CLERICI Sergio: il Gringo infinito

Ha militato per diciotto anni nel campionato italiano, indossando le maglie di Lecco, Bologna, Atalanta, Verona, Fiorentina, Napoli e Lazio


Diciotto campionati in Italia sono un bel primato: il brasiliano Sergio Clerici, paulista, della Portuguesa Santista, arrivò fra noi che non aveva diciannove anni e attaccò le scarpe al chiodo che ne aveva messi insieme trentasette. Cambiò sette squadre (Lecco, Bologna in due riprese, Atalanta, Verona, Fiorentina, Napoli, Lazio) e nelle sue ultime stagioni si ritrovò il solo superstite della già floridissima colonia di stranieri, falcidiata dai veti autarchici e dalla consunzione degli ormai attempati «mercenari».

A questa singolare condizione di ultimo dei mohicani deve buona parte della sua fama, per altri versi consegnata alle qualità di attaccante coraggioso, poco brasiliano perché naturalmente portato a privilegiare la sostanza e l’agonismo ai tocchetti di fino. «Va dentro come un inglese», lo giudicò Helmut Haller, al cui fianco arrivò a sostituire nel Bologna un idolo come Harald Nielsen.

Lottatore indomito, fisicaccio da area di rigore, Clerici era detto il gringo, per la sua mascella quadrata alla Tex Willer. La favola italiana comincia il giorno di Natale, il 25 dicembre 1960, quando l’aereo dal Brasile prende terra alla Malpensa sotto una fitta nevicata. Per il ragazzo di San Paolo è un’esperienza assolutamente nuova, l’arrivo in un altro mondo. Ha tirato i primi calci sulle spiagge brasiliane, il futebol da praia, a piedi scalzi.

Viene dal quartiere di Santana, alla periferia dell’immensa San Paolo. Lo sport lo attrae subito e gli propone scelte sottili. Eccelle nell’hockey, nel basket e nel volley. Nell’hockey arriva in Serie A, nel campionato paulista. Ma le partite serali di calcetto lo impongono all’attenzione di Eduardinho, un calciatore di buona fama che gli procura un ingaggio per il Nacional. Centomila lire al mese, niente male per un ragazzo di sedici anni appena compiuti. Una stagione a buon livello attira l’interesse del grande Palmeiras, una delle migliori società del Brasile. Sergio, ormai per tutti Serginho, non sfonda subito, anche perché viene chiamato sotto le armi. Qui trova il maggiore Maurizio Cardoso, che è anche allenatore della Portuguesa, oltre che comandante della Compagnia Atleti. Cardoso riesce a ottenere dal Palmeiras il prestito di Clerici per il proprio club.

Nella Portuguesa, Serginho fa gol a grappoli. Una sera, in ritiro con la squadra che deve affrontare il Santos, Clerici riceve una telefonata. All’altro capo del filo è Mario Pasqualini, ex calciatore in Italia, ora imprenditore a San Paolo e incaricato di segnalare oriundi a prezzo accessibile per club italiani non particolarmente danarosi. Il Lecco, presidente Ceppi, chiedeva un attaccante di buon livello, forte sottorete, che non rientrasse nelle mire degli squadroni e quindi non attentasse al bilancio. Sergio tutto s’aspettava meno che una chiamata dall’Italia. La sua fama era ancora molto limitata in Brasile, come aveva potuto varcare l’oceano?

Clerici con la maglia del Lecco

Si dice che quello di Clerici sia stato in assoluto il trasferimento meno costoso dal Brasile in Italia. Tre milioni tutto compreso, e centocinquantamila lire di stipendio al mese. Va bene che siamo nel 1960, ma il prezzo è proprio stracciato.

Ci sono molte cose da sistemare, specie con l’esercito, ma Pasqualini unge le ruote giuste, il soldato Sergio Clerici ottiene un piccolo sconto sul periodo di ferma e alla vigilia di Natale può partire per l’Italia. Da Milano a Lecco, sempre sotto la neve, con una giacchetta che fa freddo solo a guardarla. L’allenatore del Lecco è Piccioli. Il giocatore di maggior fama è Abbadie.

Clerici fatica maledettamente ad ambientarsi. È un calcio tattico, che non conosce e non capisce. Il Lecco gioca per salvarsi e ci riesce, malgrado l’apporto del brasiliano sia al quanto modesto: dieci partite e due gol. L’anno dopo va ancora peggio: raddoppiano le partite, venti, ma dimezzano i gol, appena uno. Il Lecco retrocede in Serie B. Il presidente Ceppi si è affezionato a quel ragazzo, che non sfonda ma si impegna sempre alla morte. Lo conferma, contro i pareri generali. Nel primo torneo di Serie B, Clerici sale a cinque gol e fa intravedere qualche progresso timido.

Nelle vacanze estive a San Paolo, Sergio ha conosciuto Marilda Rios. La sposa nell’agosto del 1963 e al ritorno a Lecco appare trasformato. Il suo gioco finalmente si sblocca. Dieci gol nel campionato 63-64, venti in quello successivo, capocannoniere della Serie B alla pari del bresciano Depaoli, che finirà anche in Nazionale. Ormai il Lecco è assillato da richieste, ma resiste e grazie ai diciassette gol di Clerici nel torneo 1965-66 risale in Serie A.

