FRANCESCO GRAZIANI – Agosto 1978

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Beve vini bianchi per dimenticare (i rossi, infatti, gli ricordano… Pablito) e si affida ai fanghi per ritrovare la grinta e i gol dell’anno dello scudetto. Per se stesso, per i tifosi ma soprattutto per il Toro

La rabbia in corpo

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Beve vini bianchi per dimenti­care (i rossi gli ricordano… Pao­lo) e si cuoce al sole al bagno «il Granchio». Già, il granchio l’ha preso quando ha pensato – ma lo pensavano tutti – che il centravanti azzurro era lui e non altri che lui. Invece è suc­cesso che in campionato la sua stella (assieme a quella del «To­ro», per la verità) s’è parzial­mente offuscata; è successo che con la Jugoslavia ha fatto cilec­ca, ma soprattutto è successo che dietro lui (ecco la sfortuna) incalzava il terribile Paolino da Prato. Così, per la prima volta, Francesco Graziani è finito a se­dere su una panchina. Come un pensionato.
Ma proprio in que­sta versione inedita il centravan­ti granata si è rivelato un cam­pione. Campione come uomo che sa tenersi tutto dentro, senza abbandonarsi a polemiche miti o roventi, a chiassose rivolte, ad accuse giuste o gratuite. Ha vinto il Mondiale, insomma, della virile sopportazione. E non è un successo platonico, in tempi in cui la contestazione è il pane quo­tidiano e sfiora l’inflazione. Qui, a Castiglione della Pescaia, vede ore di pace con la sua troupe familiare quasi al completo (c’è sua moglie Susanna, suo figlio Gabriele, i suoceri, la mamma, i fratelli: manca solo il padre che non ha potuto lasciare il lavoro dei campi, a Subiaco) e medita sani propositi di rivincita. Le uniche divagazioni che si conce­de sono rappresentate da qual­che cenetta con gli amici del po­sto che lo portano a gustare car­ne di cinghiale.
«Sì, certo è stata dura – attac­ca con un sorriso malinconico – buttar giù la pillola amara del­l’Argentina, ma ci sono riuscito. E sai perché? Perché mi sono convinto che, nella vita, non si può essere sempre primi. Eppoi, francamente, spero tanto di tor­nare ad essere il Graziani di una volta diciamo quello di appena un anno fa».

– La tua esclusione fu dovuta al tuo stato di forma mediocre e alla bravura di Rossi, oppure pensi, sinceramente, che abbiano concorso altri motivi oscuri?
«Motivi oscuri non ce ne sono. Diciamo che ho avuto il colmo della sfortuna di incontrare la stagione storta proprio nell’an­no dei campionati del mondo. E diciamo, inoltre, che la mia sfor­tuna è stato anche quella di ave­re alle mie spalle un tipo come Paolo Rossi. Perché io sono con­vinto che con la Jugoslavia gio­cai male, malissimo, ma un po’ tutti facemmo pena. Causio, for­se, in quella dannata partita che mi fece perdere il posto, si espresse meglio di me? Però Graziani, dietro, aveva Rossi…».

– Quindi cambiare Graziani con Rossi è stato un atto automati­co, non ci sono stati complotti…
«Non lo credo e non lo voglio credere».

– Si è scritto che Bearzot, come tanti altri tecnici della Naziona­le, non avesse (in tema di for­mazione) completa autonomia.
«Io penso che Bearzot, almeno al novanta per cento, ha deciso sempre da solo. E’ un allenatore che possiede le sue idee e le met­te in pratica magari sbagliando, come succede a tutti. Ma non è prevenuto con nessuno, dialo­ga e dà spiegazione anche a quel­li che tiene fuori. Vuoi che ti faccia un esempio? Io e Claudio, all’Hindu Club, abbiamo chiesto a lui, frequentemente, dei collo­qui in privato perché ci fornisse delle delucidazioni sulla nostra esclusione. E’ sempre stato di­sponibile, adducendoci delle tesi, che, almeno dal suo punto di vi­sta, avevano una base logica».

