Die Hard – Duri a morire

Ammettiamolo. In campo ci piace vedere giocatori “di carattere”. Certo i Messi, Cristiano Ronaldo e via dicendo ci fanno, con le loro giocate sopraffine sgranare gli occhi ma, siamo sinceriì “duri” ci esaltano per davvero. In maniera divertente e senza giudicare nessuno, ecco selezionato un gruppo di super gladiatori.

Sono giocatori che hanno saputo mandare in estasi tutti coloro che hanno avuto modo di vederli in campo. Tanti di loro non si sono limitati a “farsi sentire” sul terreno verde ma hanno pensato di esagerare anche fuori dal rettangolo di gioco. Alcuni lo hanno fatto in maniera tanto evidente da superare il limite e finire in un baratro. Ma, alla fine di tutto, resta il loro essere unici, inqualificabili, ribelli, in una sola parola: Bad Boys


René HIGUITA

Istrionico, ribelle ma anche dotato di un talento eccezionale. La sua carriera comincia nell’Atletico National Medellin, dove mette in mostra numeri “da circo”. L’avventura in Europa non lo aggrada (gioca, senza lasciare il segno, nelle fila del Real Valladolid). Si trasforma, invece, quando gioca “a casa sua”, nell’Atletico National Medellin. Famoso per il “colpo dello scorpione” (spettacolare parata in cui René, dopo aver messo le mani a terra, respinge il pallone con i piedi uniti, in una sorta di rovesciata al contrario che ricorda la mossa dello scorpione quando attacca), ha segnato una caterva di gol su calcio piazzato, diventando un idolo del popolo colombiano…

Higuita, nel bene e nel male. Sul campo è riuscito a far piangere una Nazione quando, ai Mondiali del 1990, uscito fino a metà campo, si è lasciato rubare palla dal camerunense Milla, subendo una rete che è entrata nella storia. Problemi in campo ma anche fuori con diversi arresti sulle spalle, quasi sempre per problemi legati alla cocaina. Si dice che sia sempre stato graziato per il suo essere, appunto, nel bene e nel male René Higuita. Eccentrico oltre l’inimmaginabile, non ha mai cercato compromessi, anche quando gli avrebbe evitato guai (non avvisò la polizia in un caso di sequestro, scontando, così, sette mesi in prigione).

Personaggio a 360° gradi, non si è mai tirato indietro davanti a nulla, neppure quando gli è stato chiesto di sottoporsi a diversi interventi chirurgici (si parla di cinque operazioni ma potrebbero essere state di più) nell’ambito del programma televisivo “Cambio Extremo”.

Un mito, in tutti i sensi, con un sogno nel cassetto: guidare, da capo allenatore, la nazionale colombiana, il suo unico grande amore…


Eric CANTONA

Parlare di Eric Cantona, e un po’ come discutere sulle modalità attraverso le quali un quadro di pregevole fattura possa diventare, nel tempo, oggetto di culto inestimabile. Utilizzato come feticcio per esteti ed amanti del naif, lo scanzonato centravanti francese, nato nei vicoli storti e perfetti di Marsiglia nel maggio del 1966, è stato protagonista di una carriera sinusoidale. Fatta di alti, come i trionfi con il Manchester United, e bassi, come la condanna a centoventi ore di lavori forzati dopo una baruffa con il difensore Richard Shaw, colpito con un calcio dopo un normale contrasto di gioco.

A conferma dell’incapacità, cronica, mostrata da Cantona nel dare continuità al suo talento il francese ha sempre avuto bisogno di oscillazioni estreme per potersi manifestare. Passato alla storia più per i vuoti di senno che per le prodezze realizzate in campo, Cantona è stato il primo ad introdurre un senso di “machismo” spinto nel mondo del calcio. Complice un bavero del colletto alzato sino all’inverosimile ed una barba mai compietamente omogenea su di un viso da spaccone più che da ‘‘baronetto’’ inglese.