Settimo e ultimo campionato nel Lecco, in Serie A dove aveva cominciato. Ha messo insieme ventisei anni, Clerici, il suo gioco tosto e concreto trova molti estimatori. In particolare il Bologna, dopo lo scudetto e chiuso il ciclo Bernardini, sta cercando di risalire e si è affidato a Gipo Viani, mago del mercato. Il vecchio Gipo realizza un colpo da maestro: cede all’Inter Harald Nielsen, ormai afflitto da un inguaribile mal di schiena, e ottiene in cambio Guarneri, stopper della Nazionale e Clerici, centravanti del Lecco. Uno contro due, senza conguaglio.

A Bologna ricordano Clerici con i brividi. La sua prima partita ufficiale in Italia, 22 gennaio 1961, era stata proprio un Bologna-Lecco nel corso della quale l’impetuoso gringo aveva messo fuori uso, con due tackle terrificanti, prima Burelli (distorsione), poi Bulgarelli (menisco). Sotto le Due Torri il brasiliano gioca un campionato ricco di impegno, ma povero di gol, appena quattro in ventidue partite. È una stagione burrascosa per il Bologna, appena sesto alla fine. Viani vince il braccio di ferro con Carniglia, ma è una vittoria di Pirro. Con il cambio di presidenza, da Goldoni a Venturi, anche Gipo se ne va. Goldoni, per rientrare dei soldi investiti, cede Haller alla Juventus, mentre Clerici viene usato come merce di scambio con l’Atalanta per avere un giovane centravanti emergente, Beppe Savoldi.

Fiorentina 1972/73

A Bergamo resta un anno, e si guadagna la pagnotta con nove gol. Poi Verona, due stagioni molto febei, il sodalizio umano con Garonzi, che gli riaggiustano la quotazione. Lo chiama Firenze, su suggerimento di Nils Liedholm. Al barone piace da matti quell’attaccante completo, capace di rientrare e partire di lontano, non goleador devastante, ma in grado di mettersi al servizio della squadra.

La famiglia Clerici si è intanto arricchita di Paolo e Cristina, gli ingaggi vengono investiti a San Paolo e ad Aranquara, la terra della moglie. Sergio è un uomo felice e appagato, ma sul campo la sua carica agonistica non conosce cedimenti.

Napoli 1973/74

Il Napoli lo ha tenacemente inseguito sin dai tempi del Lecco. Tre presidenti gli hanno dato invano la caccia, Fiore, Gioacchino Lauro e Ferlaino. La città del Vesuvio lo cattura quando il gringo ha ormai trentadue anni e sembra avviato al crepuscolo. Ma Vinicio insiste: Clerici è il centravanti ideale per il modulo che ha in mente.

In due campionati al Napoli, Clerici segna quindici e quattordici gol. Serie B a parte, non è mai stato così prolifico. Ormai è il solo straniero delle nostre contrade, una sorta di mosca bianca. E migliora con gli anni, come il buon vino.

Parte per le vacanze, nell’estate del ’75, con la promessa della riconferma. Al ritorno si scopre ceduto, ancora una volta, al Bologna. La sua strada si è nuovamente incrociata con quella di Beppe Savoldi, per il quale Ferlaino ha battuto ogni record d’ingaggio. Oltre a una barca di soldi, il presidente del Bologna Conti ha preteso una contropartita tecnica, gradita a Pesaola. E così il gringo si ritrova nella città che meno lo ha amato, sino a quel momento.

Bologna 1975/76

Clerici ha trentaquattro anni, la piazza bolognese spasima e piange per Beppe-gol sacrificato sull’altare del bilancio. Gli inizi non sono facili. Ma il gringo vince la sua battaglia più difficile. Otto gol e soprattutto una grande stagione lo consegnano all’amore della gente. Il Bologna lo conferma e lui ringrazia con altre sette reti. Niente male, per un nonnetto delle aree di rigore.

La Lazio di Vinicio (stagione 1977/78) è il suo ultimo approdo. Il derby Lazio-Roma del marzo 1978 è la sua ultima apparizione in campo. Poi il ritorno in Brasile, qualche sporadico passaggio in Italia a proporre talenti.

Lazio 1977/78: l’ultima figurina

Clerici ha saputo interpretare il calcio nel modo giusto, anche se ancora adesso in Brasile c’è chi si meraviglia per il successo ottenuto in Italia da un calciatore in patria semisconosciuto, mentre tanti campioni laggiù consacrati da noi hanno conosciuto solenni bocciature. In verità Sergio il gringo, un po’ duro d’orecchi ma dal coraggio infinito, era tagliato su misura per il nostro calcio, fatto per uomini veri.

Le sue doti tecniche, non disprezzabili, erano niente in confronto alla rabbia agonistica che lo ha sempre sostenuto negli assalti alla porta avversaria. E anche quando è diventato ricco e famoso, Clerici non ha mai perso quella «fome de boia», fame di pallone, che lo ha sostenuto nei difficili inizi. Questo è stato il suo segreto e anche il suo insegnamento.

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