Davide Astori, una questione di cuore

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“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci” disse Pier Paolo Pasolini. Facciamo sì che la scomparsa di Davide Astori sia servita almeno a questo, a tutelare – invece di distruggere, come si fa troppo spesso – quest’ultima “rappresentazione sacra”.

È tutta una questione di cuore la storia di Davide Astori. Quel cuore che lo ha tradito nella notte del 4 marzo, quel cuore di tanti appassionati di calcio – e non solo – in cui è rimasto. Quel cuore che l’aveva portato a correre dietro un pallone nel Ponte San Pietro, squadra satellite del Milan nelle valli bergamasche. E proprio nelle giovanili rossonere è cresciuto, con il mito da seguire di Alessandro Nesta, prima di passare al Cagliari e fare il suo esordio a 21 anni in serie A. Dopo andò nella Capitale, alla Roma, per approdare infine in maglia viola con la Fiorentina. In mezzo anche qualche presenza in Nazionale, con una rete nella Confederations Cup 2013 in Brasile contro l’Uruguay. Ed era dai tempi di Gigi “Rombo di tuono” Riva che un giocatore del Cagliari non segnava in maglia azzurra. A colmare la lacuna ci ha pensato Astori, un difensore.

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La forza della tranquillità

Fin qui la carriera, poi c’è l’uomo. Perché senza capire l’uomo è difficile comprendere come mai la sua scomparsa abbia suscitato tanta emozione. Perché in un mondo del calcio come quello odierno, che vive del luogo comune del calciatore divo, viziato e superficiale, Astori si contraddistingueva per uno stile quasi d’altri tempi. Semplice, riflessivo, tranquillo: mai una parola fuori posto, mai un comportamento oltre le righe. Tutto questo, alla fine, ha creato intorno a lui una forma di stima e affetto condivisa. Astori era uno che nelle interviste ricordava con nostalgia perfino il tè del magazziniere della squadra degli inizi. Uno che dopo aver conosciuto bene la Sardegna disse che i bergamaschi e i sardi erano simili: diffidenti all’inizio, molto socievoli dopo. Forse, avrebbe voluto aggiungere, perché la diffidenza aiuta a proteggersi dalle delusioni e la fiducia va dosata.

Uno che appena nominato capitano della Fiorentina si sentì quasi in imbarazzo di fronte ai compagni, a cui chiese di condividere con lui le responsabilità. Perché al di là di ogni facile retorica, Astori era così: un antidivo in un mondo di divi, un ragazzo tranquillo in uno sport spesso caratterizzato da eccessi. Diceva, scherzando, di fare il calciatore per hobby (ma aggiunse anche di apprezzare sempre di più, con gli anni, questo mestiere), amava l’architettura e le canzoni di Ligabue. La sua era una tranquillità autorevole, che creava rispetto. Anche perché se c’era qualcosa da dire per il bene della squadra non si tirava indietro, senza pensare alle conseguenze. E proprio questa sua “normalità” è riuscita nel miracolo di unire un mondo spesso diviso – a volte anche in modo cattivo – come quello del calcio.

Tutti, in qualche modo, dopo la sua morte si sono fermati a pensare, hanno ritrovato il senso dello sport e, forse, anche della vita. Tutti, come poche volte è accaduto nel mondo del calcio, hanno trovato in questo dramma un’occasione per riscoprire valori, allontanare l’astio, ridare senso a parole come rispetto, educazione, sport. Non c’è da illudersi troppo, passata la commozione tutto tornerà presto come prima, tra isterismi in campo, insulti in tribuna, minacce in curva, canti all’avversario all’insegna del “devi morire”. Si tornerà alla solita Italietta da commedia tragicomica, divisa tra campanili, nord contro sud, est contro ovest, di sopra contro di sotto, condomini dispari contro condomini pari. Con tutto il contorno di personaggi involontariamente comici o drammatici, a seconda dei punti di vista.

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Una fine, un inizio

Eppure, la scomparsa di Astori è riuscita nel miracolo di sospendere per qualche giorno tutto questo, come se l’improvvisa morte di un ragazzo giovane, sportivo e perbene avesse costretto a una riflessione collettiva, sulla piccolezza delle cose che ci dividono e l’immensità di quelle che potrebbero unire. E anche sulla fragilità della nostra vita, un concetto di cui tutti siamo consapevoli, ma cerchiamo di rimuovere, accantonare nel luogo più lontano dei nostri pensieri. Perché bisogna pensare al lavoro, alla partita, a vincere, e magari a prendersela con qualcuno, non importa per quale motivo. Perché qualcuno con cui prendersela ci vuole sempre, e allora magari il calcio diventa solo un pretesto per dare sfogo a frustrazioni e risentimenti di ogni genere. Non era questo il modo di vivere e pensare di Astori. E sarebbe bello, per ricordarlo, che questa morte non fosse almeno avvenuta invano, pur nella sua insensatezza. Perché va bene sospendere il campionato, ritirare la maglia, abbracciare al funerale gli avversari di sempre, ma tutto questo non può durare l’attimo di una commozione.

Deve invece essere il punto da cui ripartire ripartire, per costruire un calcio diverso, più sereno, come era il per carattere di Davide. Un calcio in cui si sostiene una squadra senza odiare l’altra, in cui si può anche applaudire gli avversari più forti e pensare che alla fine è solo divertimento, solo un pallone che rotola. E il calcio davvero può essere la cosa più importante delle meno importanti, come diceva Arrigo Sacchi, ma non può tramutarsi in una guerra santa, in fanatismo irrazionale, in pretesto per dare un palcoscenico ai propri istinti peggiori. E senza scivolare nella retorica, nelle frasi fatte, è stato bello vedere per Astori i giocatori abbracciati tra loro, la commozione condivisa in tutti gli stadi, in ogni settore, in ogni città.

Come è potuto accadere? La risposta è forse nelle parole di qualche anno fa pronunciate da Pierpaolo Pasolini: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazione sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci”. Facciamo sì che la scomparsa di Davide Astori sia servita almeno a questo, a tutelare – invece di distruggere, come si fa troppo spesso – quest’ultima “rappresentazione sacra”. Dipende da noi, è una questione di cuore.

Testo di Davide Grassi (tratto da Soccer Illustrated)

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