GATTI Hugo: El Loco

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Un bravo attore non fa mai la sua entrata prima che il teatro sia pieno.
Aforisma di Jorge Luis Borges

Boca Juniors e River Plate. Le due anime di Buenos Aires. Le due squadre più blasonate del Sudamerica. Due modi discrepanti di concepire il calcio. Operaio e orgoglioso quello degli xeneize. I genovesi. Perché furono gli immigrati liguri a fondare il club. Sofisticato e millonarios quello del River. La squadra dei quartieri alti, dell’aristocrazia. BocaRiver è la madre di tutte le partite. È semplicemente El Superclasico. Una festa di luci e colori. Una passione che va oltre le divisioni culturali, sociali e sportive. Alla «Bombonera» così come allo stadio «Monumentai». Perché invertendo i fattori il risultato non cambia.
In quei novanta minuti da vivere in apnea il sistema nervoso dei calciatori viene messo a dura prova. Anche quello dei professionisti più navigati. Ma come in tutte le regole che si rispettino è un’eccezione a uscire dal coro. Una scheggia impazzita. Quella variabile folle che ha albergato per anni nel corpo e nella mente di Hugo Orlando Gatti. «El Loco» per antonomasia del calcio mondiale.

Ghigno da Jack Palance in un western da duello all’ultima pallottola. Fascetta tra i capelli fluenti alla Beatles. Irriverente e sfrontato. Gatti è stato per oltre quattro lustri l’indiscusso (e discusso) protagonista del calcio argentino. Nel 1967, quando difendeva la porta del River Plate, profanò la «Bombonera». Oltraggiò El Superclasico. Si sistemò a pochi passi dalla curva del Boca Juniors mentre in campo cominciò a piovere di tutto. Un’autentica grandinata di oggetti. Tra cui una scopa. «El Loco» non fece una piega. Non richiamò neppure l’attenzione dell’arbitro. Non si lamentò per il lancio di biglie e lattine che avrebbero potuto aprirgli la testa a metà come un cocomero. Si limitò a raccogliere da terra la scopa e cominciò a ramazzare l’area di rigore. A partita in corso. Lasciando incustodita la porta. I tifosi, sorpresi, non poterono far altro che applaudire divertiti lo sfrontato portiereclown dei milionarios.

In quell’istante nacque la leggenda di Gatti. Il portiere più longevo della storia del calcio argentino. Capace di restare sulla breccia fino a 44 anni suonati, alternando prestazioni formidabili ad atteggiamenti fuori dell’ordinario.
Le stravaganze e i momenti di follia furono il filo conduttore della sua carriera. Come quella volta a Kiev, nel marzo del 1976, quando con la Nazionale argentina affrontò in amichevole l’Unione Sovietica. Faceva un freddo polare. Il vento gelido tagliava la pelle. Gatti non fece una piega. Giocò una partita impeccabile. E ai cronisti che lo intervistarono rivelò con la massima schiettezza. «Nella borraccia che ho sistemato dietro alla porta non ho messo acqua, ma vodka. Ogni tanto ne mandavo giù un sorso. E così sono sopravvissuto senza correre il rischio di morire assiderato».

Un episodio che gli valse un ricco contratto pubblicitario per sponsorizzare una famosa marca di superalcolici. Vodka in Russia e whisky per combattere le inclemenze dell’inverno durante le partite del campionato argentino. Gatti non si faceva mancare proprio nulla. Non si lasciava sfiorare dai giudizi della gente. Restava impassibile di fronte alle critiche. A volte fin troppo ingenerose. «El Loco» era un personaggio a parte. Fuori dagli schemi. Viveva nel suo mondo. Interpretava il calcio alla sua maniera. Lontano dai compromessi, distante anni luce dalle convenzioni.

