molti hanno detestato il modo di interpretare i match delle squadre italiane: tremende ammucchiate in difesa, una Maginot che resisteva per lunghi quarti d’ora agli attacchi dell’avversario, per poi rovesciarsi non appena possibile in un contropiede micidiale: ed ecco che l’avversario sicuro della propria superiorità fisica e tattica viene bellamente uccellato con il contrattacco improvviso.Probabilmente l’esempio più alto di questo assetto tattico è rappresentato dall’Inter di Herrera, nei primi anni Sessanta: la difesa ordinata dal libero Picchi si scatenava ad un tratto in un attacco travolgente, con il lancio di Luisito Suarez al veloce Jair, oppure con i dribbling furibondi di Sandrino Mazzola, o con i funambolismi di Mariolino Corso.

Lo schema difensivo all’italiana fu messo in crisi dall’apparizione del calcio cosiddetto “totale”, di cui furono vessilliferi gli olandesi negli anni Settanta, in particolare ai campionati mondiali in Germania nel 1974. Prima regnava una razionale organizzazione del gioco, con i terzini che facevano i terzini, l’ala che faceva l’ala, il centravanti che faceva il centravanti. Spesso un giocatore sapeva fare soltanto ciò che era necessario per il suo ruolo. Con l’Olanda “totale” di Cruijff, tutto questo fu rivoluzionato. I giocatori arancione erano tutti universali, perfino il portiere. Ogni partita consisteva in uno spettacolare dispendio di energie, con risultati esteticamente meravigliosi, anche se forse con uno spreco di risorse (fatto sta che in quei Mondiali la finale fu vinta dalla Germania, e quattro anni dopo l’Olanda fu sconfitta dall’Argentina, entrambe squadre che ancora praticavano un gioco più tradizionale).

Ma forse gli schemi contano poco. Il calcio è bello in primo luogo perché concentra in uno stadio gremito la liturgia dello scontro fra le squadre. Bastano poche nozioni per capirlo, anche se negli ultimi anni i dirigenti del pallone hanno cercato di complicare ogni regola fino a farla sfumare nella metafisica (come è avvenuto con il fuorigioco, ormai incomprensibile). E poi si ha la sensazione che ogni squadra, o ogni rappresentativa nazionale, incarni una specie di antropologia. Non è un caso se il Brasile mette in campo ogni volta una compagine di giocolieri, che riescono talvolta a innamorarsi della giocata e del “numero” senza troppo preoccuparsi di finalizzare in gol: è lo spirito di un popolo che si è riassunto nella classe suprema di Pelé, così come le nevrosi dell’America latina sembrano essersi sintetizzate nelle prodezze isteriche di Diego Armando Maradona.

Una volta chiesero al bravo centravanti inglese Gary Lineker, classe 1960, che cosa fosse alla fine il calcio, e quello rispose: È un gioco che si fa in undici e alla fine vince la Germania. Tanto per dire che sembrano esistere caratteristiche connaturate alle scuole e alle tradizioni nazionali, quasi come ogni ruolo, classificato dal numero sulla maglia, implicava una qualità: la follia estrosa del numero 1, il portiere, e il numero 11, l’ala sinistra; l’onesta applicazione da portapalloni del numero 8, l’arcigna determinazione nel contrasto del numero 2. Adesso tutto questo non è più così sistematico, i numeri vanno a casaccio o secondo gli elenchi consegnati agli organismi internazionali, con il risultato che i portieri possono giocare magari con il 22 e l’ala destra con il 4.

Naturalmente i tradizionalisti pensano che tutto questo sia corruzione dello spirito. Chi ama il calcio detesta in genere le innovazioni. Ha fatto fatica ad accettare il ritorno della difesa a zona, un modello teoretico, che ha sostituito la più pragmatica difesa a uomo.Per chi predilige la tradizione, il numero 10 è il numero 10, senza tante storie: contiene classe, intelligenza, dribbling, tecnica. Non si può dare a un terzino quella maglia perché il “10” è il numero che ha visto il tunnel demoniaco di Omar Sivori, il gioco universale di Pelé, il lancio da 40 metri di Luisito Suarez, e poi via via il tiro biliardista di Michel Platini, gli eccelsi gesti sudamericani di Diego Armando Maradona, il palleggio zen di Roberto Baggio, le pennellate di “Pinturicchio”, cioè Alessandro Del Piero.

Può diventare noioso, il calcio, non appena vuole trasformarsi in scienza, com’è avvenuto con Arrigo Sacchi e nell’ideologia calcistica di Mourinho. Il Milan di Sacchi giocava in trenta metri di campo; per ciò che riguarda Mourinho, talvolta si ha l’impressione che sia uno di quei maestri tattici che considerano la palla un disturbo, e che per ridurre l’imprevedibilità di quell’oggetto scioccamente sferico desidererebbero almeno che si potesse giocare con una palla quadra. Viene in mente ciò che diceva ironicamente il commissario tecnico dell’Argentina Alfio Basile: “Io sono bravissimo a disporre gli uomini in campo; purtroppo al fischio d’inizio loro si muovono”. Si vedrà levoluzione possibile. In verità lessenza del calcio è eterna perché in tutte le periferie, in tutti i paesi, nelle campagne come sulle strade non asfaltate, i bambini hanno imparato a palleggiare, a dribblare, a tirare. Ed è per questo che ciascuno di noi si sente in grado di esprimere giudizi tecnici.

La bellezza del pallone consiste in fondo nella sua democraticità. Nasce davvero, più di un secolo fa in Inghilterra, come passatempo per le classi meno privilegiate, ma con il passare dei decenni diventa uno spettacolo davvero “globale”.fine, il mondo di oggi, senza barriere economiche ma con diverse barriere culturali, trova una sua unità proprio nel calcio. Anche nelle favelas più desolate, negli slum umiliati dalla miseria, dalla corruzione, dalla sporcizia e dalla violenza, può venire fuori un ragazzino che emula Ronaldinho nel controllo di palla, e che fra qualche anno farà impazzire il pubblico mondiale con i suoi numeri: la “rabona” di Maradona, la “ruleta” di Zidane, la “pedalada” dei brasiliani, la rovesciata “em bicycleta” in cui eccelleva Gigi Riva, giù giù per il Novecento fin quando il bolognese Biavati inventò il “doppio passo”. Specialità eterne, codificate dallo stile, dalla bellezza, dal gusto personale. Modi di giocare che talvolta, direbbe Brera, si avvicinano davvero al prodigio di una divinità che gioca con la palla del suo piccolo pianeta.

Edmondo Berselli Il Caffè, 15 giugno 2008