Dante Bertoneri: viaggio all’inferno

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«Nelle stagioni in granata ho avuto la maglia 7 o la 10. Numeri pesanti» «Ero nel giro della Nazionale eppure la nuova società mi mandò via» «A 17 anni l’esordio in A. Il primo gol a 18 contro il Catanzaro: mi marcava Ranieri»

C’è un posto, uno solo in Italia, dove alla domanda «Chi ti ricorda Dante» le persone rispondono con un contropiede bruciante: «Bertoneri». E’ un luogo speciale, anzi una curva speciale: la Maratona, il cuore pulsante dei tifosi granata. Loro non dimenticano i figli del Filadelfia, cresciuti col Torino e per il Torino. Il calcio dà e toglie. Bertoneri è finito triturato, passando in poche stagioni dalle soglie della Nazionale alla depressione. La Fede gli ha evitato una fine drammatica. Dopo l’esordio in A avvenuto quando non era maggiorenne, chiede aiuto a quel mondo che gli ha sbattuto la porta in faccia. La fa con dignità, parole semplici per una storia malinconica.

DEBUTTO

«Al Torino ho indossato la maglia numero 7 e la 10. Non sono proprio banali: Gigi Meroni e Valentino Mazzola, ad esempio. Ecco, mi dicevano che ricordavo proprio Meroni. E non solo per i capelli lunghi. Per me parlano i fatti: avevo 14 anni quando sono arrivato a Torino dopo la segnalazione di un osservatore che mi aveva visto nella Litoranea di Massa, dove sono nato. Mi sono trasferito in convitto: il Toro lottava per lo scudetto. Facevo il raccattapalle, stravedevo per Pulici. La scuola? Beh, a quel tempo bastava la terza media. Se avessi preso il diploma…».

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Il Dante venuto dalla Toscana non eccelle tra i banchi, ma in campo fa la differenza: talento, corsa e cuore. «Mi passano subito tra gli Allievi. Dopo poco alla Beretti: un paio di partite e Vatta mi chiama in Primavera. Nelle partitelle metto in difficoltà i titolari della prima squadra. E quando inizia il campionato 1980-1981 mi aggregano con loro. Le prime panchine, poi nel gennaio debutto contro l’Ascoli: entro al posto di D’Amico e corro per 3’ senza toccare palla. Poi il fischio finale. Guardo la Maratona, resto senza fiato: il loro boato mi scalda il cuore. In quella stagione scendo in campo altre 5 volte: i giornalisti mi danno buoni voti, i tifosi mi coccolano. Sono protagonista nella finale di Coppa Italia contro la Roma: all’Olimpico è 1-1, il tecnico Cazzaniga mi dà fiducia pure nel ritorno. Andiamo in vantaggio, ma nella ripresa siamo raggiunti da un rigore dubbio. E subito dopo l’arbitro Michelotti, all’ultima gara in carriera, non vede il mani di Turone che blocca un mio tiro destinato in rete. Si parla sempre del suo gol fantasma contro la Juve, mai di questo episodio. Eppure ha deciso la Coppa: perdiamo ai rigori, anche se io segno. Comunque, mi sento importante quando parte la nuova stagione: non ho 18 anni e so di avere la piena fiducia del nuovo allenatore Giacomini e del presidente Pianelli. Per il Torino avrei dato un braccio».

ASCESA E CADUTA

Il meglio arriva col nuovo campionato. «Gioco 23 gare su 30 in A, segno 2 gol. Il primo al Catanzaro, brucio Claudio Ranieri che mi marcava. Poi loro vincono 2-1. Prendo voti altissimi, persino 9 dopo il 4-2 al Cagliari. Indosso molte maglie delle varie Nazionali, quella maggiore sembra a un passo. Ancora una volta andiamo in finale di Coppa Italia, ma trionfa l’Inter. “Ci rifaremo”, penso. Ma intanto le cose stanno per cambiare».

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Dante Bertoneri, secondo in piedi da sx, con l’Avellino 1983/84

Bertoneri parte militare mentre il Torino cambia pelle: via Pianelli, la società passa a Sergio Rossi che chiama Luciano Moggi. La panchina è affidata a Eugenio Bersellini. Il giovane Bertoneri è stranamente messo ai margini. «Senza motivo. Ma come, ho 19 anni sono un patrimonio del club e invece puntano su uno straniero come Hernandez voluto da Moggi oppure su Torrisi preso dall’Ascoli? Non ho la personalità per chiedere spiegazioni. Mi dico “sei militare e ti alleni poco con la squadra, l’anno prossimo toccherà di nuovo a te”. Anche perché le poche volte che Bersellini mi butta dentro, gioco bene. Basta leggere i giornali di allora, ho decine di ritagli: “Bertoneri cambia il Torino in pochi minuti, Torrisi prenda esempio”. Insomma, nei 12 match disputati dimostro il mio valore. Sono fiducioso, ho finito il militare. E invece…».