Nel 2001 è stato eletto “calciatore del secolo” dai tifosi del Manchester United. Più di una rete o di una partita, nell’immaginario collettivo Eric Cantona rimarrà per sempre il giocatore capace di colpire, con una mossa di Kung fu, un tifoso del Crystal Palace, il malcapitato Matthew Simmons, reo di aver sussurrato qualche parolina di troppo al transalpino, appena espulso per un fallo da killer commesso a gioco fermo. Portato in carcere, condannato a sette giorni di reclusione, Cantona uscì su cauzione soltanto 22 ore dopo, ma venne condannato a nove mesi di squalifica.

Cantona è anche stato protagonista nelle sale cinematografiche. Propenso alla sovraesposizione mediatica, l’ex galletto d’Oltremanica, è anche stato protagonista di una pellicola dedicata al Manchester United, con la prestigiosa regia di Ken Loach.


Stefan EFFENBERG

Quando si parla di Stefan Effenberg non si può che utilizzare un aggettivo: diretto. Diretto in campo, diretto (pure troppo) nelle dichiarazioni o nei comportamenti. Comincia la carriera nel Monchengladbach, poi passa al Bayern Monaco, con il quale fa intravedere le sue caratteristiche: resistenza, visione di gioco, capacità di inserimento in zona gol. Elementi che colpiscono la dirigenza viola, che nell’estate del 1992 lo porta in Toscana. Un’esperienza non positiva (56 presenze e 12 gol) culminata con la retrocessione nel 1992/1993,ed anche con molte multe per eccesso di velocità e risse (la più famosa a Montecarlo gli costò 147 mila marchi).

Il fallimento italiano non lo abbatte. Tanto che costruisce su questo il suo più grande successo con la maglia del Bayern: la Champions League edizione 2001, conquistata in Italia ai rigori contro il Valencia (fu lui a realizzare dal dischetto il pareggio dopo il vantaggio spagnolo e fu uno dei cinque rigoristi). In quell’occasione viene anche eletto miglior giocatore del torneo.

Successi che non ha bissato con la maglia della nazionale, dalla quale è stato cacciato nel 1994 durante i mondiali americani. In Germania-Corea Sud fa caldo, i tifosi lo fischiano. Non la prende bene e risponde con un gestaccio (dito medio), ripreso da molte telecamere e riferito da Rummenigge. La federazione decide di rispedirlo a casa. Termina cosi la sua avventura con la maglia della nazionale, con la quale disputerà solo due amichevoli.

Rapporto amichevole che sicuramente non avrà più con l’ex-compagno Strunz, in quanto ha sposato nel 2004 l’ex-moglie Claudia. Nella sua biografia, intitolata “Ve l’ho fatta vedere a tutti”, ha affermato: «Con Strunz condividevamo molte cose, anche sua moglie». Ma ha anche aggiunto: «Non sono un angelo: ho provato di tutto e nel libro non nascondo nulla. Alcol, droga, sesso e soldi buttati in centinaia di multe» (al Monchengladbach rubò la jeep dell’allenatore dell’epoca facendola finire contro un muro…)


Sinisa MIHAJLOVIC

Gli avessero chiesto di calciare un cocomero, lo avrebbe fatto senza esitazioni. Sinisa Mihajlovic verrà sempre ricordato nella storia del calcio moderno come il più grande difensore goleador. Dotato di un sinistro potente e preciso, “cecchino” infallibile sia dagli undici metri che sui calci di punizione, Mihajlovic ha subito numerose metamorfosi tattiche nel corso della sua carriera. Nato come centrocampista, ha infatti arretrato il suo raggio d’azione con il passare degli anni, sino ad occupare il ruolo di “libero” in mezzo alla difesa. Fedele scudiero di Roberto Mancini, giocò con lui nella Sampdoria e nella Lazio, divenendo suo collaboratore tecnico nello staff tecnico dell’Inter.

Risse, sputi ed espulsioni. Nella cernita delle numerose follie di Mihajlovic si rischierebbe di escludere le tante incongruenze che hanno oscurato il talento, altrimenti cristallino, di uno dei migliori giocatori della storia dell’ex Jugoslavia. Come ad esempio, il “casus belli” legato agli epiteti razziali rivolti nei confronti di Vieira in un convulso Lazio -Arsenal. O lo sputo rifilato al rumeno Mutu che gli costò, una squalifica di ben otto giornate in Coppa dei Campioni, senza dimenticare la multa ricevuta per aver lanciato una bottiglietta piena d’acqua ad un delegato Uefa dopo l’espulsione.

