FERRARI Giovanni: l’uomo-scudetto

Cresciuto nel vivaio dell’Alessandria, Giovanni Ferrari è esploso nella mitica Juventus del quinquennio, segnalandosi come una mezzala di gran rendimento. In Nazionale con Pozzo i trionfi mondiali di Roma ’34 e Parigi ’38.

«Era una macchina che funzionava a colpi regolari di stantuffo, uno dopo l’altro, continui, implacabili. Giocatore d’una tecnica sobria, poco portato ad osare, costruiva la partita un’azione sull’altra, come le pietre di un edificio, le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a misurare l’ostacolo e a valutare una situazione tattica, un metodico che sembrava avesse un misterioso senso del ritmo» – Ettore Berra

Nato il 6 dicembre 1907, ad Alessandria, sotto il segno del Sagittario, al calcio, arriva per caso. Un giorno qualunque del 1922, all’età di 15 anni, inciampa sui binari del tram, e cede malamente, mento in giù, al culmine di un’interminabile partitella fra coetanei. Lo medicano e lo trasportano a casa. Il dottore è lapidario: almeno per una settimana che se ne stia buono e fermo. Un amico, tale Rapetti, ex portiere dei «boys» dell’Alessandria, lo invita a scortarlo all’allenamento. Rapetti si piazza fra i pali, Ferrari lo bombarda dal limite. Improvvisamente compare Carlo Carcano e dietro a lui il direttore dell’impianto Carcano lo scruta e gli strizza rocchio: «Vuoi…?». «Certo che voglio». A volte, basta un innocuo interrogativo per segnare una vita e consacrare una carriera.

Mezzala destra o sinistra, Ferrari entra a far parte della squadra ragazzi, poi allievi e quindi riserve. Nella stagione 1925/26 il tecnico Rangone lo fa debuttare in prima divisione, AlessandriaJuventus, ecco qui un’altra suggestiva coincidenza. Cattaneo-Balonceri-Banchero-Ferrari-Avalle: un attacco del genere, ad Alessandria, lo sognano anche adesso.

Alessandria 1924-’25. In formazione dall’alto: Avalle, Baloncieri, Ferrari, Bay I, Gariglio, Capra II, Gandini, Ramello, Viviano, Cagina, Lauro.

Anno di grazia 1926, Ferrari segue Carcano, il suo maestro, a Napoli. Un disastro su tutta la linea, il nostro trova il centro-sostegno Kreutzer e un giovane di belle speranze, Sallustro. Gli azzurri non raccolgono che uno striminzito punto. Carcano e Ferrari riprendono la via di Alessandria. Il contratto è strano, la società — che dalla sua cessione al Napoli aveva ricavato 12.000 lire — s’impegna a lasciarlo libero a ogni fine
stagione senza alcun compenso. Ferrari, quella clausola, la sfrutta nell’estate del 1930, dopo una cavalcata da 19 gol, bottino che gli vale il quarto posto fra i cannonieri, quando cade nel mirino della Juventus. L’Alessandria strepita, vorrebbe tenerselo, ma le carte parlano chiaro. Da Torino arriva comunque un signorile risarcimento di 25.000 lire.

Comincia, cosi, il ciclo delle vittorie juventine. Combi, Rosetta, Calligaris, un ritornello ai confini della leggenda. E poi Ferrari, Cesarini, Orsi, Borel… Cinque scudetti consecutivi, 160 partite su 168. Il “tessitore” diventa in un baleno il più grande interno d’Europa, accoppiando continuità di rendimento a fiuto del gol.

Il 9 febbraio 1930 scocca l’ora della nazionale. Vittorio Pozzo lo lancia a Roma contro la Svizzera: con Ferrari debutta un altro elemento di sangue blu, Pepp Meazza. Finisce 4-2, è l’inizio di una folgorante escalation. 44 partite e 14 gol sino a Italia-Francia (1-0) del dicembre 1938. 8 anni coronati dalla conquista di due titoli mondiali, il primo a Roma nel 1934, il secondo a Parigi nel 1938.

Ferrari (sesto da sinistra) nell’Italia campione del mondo 1934

Intanto, la carriera societaria di Ferrari subisce un’importante scossa. Dalla stagione 1935/36 passa all’Ambrosiana, club nel quale resta sino al 1940, vincendo un altro paio di titoli (nel ’38 e nel ’40). A Milano ritrova Pepp Meazza, «il duo più straordinario del mondo»: così i francesi li definirono. L’uno il genio, l’altro, Ferrari, la regolatezza. All’indomani del secondo titolo mondiale, l’Arsenal gli offre una cifra stratosferica: Ferrari non se la sente, ma è probabilmente la prima volta che i Maestri tentano di ingaggiare uno straniero per il loro calcio d’élite.

Divergenze di natura contrattuale lo portano ad abbandonare Milano e a trasferire armi e bagagli a Bologna, dove nel 1941 si fregia dell’ottavo scudetto, un record anche questo. Il Ferrari regista finisce li, sotto le due Torri, dopo 17 anni di tambureggiante milizia.

Nasce, sulle «ceneri» gloriose del giocatore, il Ferrari allenatore. Un’esperienza fugace e interlocutoria all’Ambrosiana (1942/43) e poi la guerra. Alla ripresa, si spinge sino a Neuchatel, in Svizzera, e il 6 gennaio 1951 firma per il Padova. Torna all’Inter e svezza i fratelli Mazzola, Sandro e Ferruccio. Dal 13 dicembre 1958 al 29 novembre 1959 spartisce — con Mocchetti e Biancone — la leadership della squadra azzurra, il 23 dicembre 1959 diventa collaboratore del commissario tecnico della nazionale, Gipo Viani. Carica, questa, che gli verrà ufficialmente conferita nel settembre del 1960.

Giovanni Ferrari in veste da tecnico con Giampiero Boniperti

Debutta il 10 dicembre, a Napoli contro l’Austria: è la prima partita di Sandro Salvadore e Giovanni Trapattoni, l’ultima di Giampiero Boniperti (che siglerà, fra parentesi, il gol della bandiera, 1-2). In occasione dei mondiali cileni, la federazione gli affianca Paolo Mazza. La nostra spedizione arricchita dalla presenza di oriundi del calibro di José Altafini, Humberto Maschio e Omar Sivori, si risolve in un fiasco clamoroso: 0-0 con la Germania Ovest, 0-2 con il Cile (espulsi Ferrini e David sotto la regia del famigerato Aston) e, magra consolazione, 3-0 alla Svizzera (acuto di Mora e doppietta di Bulgarelli). L’Italia torna a casa in una tempesta di polemiche. La testa di Ferrari rotola insieme a quella di Mazza. Il suo posto tocca a Edmondo Fabbri.

Giovanni Ferrari entra nell’orbita di Coverciano dove come docente insegnerà calcio fino alla fine, il 2 dicembre 1982.

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