CARLO MURARO: CARLETTO SPARALESTO

muraro-carlo-intervista-wp

Il calcio vive di storie, di miti, di imprese eroiche… e di soprannomi. Alcuni, come Rivera, ne avevano addirittura due. Ricordate? Golden Boy da una parte, Abatino dall’altra. Gigi Riva era per tutti “rombo di tuono”, Baggio il “divin codino”. Per non parlare di Totti (“er pupone”) e Del Piero (“pinturicchio”). Insomma nessuno può sfuggire, neppure Carlo Muraro da Gazzo Padovano. “Herrera mi chiamava lo ‘Jair bianco’ – racconta – per il mio dribbling, la mia velocità. Carletto Sparalesto, invece, me lo dette Gianni Brera. Anche se io con Brera non ci ho mai parlato…”.

Beh, sentirsi dare del ‘Jair bianco’ non è male…
Direi proprio di no. Tra l’altro col vero Jair mi sono anche allenato, era il 1972 mi sembra. Comunque un po’ mi ci rivedo, anche se lui era destro ed io sinistro…

muraro-carlo-roversi-inter-bologna-1978Carletto Sparalesto, invece?
Credo per la mia velocità, e per la rapidità nel tiro. Del resto Brera ne aveva uno per tutti. Io ho sempre accettato i soprannomi senza problemi, non mi hanno mai pesato…

Torniamo ad Herrera
Mi ha fatto esordire in Serie A, fu il primo a credere in me. Ricordo che avevano tutti paura di lui, anche gente come Mazzola, Facchetti, Boninsegna. Io con Herrera ebbi un buonissimo rapporto, mi ha fatto maturare, spesso mi metteva terzino per farmi crescere. Ricordo che ci allenavamo a grandi ritmi, con grande attenzione, e ad ogni allenamento il pallone c’era sempre. Helenio era molto avanti…

Nel ‘75 il prestito al Varese in Serie B
Arrivammo quarti, segnai ben 16 gol. Facevo la prima punta, avevo elevazione, e poi eravamo una squadra di grandi promesse: Dal Fiume, Ferrario, Martina, Maggiora, Sabatini

Poi il ritorno all’Inter e la corte di Boniperti
Il ‘76-’77 fu l’anno della mia consacrazione. Le premesse erano di una grande carriera, migliore di quella che poi è stata. Ricordo un filotto di tre partite, tra dicembre e gennaio, nel quale feci sette gol. A quel punto tutti cominciarono a chiamarmi il Jair bianco: oltre ad Herrera anche Benito Lorenzi. Maroso arrivò a dire che ero più potente di Jair. Fu lì che arrivò l’interessamento della Juventus. Addirittura seppi che ero già stato ceduto in cambio di Anastasi. Poi si mise di mezzo Mazzola, che era molto influente in società. Devo dire gli sono grato, io e Sandro siamo stati anche in camera insieme…

C’è qualche rimpianto, o sbaglio?
Diciamo che quella della carriera inferiore alle attese è un’impressione anche mia. Però che vuole, svanisce l’effetto sorpresa, gli avversari cominciano a conoscerti. In più ho subito tanti infortuni che mi hanno ostacolato… Dovevo sempre ricominciare da capo”.

Tutto qua?
Ero molto sensibile, forse troppo. Soffrivo in maniera eccessiva i miei errori, avrei dovuto essere più menefreghista. Ma è il mio carattere, non ci posso far niente. E comunque sono contento di quello che ho fatto”.

E allora andiamo col palmares: una Coppa Italia, un Mundialito per club, soprattutto uno scudetto. Tutto con l’Inter…
Già, stagione ‘79-’80. Anche se, devo dire, l’anno prima eravamo ancora più forti. Perdemmo parecchi punti per inesperienza, ricordo un derby che eravamo in vantaggio 2-0 poi ci facemmo raggiungere. L’anno dopo avevamo grandi giocatori: Bordon in porta, Bini libero, Oriali, Marini e Pasinato a centrocampo, Altobelli e Beccalossi in attacco. Una grande squadra, non c’è che dire”.

muraro-carlo-figurina-interIn più un certo Muraro…
Quell’anno giocai 24 partite con 5 gol. L’anno prima 27 presenze e ben 11 gol. Sopratutto correvo come un matto. Ero il primo a portare il pressing, addirittura sui calci piazzati marcavo l’avversario più bravo di testa. Ricordo tanti duelli con Brio della Juventus”.

Già, il colpo di testa. Eppure lei è alto appena 176 cm…
Questione di esplosività, l’elevazione è una dote naturale. Io sui palloni ci andavo prima, ed anticipavo l’avversario. Ho fatto tantissimi gol di testa, ed anche di destro, nonostante fossi un sinistro naturale”.

A proposito di rimpianti, la Coppa dei Campioni del 1981?
No, nessun rimpianto. La vinse il Liverpool sul Real Madrid, mica le ultime arrivate. Noi fummo la sorpresa, conquistammo la semifinale e perdemmo dal Real. Tutta colpa del Santiago Bernabeu”.

Si spieghi meglio…
Quell’Inter nasceva dallo zoccolo duro del vivaio. Per molti di noi era la prima esperienza ad alti livelli, ed il Bernabeu ti mette paura. Ricordo che ci tremavano le gambe. Nella partita d’andata perdemmo 2-0, anch’io ebbi una grande occasione per segnare. Nel ritorno vincemmo 1-0, sfiorammo l’impresa, ma non ci fu verso. Comunque la partita del Bernabeu la considero il punto più alto della mia carriera: sia perché era una semifinale di Coppa dei Campioni, sia per l’importanza dello stadio”.

Con Bersellini come andava?
Bersellini veniva considerato un sergente di ferro, ed era vero. Però le racconto due aneddoti: il giorno della conquista dello scudetto (27 aprile 1980, Inter-Roma 2-2 ndr.) ero infortunato e non potevo giocare. Bersellini mi portò in panchina e mi mise a mezz’ora dalla fine. Praticamente fece di tutto per farmi giocare. Non toccai palla, però portai fortuna perché con me in campo pareggiammo e facemmo il punto decisivo. Poi l’alimentazione. Eravamo sempre in ritiro e Bersellini stava molto attento a quanto e cosa si mangiava. A volte, però, ci ritrovavamo di nascosto per fare una spaghettata. Sono sicuro che lui lo sapeva, ma faceva finta di niente. Ricordo che Mozzini era bravissimo a fare gli spaghetti”.

Ancora due anni in prestito, Udine ed Ascoli, poi il ritorno a Milano. Perché se n’era andato?
Perché non sentivo più la fiducia della società. Certe cose le avverti anche se non te le dicono. Quando tornai nel 1983 stava cambiando tutto: c’era Mazzola dirigente, di lì a poco sarebbe arrivato Pellegrini presidente. C’era anche Rummenigge, lo spazio per giocare non era granché. E poi ero a fine carriera…

Ripensa mai ai tempi del ‘Jair bianco’?
Ogni tanto ci torno con la mente. Cose belle, cose brutte, me ne vengono in mente tante. Certo il pericolo della depressione, quando le luci si spengono… C’è, eccome. Però, nel mio caso, mi ha aiutato restare nell’ambiente del calcio. Oggi, devo dire, non mi lamento. Non mi lamento proprio…