Retrocesso in difesa da Eriksson in una partita di Coppa Italia, quando a causa dell’espulsione del doriano Franceschetti, il tecnico svedese fece di necessità virtù, consegnandogli le chiavi della retroguardia, Sinisa Mihajlovic è stato sempre considerato da tutti i suoi allenatori come un punto di riferimento imprescindibile negli equilibri della squadra. La conferma, arriva dai successi, ottenuti sia da calciatore, due campionati jugoslavi, due italiani, quattro coppe Italia e tre Supercoppe Italiane, sia da allenatore.


Paul GASCOIGNE

Nella prima metà degli anni 90, Paul Gascoigne era sicuramente uno dei centrocampisti più geniali del Mondo. Passato dal Tottenham alla Lazio nel 1992 per ben 26 miliardi di lire, “Gazza” si era già fatto notare in Italia durante i Mondiali del ’90 in occasione dei quali trascinò l’Inghilterra fino alle semifinali. Il suo palmares annovera solo una Coppa d’Inghilterra e alcuni successi in Scozia, con la maglia dei Rangers: davvero poco di fronte all’immenso talento del fantasista britannico.

A differenza di molti altri “dannati” del calcio, Paul Gascoigne difficilmente all’interno del rettangolo di gioco si distingueva per gesti sleali o reazioni violente. La sua sregolatezza riguardava più che altro la sua vita al di fuori dai campi di gioco che però, inevitabilmente, ne influenzò le prestazioni. Gazza, infatti, iniziò ad avere problemi con l’alcol ad appena 30 anni, quando militava nel Middlesbrough e da quel momento in poi, sebbene provò a ricominciare vestendo altre maglie, ultima quella del Boston United, il vero Gascoigne non si rivide più.

Durante la sua prima stagione tra le fila dei Glasgow Rangers, Gascoigne compì un gesto destinato a girare il Mondo. In occasione della sfida contro l’Hibernian, al direttore di gara cadde per terra il cartellino giallo; Gazza lo raccolse e, prima di restituirglielo, glielo sventolò di fronte, come a voler “ammonire” il signor Smith. L’arbitro, però, non gradì e, a sua volta, mostrò il cartellino a Gascoigne, ammonendolo.


Diego Armando MARADONA

Il numero uno. Il miglior giocatore nella storia del calcio. Il verdetto è sostanzialmente unanime a livello planetario. Fantasia, classe infinita, eccellente visione di gioco, rapidità di esecuzione, fiuto del gol, autore di reti al limite dell’impossibile: e l’elenco delle sue qualità potrebbe proseguire. Quando con il suo sinistro toccava il pallone era autentica poesia. Ha saputo condurre per mano l’Argentina Campione del Mondo nel 1986 (si ricorda il “gol del secolo” rifilato all’Inghilterra nei quarti di finale quando partendo da centrocampo dribblò buona parte degli avversari), ha sfiorato il bis ad Italia ’90. Dopo aver deliziato i fans dell’Argentinos Juniors, del Boca Juniors e del Barcellona, ha trovato la sua consacrazione e “divinizzazione” a Napoli, vincendo due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana.

Il rovescio della medaglia. Impareggiabile fuoriclasse sul terreno di gioco, discutibili gli atteggiamenti fuori dal campo di “El pibe de oro”. Sempre al centro della cronaca non solo sportiva, protagonista nel bene o nel male, sempre e comunque, tra capricci, uso di droghe, una vita spesso improntata agli eccessi, le accuse di doping (sia in Italia che in occasione del Mondiale Usa ’94) e le conseguenti squalifiche. “Vita spericolata”, direbbe Vasco Rossi.
Sempre contro l’Inghilterra, nel mondiale messicano, prima di segnare la rete eletta come la più bella nella storia del calcio, si “inventò” un gol di mano, anticipando in uscita il portiere Shilton. “La mano de Dios” sentenziò lo stesso Maradona, “vendicando” a modo suo le vicende legate alla guerra delle Falkland datata 1982. La furbizia e la spregiudicatezza al potere.