Nel 1980, mentre tutto il mondo iniziava ad apprezzare i colpi di classe del giovane e talentuoso Diego Armando Maradona, lui non perse occasione per parlarne male. Per criticarlo severamente. Bocciandolo senza troppi convenevoli. «Ma dove crede di andare? Non vedete quanto è grasso?». Qualche giorno dopo Diego si vendicò del «Loco» chiacchierone rifilandogli quattro gol, uno quasi dalla bandiera del calcio d’angolo, nella sfida che l’Argentinos vinse sul Boca Juniors per 5 a 3.

Avevamo lasciato Gatti nel River Plate con una scopa tra le mani e lo ritroviamo con la maglia degli acerrimi rivali. Roba da rivoluzione. «El Loco» iniziò poco più che sedicenne a giocare a calcio nel modesto Atlanta, compagine di sesta divisione. Sognando di ricalcare le orme di Amadeo Carrizo, uno dei portieri argentini più eleganti dell’epoca. Disputò quattro stagioni nel River, sette col Gimnasia y Esprima La Piata, ma nel 1976 coronò un sogno accarezzato da sempre. Vestire la maglia della sua squadra del cuore, il Boca Juniors appunto. Dove Maradona diventò cinque anni dopo suo compagno di squadra. E pensare che dalla curva della «Bombonera» tentarono di rompergli la testa!

Gatti comunque non nascose mai il suo amore per gli xeneize. Nel 1973 tornò nel tempio del Boca con la maglia del Gimnasia. Come al solito venne accolto da fischi e insulti di ogni genere. Ancora una volta lasciò la porta incustodita, e dirigendosi sotto la curva avversaria, la leggendaria «Numero 12», si tolse la maglietta da portiere. Mettendo in bella mostra una t-shirt con i colori azul y oro. Quelli del Boca! Lo stadio esplose in un boato assordante. Come se fosse stato appena realizzato un gol. Diavolo di un Gatti! Si muoveva in campo da attore consumato. Incurante di tutto e tutti, ma era anche un portiere di livello mondiale. Forse per questo motivo gli veniva perdonato qualsiasi capriccio. Come ad esempio rifiutare le convocazioni della Nazionale. L’allora ct Cèsar Luis Menotti avrebbe voluto schierarlo ai Mondiali che l’Argentina dei generali impomatati organizzò nel 1978. Lui però rifiutò l’invito. «Non sono più un ragazzino. Ubaldo Fillol è più forte di me. Con lui tra i pali l’Argentina vincerà i Mondiali». E così effettivamente accadde. Qualche anno dopo rivelò però il vero motivo che lo spinse a rinunciare alla Coppa del Mondo: «Non volevo essere complice dei dittatori che usarono il calcio per nascondere i loro crimini e quintali di merda».

Con la Selección totalizzò appena 18 partite, ma in campionato disputò qualcosa come 765 gare ufficiali. Record tuttora imbattuto. Vincendo tre campionati, due Libertadores (l’equivalente della Coppa dei Campioni) e la Coppa Intercontinentale. Tra i pali era degno del cognome che portava. Aveva infatti la rapidità e il dinamismo di un felino. In carriera parò 26 calci di rigore e inventò una tecnica bizzarra per disorientare gli attaccanti avversari, battezzata «La de Dios». Quella di Dio. Ginocchia a terra, braccia piegate, sguardo perso nel vuoto. Nelle situazioni più disperate aspettava gli attaccanti lanciati a rete in questa strana posizione. Era un autentico martirio per suoi compagni, ma questo giochetto, da far rivoltare nella tomba il barone De Coubertin, metteva in imbarazzo gli avversari che il più delle volte gli consegnavano il pallone.

