CANNAVARO Fabio: cuore azzurro

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Fabio Cannavaro aveva un futuro scritto da barista: accanto al San Paolo, lo stadio dei suoi sogni. Questo vedeva per lui Antonio Arenoso, padre dell’adora fidanzatina Daniela – oggi moglie e madre di Christian, Martina e Andrea – titolare del bar “Monnalisa” a Fuorigrotta, dietro la curva B. Ma lì Fabio non è mai entrato per lavorare, il dna di famiglia lo ha portato in cima al mondo del pallone. E lui, come sempre, ha giocato d’anticipo. Quando mamma Gegè partorisce il primogenito, nel settembre 1973, papà Pasquale gioca in terza serie col Banco di Roma: lo chiamano la giraffa, perché di testa le prende tutte. Smette presto per crescere i figli e teme che il pallone possa essere una distrazione sugli studi per Fabio. Quando un giorno porta a casa una pagella con tante insufficienze, Pasquale si arrabbia e gli butta via borsone e completino del Napoli allievi, dove già emerge.

Ma il ragazzo non molla, fatica a scuola e poi vola agli allenamenti di Soccavo: un sogno stare lì, vicino alla prima squadra di Maradona e Careca. Proprio il brasiliano un giorno – per incapacità di usare il cambio sul manubrio – rovinerà il vespino verde che Daniela presta al fidanzato per arrivare più in fretta agli allenamenti. Angelo Sormani, tecnico delle giovanili, lo segnala a Ottavio Bianchi, che comincia a inserirlo in prima squadra. Il debutto in A, guarda il destino, in un Juve-Napoli 4-3 del 7 marzo ’93 accanto al suo idolo Ciro Ferrara dopo averlo ammirato da bordocampo, mentre faceva il raccattapalle per Maradona e quel Napoli da sogno.

Fabio torna nelle giovanili e il club, in gravi difficoltà, subisce un brusco ridimensionamento. Partono, tra gli altri, Careca e Zola. In quell’estate 1993 l’Acireale, neopromosso in serie B, chiede in prestito il promettente difensore, ma c’è un tecnico nuovo che dice no. Si tratta di un quaranta-cinquenne emergente, che ha fatto bene all’Atalanta, Marcello Lippi, il quale stravede subito per la personalità di Fabio e lo lancia titolare appena ventenne. Accade mercoledì 8 settembre: c’è un turno infrasettimanale contro il Torino al San Paolo e l’allenatore si convince che per marcare Benny Carbone servano l’agilità e l’anticipo di quel Primavera. Racconta Fabio: «Ben sapendo che il preparatore fisico Ventrone aveva impostato un programma di potenziamento fisico su di me, alla vigilia Lippi mi chiama per chiedere “te la senti di giocare domani?” Risposta positiva, anche se le gambe erano durissime. Nel tempo ho capito che quello era un test per saggiare il mio carattere».

Quel Napoli brillante e coriaceo, con la coppia di difensori Ferrara-Cannavaro, sarà la sorpresa del campionato arrivando sesto e qualificandosi per l’Uefa. I destini sembrano dividersi: Lippi alla Juve – dove porterà anche Ferrara – Cannavaro a Napoli ma ancora per poco. Si rivedranno a Coverciano, nell’autunno 2004 quando comincerà il favoloso biennio che si concluderà a Berlino. E lì Lippi ritrova un uomo maturo, già capitano della Nazionale. Cresce l’intesa di personalità forti, capaci di cementare un gruppo. E anche di perdere a testa alta, come capiterà nel 2010 in Sudafrica, dove si chiude con amarezza sportiva la più bella parentesi della loro vita sul campo. Riavvolgiamo il film e torniamo agli inizi.

La speranza di restare a Napoli svanisce presto per Cannavaro con la crisi societaria che porta nel ’95 alla sua cessione al Parma. Sarà un altro l’azzurro che diventerà il refrain a vita del nostro protagonista, perché Cesare Maldini ne ha già scoperto il talento e Fabio diventa una colonna dell’Under 21 che nel ’94 a Montpellier e nel ’96 a Barcellona vince il titolo Europeo, quest’ultimo contro la Spagna di Raul. Il ragazzo ha talento e gioca già d’anticipo, sua caratteristica tecnica che viene sviluppata proprio dagli insegnamenti del saggio Cesarone: «Il difensore che fa rimbalzare il pallone per terra è un uomo morto». Sembra quasi una frase da film western, ma per Cannavaro diventa una sorta di comandamento scolpito nella mente.

Nel ’97 è già nella Nazionale, dove nel frattempo il c.t. è proprio Maldini. Il suo esordio da titolare a Wembley: una vittoria storica con gol di Zola, mentre lì dietro lui e l’amico Ferrara pensano ad arginare Shearer, centravanti in auge. La tattica? Disorientare l’avversario senza farsi capire: semplice per due napoletani. «Fabio statt’ accuort’» (stai attento), «Ciro rall nu cavc» (dagli una pedata). E poi tanti anticipi: di testa e di piede. Un gesto tecnico difficile da realizzare e spesso non particolarmente apprezzato dal pubblico, ma che diventa essenza del calcio.

