Di Stefano: gli anni Real

Quando l’argentino arrivò al Madrid nel 1953 la Casa Blanca non vinceva un campionato da 20 anni: con il suo arrivo ne vincerà 8 su 10 e, tra le altre cose, 5 Coppe dei Campioni.


Alfredo Di Stefano arriva al Real Madrid nell’estate del 1953 dopo una lunghissima e controversa vicenda. Il giocatore era già da parecchi anni una stella del panorama internazionale: dopo alcune stagioni trascorse nel River Plate di Buenos Aires era passato al ricchissimo calcio colombiano nelle file del Millonarios di Bogotà. Proprio durante la sua permanenza nella squadra creata dal miliardario Alfonso Sènior visita l’Europa in occasione del torneo del cinquantenario anniversario della fondazione del Real Madrid (1952), cui partecipano pure gli svedesi del Norrköping. Di Stefano, in quel momento, si trovava in posizione regolamentare non perfetta: il suo cartellino apparteneva ancora al River Plate, ma il contratto economico era di proprietà del Millonarios. Nel corso del triangolare, l’argentino gioca in maniera impressionante, entusiasmando giornalisti e addetti ai lavori.

Su di lui si concentrano contemporaneamente le brame di Santiago Bernabéu e Pepe Samitier, plenipotenziario del Barcellona. Il primo si rivolge al suo amico Sènior strappando un’opzione per un eventuale cessione del giocatore ad altro club, l’altro si accorda con il River Plate versando quattro milioni di pesetas. Il Barca è talmente convinto di aver acquistato ogni diritto sul giocatore tanto da trovargli casa in calle de Balmes 260. Nel frattempo, il Real paga al Millonarios una prima tranche di un milione e mezzo di pesetas. A questo punto, entrambe le società si sentono padrone del giocatore e avanzano i propri diritti. La Fifa è costretta a occuparsi del caso, ma per non aver grane delega ogni decisione alla Federcalcio spagnola.

Il generale Moscardo, presidente della Delegación Nacional de Deportes, imita perfettamente Re Salomone: Di Stefano giocherà una stagione a Madrid e una a Barcellona, alternativamente. Bernabeu, evidentemente più furbo dei catalani, capisce che i rivali non potrebbero mai accettare tale situazione e si dichiara d’accordo con l’improvvisato giudice. Il Barcellona, infatti rinuncia, a patto che da Madrid arrivi l’esatta cifra pagata al River Plate, quattro milioni. Fine del caso Di Stefano. Il giocatore firma per 600.000 pesetas l’anno più i premi e gli extra. Con il tempo, i suoi guadagni aumenteranno sino a tre milioni annuali.

Gli bastano poche settimane per diventare padrone assoluto dello spogliatoio: il suo carisma fa ombra un po’ a tutti gli altri, la sua tracimante personalità lo fa amare o odiare senza mezze misure. Possiede tutte le peculiarità del «capo»: facendo del lavoro la base della propria attendibilità, pone le condizioni per poter comandare senza tema di rivoluzioni «politiche». Il giorno in cui a Madrid arriva Didi, raffinatissimo regista che gioca «seduto», Di Stefano non lo vede di buon occhio: secondo lui, darsi da fare in undici è un obbligo, il brasiliano da quell’orecchio non ci sente e si taglia fuori con le proprie mani.

Il debutto di Di Stefano con il Real Madrid

Quando scende sul terreno di gioco è il prototipo del calciatore ideale a tutto campo, precursore di un modernissimo approccio tattico che troverà conforto a livello mondiale solamente vent’anni dopo con l’affermazione del calcio atletico. L’elenco delle sue vittorie con il Real è sterminato come si può evincere dalla pagina Wikipedia.

C’è chi lo ritiene il più grande di sempre, valutandone la completezza tecnico-tattica, il profilo caratteriale, la continuità di rendimento, le capacità di goleador. Impossibile affermarlo con certezza: fatto sta che la sua carriera, durata più di vent’anni ai maggiori livelli, è stata unica.

Un fenomeno dello sport che, involontariamente, si rese protagonista di uno sconcertante episodio balzato agli onori della cronaca quotidiana. A metà di agosto del 1963 il Real Madrid si reca in Venezuela per disputare per la terza volta la cosiddetta «Pequena Copa del Mundo», un torneo a cui le «merengues» avevano preso parte anche nel 1952 (con Botafogo, Millonarios e La Salle) e nel 1956 (con Vasco daGama, Porto e Roma) vincendo entrambe le edizioni.

Il primo impegno dei madridisti è fissato per la sera del 20 agosto contro il Porto all’Estadio Olimpico di Caracas. Il Re al vince per 2-1 con reti di Amando e del francese Lucien Muller. Nella notte, avviene l’incredibile. Un gruppetto di appartenenti al FALN, un commando antigovernativo che agiva già da tempo nel Paese sotto la guida di tale Maximo Canales, penetra nella camera 219 dell’Hotel Potomac e sequestra, senza colpo ferire, Alfredo Di Stefano. Il trucco impiegato dai criminali è del tutto banale: travestiti da poliziotti, essi chiedono ai dipendenti dell’albergo di poter parlare con il giocatore per interrogarlo su alcune voci che lo vogliono implicato in un giro di consumatori di cocaina. Lo scalpore in tutto il mondo, non appena la notizia trapela, è immenso. Di Stefano viene condotto in un luogo segreto ma due giorni dopo un giornalista locale della United Press è ammesso a un’intervista esclusiva con il giocatore, il quale annuncia la liberazione entro breve.

A quattro giorni dal sequestro, la «saeta rubia» viene rilasciata in ottime condizioni fisiche e psicologiche: il trattamento riservatogli dai malviventi è stato, secondo le sue stesse parole, pari a quello dei migliori hotel metropolitani. Di Stefano torna in libertà e il 28 agosto scende addirittura in campo per disputare l’incontro conclusivo del torneo con i brasiliani del Sào Paulo. Il rientro del giocatore in Spagna è da film hollywoodiano: l’aeroporto di Barrajas è compieta-mente paralizzato dalla folla acclamante. La brutta avventura è finalmente finita.

La sua traiettoria madridista si conclude nell’estate del 1964, quando si trasferisce finalmente a Barcellona, ma nelle file dell’Espanyol. Abbandona ufficialmente il calcio giocato nel 1967 con rincontro di «homenaje» disputato contro il Celtic Glasgow campione d’Europa. Non c’è solamente la componente nostalgica: quasi tutto l’incasso della serata finisce nelle sue tasche. La «Saeta» colpisce ancora.