– Quindi escludi lo zampino di Carraro o del clan Juventino e della stessa stampa…
«Andiamo per ordine. Io ritengo che Carraro non si sia permesso di suggerire formazioni a Bear­zot. Può avere avuto, al massi­mo, qualche scambio di opinio­ni. Per quanto riguarda la stam­pa, è chiaro che i giornalisti esprimono le proprie idee che pos­sono anche determinare cer­ti orientamenti. Sul clan juven­tino anch’io ho letto (e sentito dire) che Bettega “faceva la for­mazione”. Posso dirti, in propo­sito, che Bearzot parlava spes­sissimo con Bettega, Causio, Benetti e gli altri juventini, ma so­no dell’avviso che questi collo­qui non avvenissero per sceglie­re la squadra da mandare in campo. Semmai, essendo juven­tini in formazione otto o nove, il mister li interpellava e li ascoltava per preparare la partita, cosa normalissima che accade anche nelle squadre di club».

– Eppure i tifosi del «Toro» continuano ad indirizzare a «Tuttosport» lettere di fuoco in cui si accusa Bearzot di essere filo-­juventino e di avere strapazzato i giocatori granata, in partico­lare te e Claudio Sala.
«Queste lettere le leggo anch’io e dimostrano quanto i nostri ti­fosi ci vogliano bene. Il che, ve­ramente, mi fa molto piacere. D’altro canto, però, mi dispiace per Bearzot: io dico ai nostri tifosi che l’allenatore della Na­zionale ha una sua autonomia e, soprattutto, è un uomo onesto ed un tecnico in gamba. Le sue scelte, lo ripeto, non derivano mai da prevenzione. Al massimo, si può discuterne le convinzioni tecniche. Prendiamo Claudio Sa­la. Per me è bravissimo, per i tifosi del ‘Toro” lo stesso, ma Bearzot, in base a dei precisi convincimenti tecnici, stima Sala e preferisce Causio. E del resto, considerando quanto il “Barone” ha fatto in Argentina, non gli si può dar torto».

– Respingi anche certe voci di malumore esistenti tra il clan juventino e gli altri giocatori, in particolare voi torinisti?
«Senz’altro. Magari in Argentina succedeva che io mi mettessi a tavola sempre vicino a Zaccarelli o Pulici o Claudio Sala con cui ho più intesa. E lo stesso, del resto, facevano gli juven­tini. E’ successo anche che, se dovevo parlare di un mio pro­blema, mi rivolgevo, che so, a Zaccarelli con cui ho più confi­denza e non a Gentile che cono­sco e frequento di meno. Ecco, ma fratture precise non ci sono mai state, assolutamente».

– Ritorniamo a Graziani. A li­vello ufficiale hai mantenuto un atteggiamento esemplare. Ma sot­to sotto qualche dissapore con Bearzot non c’è stato?
«Ripeto che con il mister, in Ar­gentina, ho avuto spesso dei collo­qui in quanto fare la riserva non mi entusiasmava. Dopo la parti­ta con la Germania, ad esempio, mi sono un po’ risentito perché pensavo davvero di giocare (i tedeschi li ritenevo avversari giu­sti per i miei mezzi). Ebbene, Bearzot mi ha dato delle spie­gazioni che, in parte, mi hanno convinto. Quando si parla di cal­cio, in linea tecnica, dico, non sempre si può essere d’accordo, trovi?».

«…Io penso che Bearzot, almeno al novanta per cento, ha deciso sempre da solo. E’ un allenatore che possiede le sue idee e le met­te in pratica magari sbagliando, come succede a tutti…»

– Si è detto che una grossa sconfitta, in Argentina, l’ha rime­diata una parte della stampa ita­liana che ha espresso, se non altro, giudizi troppo frettolosi. Che ne pensi?
«In effetti molti giornalisti han­no avuto il torto, dopo il delu­dente pareggio di Roma con la Jugoslavia, di considerarci una specie di “Armata Brancaleone”. Ma la partita con la Jugoslavia – e lo abbiamo abbondantemen­te dimostrato – era un test di importanza secondaria: i giorna­listi non avrebbero dovuto di­menticare tutto quanto di buono avevamo fatto in precedenza, so­prattutto in fase di qualificazio­ne, eliminando l’Inghilterra, Co­munque, devo dire che le spara­te (a salve) della stampa, un la­to positivo l’hanno avuto ugual­mente: sono servite da stimolo, per caricarci, per prenderci una rivincita».