Gatti si sentiva uno showman. Il protagonista di uno spettacolo dal vivo. Di un reality show. Antesignano del «Grande Fratello». Dove la telecamera spiona non era altro che l’occhio dei tifosi. «Pagano un biglietto anche piuttosto salato per vedermi all’opera – raccontò una volta – è giusto che perlomeno si divertano».
E lui non mancò mai di intrattenere il suo pubblico. Come quando nella sfida tra Boca ed Estudiantes del 1981 partì dall’area con il pallone tra i piedi, dribblò tre avversari e servì la sfera all’attaccante Hugo Perotti che realizzò il gol della vittoria. Ci riprovò qualche tempo dopo contro il River Plate, tentando un tunnel ad Antonio Alzamendi. Calcolò però male la traiettoria e l’esperto bomber uruguayano lo punì con il gol che decise El Superclasico. Qualsiasi altro portiere sarebbe stato fatto a pezzi dagli ultras inferociti. Gatti no. Gatti era una leggenda vivente, e venne ugualmente applaudito dalla «Numero 12».

Con Gatti i tifosi vivevano dalle tribune dello stadio le stesse emozioni che si provano di solito al luna park o sotto il tendone di un circo. Un suo ex compagno di squadra, Ariel Krasouski, racconta che durante una sfida decisiva di campionato si voltò verso «El Loco» per dargli alcune indicazioni, «gli avversari stavano attaccando, ma Gatti era appoggiato a uno dei pali della porta con gli occhi chiusi. Stava prendendo il sole!».
Alcune volte sembrava svogliato, quasi assente. Assorto nei suoi pensieri. Non accennava neppure a tuffarsi. A fine partita si giustificava dicendo che «i portieri si atteggiano da acrobati solo per farsi immortalare sui giornali. Io so perfettamente quando un pallone è diretto nello specchio della porta. E quindi decido se è il caso o meno di tuffarmi».

Nelle gare in cui non veniva mai impegnato era solito sedersi addirittura sulla traversa, osservando le azioni come un tifoso qualsiasi. In allenamento si sottoponeva raramente agli esercizi con il preparatore dei portieri. Preferiva giocare da centravanti, «perché è il modo migliore per vedere come si muovono e che cosa pensano in campo gli attaccanti». I giornalisti lo adoravano, anche se il più delle volte rilasciava interviste mentre correva intorno al campo, costringendoli a inseguirlo armati di penna e taccuino, o mentre eseguiva una lunga serie di addominali. Una volta dichiarò: «Io non ho idoli nel calcio. Ammiro Gesù Cristo in croce. Lo considero mio padre. Anche se è invisibile. E tutto ciò che mi occorre al mondo».

Calcio, stravaganze e misticismo per 26 anni di carriera tra i professionisti. Fino ali’11 settembre del 1988, quando a 44 anni suonati giocò la sua ultima partita ufficiale. Segnata purtroppo dalla sconfitta casalinga del Boca Juniors, macchiata da un suo errore contro il modesto Deportivo Armenio. Gatti lasciò il calcio per intraprendere la carriera, altrettanto brillante, di giornalista sportivo e commentatore televisivo. Portò nel mondo dei mass media lo stesso tocco di follia che aveva caratterizzato tutta la sua attività sportiva. Critico, polemico e controcorrente. In tutti questi anni non ha risparmiato nessuno. Neppure il portiere della Selección Roberto Carlos Abbondanzieri, suo erede al Boca Juniors: «È una vergogna che un mediocre come lui possa giocare in Nazionale». O il celebrato allenatore olandese Louis Van Gaal: «In Argentina verrebbe licenziato dopo un paio di giorni». Naturalmente collezionò un bel mucchio di querele. «Sono ancora migliore di certi calciatori che si credono stelle del pallone», disse qualche tempo fa. E fu preso in parola.

Ricardo Palasón, presidente dell’Indio de Brandsen, una squadra semiprofessionista di una cittadina a ottanta chilometri da Buenos Aires, gli offrì un contratto per tornare a giocare tra i pali a 61 anni! Gatti ci sta ancora pensando. Perché la proposta è sempre valida. La tentazione è fortissima. La voglia di esibirsi ancora una volta nel grande circo lo attrae e lo tormenta. I riflessi non saranno certo più quelli degli anni d’oro, ma un consumato showman, il Jack Palance della pelota, non può certo permettersi di deludere il suo pubblico affezionato.