Lo stesso protagonista, interprete come pochi al mondo di questo gesto, lo spiega con passione: «Esaltiamo giustamente i numeri 10 del calcio, quelli capaci di inventare la giocata che non ti aspetti. Maradona su tutti. E per il difensore quale diventa la scelta migliore? Se a un campione del genere arriva il pallone, è difficile poi controllarne la giocata. Meglio prevenirla, ma per far questo bisogna ragionare come il fuoriclasse: lui pensa prima che il pallone arrivi. Ecco, io cerco di leggere le giocate prima, per anticiparle. Anche questa è arte».

Nel bel viso di uno degli atleti più sfruttati dalla pubblicità c’è una piccola cicatrice sotto lo zigomo destro, il segno lasciato nel giorno in cui diventa personaggio per il grande pubblico. È il 3 luglio ’98 e a Parigi rItalia gioca i quarti di finale contro la Francia padrona di casa, che poi vincerà il Mondiale. Sembra già tutto scritto, ma i “galletti” non riescono a farci gol. Cannavaro anticipa sistematicamente il centravanti Guivarc’h che, colto da frustrazione, gli rifila una gomitata tremenda alla fine del primo tempo aprendogli una ferita suturata con 4 punti. Il nostro torna in campo bendato, ma continua a non far toccar palla ai suoi avversari, che passeranno solo ai rigori.

Fabio ora è una colonna dell’Italia: lo sarà per tanto tempo. E nell’esaltazione del gesto tecnico dell’anticipo, c’è una immagine che rimane scolpita nel cuore degli appassionati di calcio. E il 4 luglio del 2006, a Dortmund siamo nei minuti finali del supplementare contro la Germania, in semifinale. Grosso ha appena segnato l’l-0 e i tedeschi si catapultano nella nostra area: cross dalla sinistra e svetta Cannavaro, Podolski nella trequarti prova a controllare, ma ancora lui Fabio, lo anticipa imperiosamente e avvia la ripartenza: Totti-Gilardino-Del Piero ed ecco il suggello del 2-0.

L’apoteosi arriva a Berlino: con la Coppa del Mondo alzata al cielo, nel giorno della centesima presenza in Nazionale. Nei club Fabio vince abbastanza fra Parma, Juventus e Real Madrid, ma nulla di commensurabile con quello che realizza per l’Italia. Un capolavoro che rimarrà fissato nella storia. Ama ricordare con orgoglio: «Magari qualcuno un giorno, e mi auguro possa essere Gigi Buffon, potrà superare il mio record di 136 presenze. Ma sarà durissima per tutti battere le mie 79 da capitano».

E non un capitano qualsiasi perché le sue 7 partite 7 in Germania, nel 2006, sono un vero capolavoro: il manuale del perfetto difensore. Una diga e il risultato è evidente: nessuno riesce a far gol su azione a Buffon, battuto solo da un tocco sfortunato di Zaccardo (con gli Stati Uniti) e su rigore da Zidane, in finale. Niente riesce a frenare la cavalcata azzurra verso il quarto titolo mondiale. Quando all’alba del 10 luglio, dopo una notte di festeggiamenti, Fabio tocca il letto della sua camera nel ritiro di Duisburg, insieme al figlio maggiore Christian c’è la “bambina”, così gli azzurri chiamano la Coppa del Mondo.

E che sia Fabio, non solo perché capitano, il simbolo di quella Italia vincente lo dimostrano i mesi successivi, quando arrivano i riconoscimenti più ambiti: il Pallone d’oro e il Fifa World Player. Il primo, da difensore, lo hanno vinto solo i tedeschi Beckenbauer e Sammer, ma la grande soddisfazione è il secondo trofeo, perché rimane l’unico difensore nella storia premiato col voto di tecnici e colleghi. Quel 2006 rimane lì, fissato a suggello di una carriera eccellente, che non sarà scalfita dalla naturale parabola discendente.

Quando nel giugno 2010, l’Italia perde all’Ellis Park di Johannesburg – tempio del rugby degli Springboks – e viene eliminata dalla Slovacchia dal Mondiale, le lacrime di Fabio esaltano la voglia di un uomo che non si è mai arreso. A luglio tornerà in Sudafrica per la finale Spagna-Olanda a riconsegnare simbolicamente il trofeo che passa alla Spagna. E nel lasciare la “bambina” parte idealmente il film azzurro di una vita.