– Il nostro quarto posto ti sod­disfa? O non pensi che, impie­gando il materiale in maniera più razionale, potevamo ottene­re di più magari il titolo mon­diale?
«Diciamo che il quarto posto è un abito su misura che ci sta a pennello in quanto fotografa in maniera esatta i nostri valori. Tuttavia devo rilevare che siamo una squadra che ha fatto il mi­nor numero di sostituzioni e de­vo anche rilevare che, con l’Olan­da ed il Brasile, abbiamo subito dei gol particolari, per cui, tutto sommato, potevamo piazzarci più in alto».

– Come giudichi il livello tecni­co di questi mondiali?
«Buono, senz’altro. Si sono visti complessi più che rispettabili, so­no mancate, però le stelle di pri­ma grandezza, tipo Cruijff o Beckenbauer».

– Quale squadra ti è piaciuta di più?
«Il Brasile, perché, a parte le virtù di palleggio, ha dimostra­to freddezza, personalità, sicu­rezza. Non è arrivato più in là soltanto a causa della sfortuna»

– Quale giocatore italiano hai ammirato in particolare? E tra gli stranieri, chi ti ha colpito?
«Dei nostri il migliore è stato Scirea perché non ha avuto il minimo sbalzo di rendimento. Tra gli stranieri, alla lunga, mi ha entusiasmato Kempes che ha scatto, tiro, velocità di esecuzio­ne, potenza e dinamismo da fuo­riclasse».

– E’ vero che stai meditando una rivincita nei confronti di te stesso e degli altri?
«Non medito rivincite. Piuttosto voglio tornare me stesso al più presto e sinceramente non vedo l’ora di ricominciare a lavorare agli ordini di Gigi Radice».

– Quali obiettivi futuri insegui­rai in particolare?
«Prima di tutto desidero ren­dermi utile al Torino, nella mi­sura in cui lo ero fino alla sta­gione precedente. Io, al Torino, che mi ha dato tutto, voglio be­ne come lo si può volere ad un figlio. Spero davvero in una gran­de annata anche perché i nostri tifosi, in quanto a passione, non temono confronti. La scorsa sta­gione, verso la fine, sono stato contestato da una parte di loro che mi rimproverava di rispar­miarmi per la Nazionale. II fat­to è che non giravo, e proprio per questo infatti, ho perso il posto in azzurro».

– Classifica marcatori, scudetto del Torino e ritorno in Naziona­le: a quale di questi tre traguar­di ambisci di più?
«A tutti e tre. Scherzi a parte, mi preme soprattutto un rilan­cio del Torino».

– Ma di gol quanti ne prometti?
«Vorrei farne parecchi, credo e sento di poterli fare. Ho una rabbia in corpo…».

– E’ vero che il Torino, tenu­to fuori quasi tutto dalla Na­zionale, cova, in campionato, una rivincita nei confronti della Juve?
«Sotto certi aspetti sì, non lo ne­go. Claudio Sala, Pulici, io stesso, un po’ tutti vogliamo dimostra­re di essere bravi quanto i bian­coneri. Siamo intenzionati ad at­tuare, insomma, una specie di “politica del confronto”. La mia è una affermazione serena, non vuol essere una battuta polemi­ca. E poi, nella prossima stagio­ne, cercheremo di fare di tutto per spezzare l’egemonia bianco­nera che i nostri tifosi mal dige­riscono».

– Ma il Torino è in grado di sbarrare la strada alla Juve?
«Sì, certo. Onofri, Jorio, Greco, Vullo, sono uomini che potran­no dare contributi preziosissimi alla squadra e poi sono convin­to che, in noi, c’è uno spirito nuovo, quello spirito che nel 75-76, ci portò allo scudetto».

-A parte Juve e Toro, come vedi le altre squadre dopo la campagna di rafforzamento?
«Mi piace parecchio l’Inter, in­nanzi tutto, perché ha inserito nel suo telaio, che può contare su goleador come Muraro ed Altobelli, due giovani del va­lore di Beccalossi e Pasinato. Inoltre, la Roma, procurandosi Spinosi e Pruzzo, ha fatto un grande salto di qualità. Non mi dispiace il Milan, anzi direi che è messo molto bene. Però ha un limite: in prima linea gli manca un uomo da quindici gol. Per quanto riguarda il magnifico Vi­cenza, devo dire, francamente, che quest’anno incontrerà mag­giori difficoltà in quanto verrà affrontato da tutti, con più cautela. Per lo stesso Rossi la vita si farà più difficile».