Darwin Pastorin: Il canto libero del calcio

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Il calcio, nel momento in cui si è lasciato sedurre dal potere politico ed economico, ed è diventato palestra di violenza, ha perduto la propria innocenza. Gli esempi, purtroppo, sono tanti, troppi. Nel 1978, durante i mondiali d’Argentina, il dittatore Videla premiava, con una cerimonia in pompa magna, il presidente della Fifa Joao Havelange: a pochi metri di distanza, come ricorda Eduardo Galeano, funzionava la Auschwitz argentina, con centinaia di innocenti massacrati nel nome dell’odio e dell’intolleranza.

Per non parlare del capitano della Germania occidentale, Berti Vogts, che dichiarò ai giornalisti: «Qui è tutto bello, qui è tutto normale». Il calcio sapeva: ma preferì il silenzio. Preferì chiudere gli occhi e dare vita alla manifestazione. Meno male che, prima della finale con l’Olanda, l’allenatore Cesar Luis Menotti urlò ai suoi giocatori: «Andate in campo e vincete. Non per i militari, in tribuna d’onore, ma per la vostra gente che lotta, spera e soffre».

Nel 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, gli hooligans del Liverpool portarono alla morte una quarantina di tranquilli tifosi juventini. Si giocava la finale di Coppa campioni, doveva essere una festa, finì in tragedia. E quella notte, in quella stramaledetta curva Z, il calcio si sentì ancora più nudo, vuoto, inutile.

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Ma il pallone riesce a salvarsi, a ritornare a essere il “sogno fanciullo“, attraverso il recupero della memoria. E nella speranza che, nella inalterata magia del prato verde, uno scugnizzo dotato di buon dribbling regali ancora la possibilità di un gol contro la scienza, l’esasperazione, il dogma, l’ignoranza: perché l’immaginazione torni al potere, perché vi sia ancora spazio all’estro come dominio della coscienza e sinonimo di libertà.

Ha scritto Galeano: «Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a volere essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».

Ritrovare il passato fa bene. A noi, eterni viziosi del calcio, e al calcio stesso. Recuperare, ad esempio, il mito del Grande Torino: una squadra imbattibile, che conquistava, col bel gioco, l’Italia e il mondo. Il “Filadelfia“, come nella splendida poesia di Giovanni Arpino, non era, non poteva essere, un semplice stadio: era, piuttosto, una “culla”. Era il luogo della felicità. Superga, con il suo immane rogo, ha spezzato fresche e forti vite, ma non potrà mai cancellare il mito. Se ne sono andati, capitan Valentino e i suoi ragazzi, come gli eroi: giovani e belli.

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Recuperare l’impresa del Grande Vado che, nel 1922, conquistò la Coppia Italia. Era la squadra del bomber Levratto. In un bel libro sul Vado, curato da Claudio Caviglia e Nanni De Marco e nato dalla passione dell’editore savonese Elio Ferraris, viene citato un passo dalla Storia critica del calcio italiano di Gianni Brera. Questo: «Il Lussemburgo rischia di perdere il suo portiere Buasch, ingenuamente offertosi ad una gran cannonata di Levratto. Il poverino subisce un clamoroso ko e si taglia la lingua. Viene medicato e quando rinviene, torna fra i pali, ma una volta che si ripresenta Levratto con la palla al piede, lui scappa via spaventato… meglio il goal che la vita, mormorerà».

Recuperare il dribbling di Mané Garrincha, il campione che parlava ai passeri, l’ultimo giocatore romantico. Cantava Vinicius de Moraes: «La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi riprendere il cammino».

Recuperare l’istinto di Pietro Anastasi, il centroavanti più amato dai lavoratori meridionali della Fiat Mirafiori. Scrisse Arpino: «Avrebbe dovuto conoscerlo Elio Vittorini. Perché Pietruzzo ricorda, in certi momenti, il ragazzo Rosario del mai finito romanzo Le città del mondo, cui Vittorini lavorava mentre Pietro era nato da poco. Quel Rosario pastore si avvicina col padre e il gregge dall’alto di un monte e vede per la prima volta una città. Subito la ritiene la Città Ideale, forse Gerusalemme. Così comincia non la vita ma la leggenda popolare di Pietruzzo. Robusto seppur piccolo, veloce e sgambettante, carico di fantasie da cortile che sapeva travasare con ilarità in area di rigore. Quando sbarcò a Torino, la leggenda si colorò con toni d’una ballata da cantastorie. Nel formicolio delle mansarde, negli agglomerati umidi delle periferia, Pelé Bianco portava lume con la sua acrobazia e il suo ciuffo. Era un vincente, era la conferma che il sogno della Città Ideale poteva venire inseguito anche in pantaloni corti, anche per soli 90 minuti domenicali».

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Il calcio, per ritornare libero e “poetico”, deve liberarsi dai padroni. Deve rifiutare, con sdegno, di diventare ostaggio di un potere che pensa, solo ed esclusivamente, a produrre denaro, infischiandosene dei sentimenti, del cuore, della passione. Alla Uefa e alla Fifa stanno facendo di tutto per rovinare il pallone, per renderlo una macchietta. Progetti grotteschi, idee mirate al guadagno, spazio soltanto per l’ingordigia dei club più ricchi.

Poi, ti accorgi che dalla provincia vengono fuori le storie più edificanti e significative. Che il talento nasce in una favela e non in un laboratorio: e che può essere rovinato soltanto dalle abbaglianti, ed effimere, luci della ribalta, dalle cattive compagnie e dai dollari troppo facili. Che a un bambino che rincorre una palla si stracci non si può parlare di quotazione in borsa o di merchandising o di diritti tv: a lui importa soltanto fare gol, alzare le braccia al cielo, inseguire la bellezza di un sogno, di un’avventura, come se fosse un tigrotto salgariano in pantaloncini corti. Che l’amore per una squadra di club, quando è puro, non devastato dalle menzogne e dalle volgarità ultrà, aiuta a sorridere. E sa che il pallone può ridiventare forza di popolo.

Il calcio, se vuole, è ancora un canto libero, un divertimento, un atto di giustizia. Sì, di giustizia: perché Garrincha dribblava non soltanto gli avversari, ma anche la miseria, il dolore, l’arroganza.

Darwin Pastorin – Tratto da Il Manifesto del 13/07/1997

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