Quello che l’ha portato a occupare per 14 anni la camera 202 di Coverciano come una propria abitazione. Chiellini e Quagliarella, successivi inquilini di quella stanza, lo chiameranno al telefono in senso di rispetto prima di prenderne possesso. Tantissime le pagine felici con la casacca azzurra e qualche delusione. Su tutte non il tramonto in Sudafrica, ma quella maledetta finale dell’Europeo a Rotterdam persa nel 2000 al golden-gol con la Francia. Mancano pochissimi secondi alla fine quando Barthez manda direttamente nella trequarti italiana l’ultimo disperato lancio da 50 metri, qualche rimpallo sfortunato, Cannavaro spizza la palla telecomandata verso Wiltord che segna l’1-1 a 7 secondi dalla fine del recupero, quando i dirigenti Uefa hanno già messo i nastrini verdi bianchi e rossi sulla Coppa. Poi nel supplementare Trezeguet decide con il golden-gol. Incredibile. All’amico Patrick Vieira che ancora non ha digerito la sconfitta ai rigori di Berlino, Fabio ricorda sempre quell’atroce beffa, che rimane la sua più grande delusione sportiva. Ma anche in quell’Europeo c’è un flash che esalta le qualità del nostro campione. Lo regala un avvilito Kluivert, che dopo la semifinale persa in casa dalla sua Olanda (e due errori dal dischetto), dichiara: «Contro Cannavaro (e Nesta) ho visto l’inferno, anche se loro erano in 10».

Nell’anno di grazia 2006, dopo il trionfo tedesco, Fabio si tatua una frase che è un po’ la sua filosofia di vita: «Non abbiate paura di avere coraggio». E nella piena maturità c’è anche la capacità di riconoscere i propri errori. Come quello del famoso video girato nel ’99 a Mosca, alla vigilia di una finale di Coppa Uefa, unico trofeo internazionale di club. Riprende se stesso e i suoi compagni del Parma che si sottopongono a flebo prima della gara. «Non era nulla di illecito – confesserà in una intervista alla Gazzetta – ma non lo rifarei mai, per il brutto esempio che ha dato ai più giovani». A Parma la crescita come giocatore e come uomo.

L’asse difensivo con Thuram a fianco e Buffon in porta è straordinario, arrivano due Coppe Italia, una Uefa e una Supercoppa che sembra poco per lo squadrone allestito da Tanzi, ma è tanto nella concorrenza di una provinciale con i grandi club. Il biennio all’Inter, 2002-2004 caratterizzato da tanti infortuni e incomprensioni (Cuper lo schiera anche terzino destro), è pieno più di polemiche e discussioni che di partite giocate. Sembra che il trentenne Cannavaro sia sul viale del tramonto invece ritrova alla Juve lo smalto per vincere due scudetti – poi revocati dalla giustizia sportiva – che Fabio sente ancora propri, anche perché gli unici in Italia. Il post Mondiale a Madrid regalerà ai Galacticos del Real gli ultimi due scudetti (con Capello e poi con Schuster in panchina, 2007 e 2008) prima del dominio Barcellona, con Cannavaro protagonista. Finirà la carriera negli Emirati Arabi, all’Ai Ahli, dopo avere a lungo accarezzato il sogno di chiudere nella sua Napoli.

Fra i tanti tatuaggi ce nè uno che non appare a occhio nudo, ma si vede scrutando nel profondo dell’uomo: l’amore per Napoli, per la sua gente. La festa di piazza Plebiscito, quando porta a casa la Coppa del Mondo, rimane uno dei momenti più cari. Gli amici del cuore sono quelli dell’infanzia, come quella fidanzatina conosciuta a una festa: Daniela, moglie e compagna di vita. Si arrabbia quando vede la città accostata a immondizia e malavita, ma si rende conto che quelli sono i mali di un posto splendido per bellezze naturali e architettoniche.

E se il mancato feeling col presidente Aurelio De Laurentiis ha impedito un nuovo matrimonio calcistico, il legame rimane. Saldo: la famiglia è tutta lì, perché oltre ai genitori, il fratello Paolo è il capitano degli azzurri e la sorella Renata gestisce una farmacia. Già Renata, quella cui Fabio da piccolo somigliava moltissimo. E proprio per via di quei lineamenti delicati veniva soprannominato “Renatina”, tanto che per scherzo in un villaggio turistico vince un concorso di bellezza per bambini vestito da femminuccia, a 13 anni.

A Napoli ha ristrutturato una villa di Posillipo dove andrà a vivere e soprattutto con l’amico Ciro ha creato un qualcosa che rimarrà nel tempo, in nome della solidarietà: la fondazione Cannavaro-Ferrara, che da anni realizza progetti per la gioventù in difficoltà. Macchinari ospedalieri, una ludoteca a Forcella in nome di Annalisa Durante (ragazzina morta per errore in una sparatoria di camorra), tante piccole strutture sportive a Scampia, tristemente famosa nel mondo per lo spaccio di droga. Perché per costruire una Napoli migliore, bisogna investire sulle nuove generazioni. Ed è questo il gioco d’anticipo più bello.

Fonte: Il calcio dei grandi campioni a raggi X di M.Nicita