MASSIMILIANO CASTELLANI
Continuano a pensare con i piedi

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Se una notte d’ estate Osvaldo Soriano tornasse sulla terra e vi chiedesse che cosa c’ è ancora da dire del calcio moderno, voi che fareste?


Se una notte d’estate Osvaldo Soriano tornasse sulla terra e vi chiedesse che cosa c’è ancora da dire del calcio moderno, voi che fareste? Il giornalista sportivo – un certo giornalista sportivo – non avrebbe dubbi: gli offrirebbe una bottiglia di whisky, lo inchioderebbe alla poltrona (lui, il suo sigaro e il suo gatto nero) e parlerebbe fino al mattino, senza reticenze e senza pietà. Parlerebbe non di moviole, né di fidanzate veline. Racconterebbe invece, come ha fatto Massimiliano Castellani nel suo “Continuano a pensare con i piedi”, quindici storie «di una piccola squadra di personaggi che non hanno fatto la Storia con la S maiuscola del calcio, ma che a loro modo hanno inciso profondamente nella cultura e nella poetica di quello che fino a ieri era un gioco, il più bello e il più seguito, ma comunque un gioco».

Storie non comode e non facili, ma sempre esemplari di un calcio, come riconoscerà al mattino Osvaldo lasciando la casa del giornalista, che forse «è malato perché è l’uomo che è malato». Non è un libro consolatorio la seconda prova letteraria di Massimiliano Castellani, giornalista di Avvenire. E, del resto, c’è poco da consolarsi a vedere la piega che ha preso il nostro sport preferito.

Eppure, entrando nei suoi pertugi e aggirando il fuorigioco della vita, qualcosa si trova sempre, bello e illuminante anche quando mostra la sua faccia oscura. Canto e discanto, insomma, come ogni nostro giorno: dal fango del dio pallone di Carlo Petrini alla poesia maledetta di Ezio Vendrame; dalle esistenze scambiate di Massimo Ottolenghi e Massimo Pellegrini, protagonisti inconsapevoli di un triste Toto le héros pallonaro, alla parabola di Stefano Albanesi, che il calcio addirittura abbandonò per farsi frate francescano.

In questo libro, che già nel titolo omaggia Soriano e il suo celeberrimo Pensare con i piedi, Castellani – che non scrive a orecchio come va sempre più di moda, ma ama ancora andare a vedere e ascoltare ciò di cui racconta – non abbandona il tema del doping già affrontato con il precedente Palla avvelenata (Bradipolibri), in cui aveva scoperchiato il caso delle morti bianche nel calcio e per primo in Italia aveva parlato della Sla (sclerosi laterale amiotrofica), il terribile morbo di Gehrig.

Le storie di Luca Pulino, anch’egli vittima del male, o quella di Edoardo Bortolotti, suicida dopo una squalifica per cocaina, sono denunce che non possono cadere nel vuoto. Però qui c’è anche qualcos’altro, che il sogno-finzione del dialogo con Soriano mostra bene: ci sono la lievità del racconto e soprattutto quell’emozione necessaria che, come scrive bene Giancarlo Dotto nella prefazione, «parte dal calcio ma lo eccede, lo muove e lo commuove».

Perché alla fine questo è il gioco del pallone: qualcosa che si fa e si guarda per poterlo ricordare e narrare, storie da condividere «che restano, perché sono sangue e cuoio impastato da cento anni». Sapere questo del calcio è già un buon modo per provare a curarlo. E magari, en passant, provare a curare un po’ anche l’uomo.

Massimilano Castellani
Continuano a pensare con i piedi
Sugarco Edizioni, 2005
pp. 144