George BEST

Fenomenale, fin troppo. A soli 22 anni aveva vinto tutto quello che di importante poteva vincere un giocatore. Militava in uno dei più forti Manchester United della storia, guidato dal leggendario Sir Matt Busby. La sua classe cristallina, le sue movenze feline, i suoi dribbling implacabili erano celebrati in ogni dove. Eppure quello, per George Best, era l’inizio della fine.

Poi il Belfast Boy avrebbe ancora regalato al mondo lampi di genio, facendo però parlare di sé, calciatore-star ante litteram, soprattutto per i suoi eccessi, la sua vita infarcita di scommesse, macchine sportive, vestiti alla moda, splendide donne e tanto, tantissimo alcool. E pensare che appena arrivato a Manchester, adolescente timidissimo e magro come un grissino, scappò subito a casa, di cui evidentemente aveva molta nostalgia nonostante la prospettiva di giocare per il Manchester United. Ancora non sapeva che sarebbe divenuto uno dei protagonisti assoluti della vita notturna della città del Lancashire, tra una sbornia da record e una serata galante con la Miss Mondo di turno.

Nel 1974 il quinto Beatle lasciò lo United dopo un furibondo litigio con il nuovo manager, Tommy Docherty. Da quel momento gironzolò per il mondo, cambiando un’infinità di casacche, il tutto per racimolare i denari necessari ad alimentare i suoi vizi. Per la verità una volta negli Stati Uniti, dimenticato il portafoglio a casa, per farsi una bella bevuta arrivò fino al punto di “raccogliere” i soldi dalla borsa di una sconosciuta.

Il culmine di una parabola che sembrava infinita, destinata a durare in eterno, fu raggiunto dopo le due affermazioni in campionato (1965 e 1967) con il successo in Coppa dei Campioni 1967-68 nella finale di Wembley vinta per 4-1 ai supplementari contro il Benfica di Eusebio. Best segnò il 2-1 alla sua maniera: scartato elegantemente il portiere, depositò la palla nella porta ormai incustodita.


Alves Souza EDMUNDO

Alves de Souza Neto, meglio noto come “Edmundo”, è uno degli attaccanti che meglio rappresenta l’essenza del centravanti atipico brasiliano. Alto appena 1,72 metri, ha fatto della tecnica e dell’imprevedibilità le proprie armi migliori, che gli hanno permesso di diventare uno dei migliori attaccanti della seconda metà degli anni ’90. Ha dato del suo meglio con addosso la maglia del Vasco da Gama, club con il quale ha giocato a più riprese, ma anche in Italia, con addosso la maglia della Fiorentina, è riuscito a farsi apprezzare.

Il fatto che un giocatore dall’indiscutibile talento sia riuscito a vincere qualcosa soltanto in Brasile, richiede necessariamente una spiegazione. Presto detto: mai come nel caso di Edmundo la sregolatezza ne ha penalizzato le prestazioni. Battibecchi con arbitri, compagni e avversari (non a caso fu soprannominato “O Animal”) e “capricci” indimenticabili, quali la partenza per il Carnevale di Rio nonostante la Fiorentina in lotta per lo Scudetto avesse appena perso Batistuta per infortunio, gli hanno impedito il definitivo ingresso nella “hall of fame” del calcio.

Scegliere uno solo dei “colpi di testa” di Edmundo è davvero impossibile ed allora ne proponiamo una carrellata. Fuori dal campo, di “O Animal” si ricorda la condanna alla galera per omicidio colposo alla guida della propria auto e perfino l’accusa di aver acquistato illegalmente uno scimpanzé. Sul rettangolo di gioco, invece, la “perla” di Edmundo è il pugno rifilato ad un giocatore del San Paolo quando, nel 1994, vestiva la maglia del Palmeiras: quel gesto generò una rissa furiosa, placata a fatica dall’ingresso in campo delle forze dell’ordine e conclusasi con l’espulsione di ben sei giocatori.