Moggi convoca il giovane Dante in sede. «Non ho un procuratore, mai avuto. Ascolto: “Vai al Cesena in B, dall’amico Lugaresi. Noi prendiamo Schachner”. Mi crolla il mondo addosso. Fuori dalla sede incontro un giornalista, si occupava di mercato. “Ma perché in B, ti vogliono tante squadre di A, come l’Avellino”. Rifiuto Cesena, Moggi non la prende bene, ma vado in Irpinia. Centriamo la salvezza, segno 2 gol in 22 gare, 4 in più del quasi coetaneo De Napoli. Sono convinto che il Torino mi riporti a casa. La logica vorrebbe questo».

Moggi non è dello stesso avviso: Bertoneri si ritrova a spasso. «Mi hanno triturato solo perché avevo osato dirgli di no: aveva i suoi uomini, li tutelava. Come Hernandez, doveva giocare lui. Chi andò al Cesena, tipo Cravero, ritornò alla base. Io sono stato abbandonato. Avevo solo 21 anni. E per darmi il colpo di grazia hanno fatto girare voci sul mio conto “Non è affidabile, non vuole allenarsi”. A Parma l’allenatore Carmignani dice ai giornalisti che non saltavo di testa perché mi rovinavo i capelli. E invece avevo un problema al ginocchio, curato poi a Massa. Provo a ripartire col Perugia, con Giacomini. Ma intorno la sfiducia aumenta, mi guardano come un appestato “tira di coca”, sussurrano alle spalle. Schifato torno a casa, in C2 con la Massese allenata da Baldini. Vinciamo il campionato, ma non ho più stimoli. Sono passato da sfidare Falcao, Scirea, Platini, Zico ai campi di periferia. Vedo i miei vecchi compagni in A, piango tutto il giorno: “Perché mi hanno fatto questo?”. Oggi lo so: dovevo piegare la testa, dire di sì a Moggi. Capite, un ragazzino si era permesso di mandare all’aria i suoi piani. E ho pagato carissimo l’affronto. Nel 1989, nauseato dal calcio, mi ritiro. La depressione si mangia le giornate: vado vicinissimo a fare una brutta fine. Come è accaduto a Pessotto. Mi salva la Fede nella Madonna. Sono convinto che si debba rispondere dei comportamenti avuti in questa vita: io ho la coscienza pulita».

TERZO TEMPO

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La Fede aiuta, ma per tirare avanti non basta. Bertoneri si trasforma in podista. «Correvo in campo e allora decido di farlo anche per strada. Ho iniziato a 40 anni, vincendo quasi subito. I miei tempi? Due ore e 38’ per la maratona, poi mi sono specializzato sui 10 mila metri, percorsi in 32/33 minuti, e sulle corse da 15/16 chilometri. Meglio se con saliscendi. Grazie ai premi e ai rimborsi di una società sono riuscito a sbarcare il lunario per un po’. Ora una lombo sciatalgia mi blocca. Sono messo male: non ho 4/5 anni di contributi per avere la pensione. Devo versare circa 300 euro al mese, non posso permettermeli. Ho preso il diploma da badante, ma preferiscono le donne straniere. Rischio di perdere tutto: una beffa. Di recente ho fatto diversi appelli al mondo del calcio, sperando in un soccorso. Mi sono stati vicini Gianfelice Facchetti, qualche giornalista, l’Aic e soprattutto l’associazione degli ex granata. A Torino i tifosi non mi hanno dimenticato. Mi basterebbe fare l’osservatore, avere un piccolo incarico per vivere senza mendicare. Mi vergogno un po’, ma sono davvero in grave difficoltà: di recente ho venduto un paio di maglie per pochi spiccioli. Accetterei l’aiuto di qualsiasi club. Ma sarebbe bello se arrivasse proprio dal Torino del patron Cairo. In fondo sono un ragazzo del Filadelfia».

Fonte: di Francesco Ceniti – La Gazzetta dello Sport