Germania-Olanda: la guerra dei mondi

La finale di coppa del Mondo del 1974  fu qualcosa di più di uno scontro di due tra i più grandi giocatori di sempre, Johann Cruyff e Franz Beckenbauer. Fu una sfida tra due mondi divergenti, tra due filosofie di gioco idealmente contrapposte.


Nel 1954, la Germania Ovest aveva giocato la sua prima finale mondiale affrontando la meravigliosa formazione ungherese di Puskas, Hidegkuti e Kocsis. La grande sfida era terminata con un sorprendente 3-2 in favore dei bianchi teutonici, anche se qualche tempo dopo il match si alzarono sulla squadra pesanti sospetti riguardo certi aiuti non propriamente ecologici.

Trascorsero dodici anni e i tedeschi si ripresentarono all’appunta-mento decisivo: l’avversaria si chiamava Inghilterra, padrona di casa. Il punteggio castigò gli ospiti, che uscirono sconfitti da Wembley anche grazie ad una fondamentale complicità dell’arbitro svizzero Dienst, che convalidò un gol di Hurst senza che il pallone fosse entrato in porta.

Siamo ora nel 1974, e il terreno è quello di Monaco di Baviera: non può esistere occasione migliore per riconquistare quel titolo che è lontano dalla Germania da ormai vent’anni. Facile a dirsi, ma dall’altra parte c’è la magica Olanda tutte stelle, la compagine che ha fatto del calcio totale il proprio biglietto da visita.

Le squadre schierate nella meravigliosa arena di Monaco

È la festa del calcio atletico, la giornata della muscolarità al potere. I puristi del football storcono la bocca, immaginando più in sintonia con il bel gioco la piccola finale tra Brasile e Polonia, due rappresentative nettamente diverse come impostazione tecnico-tattica rispetto alle magnifiche finaliste. Il match, comunque impostato sul vigore atletico e sulla resistenza fisica, sarà vinto da chi saprà correre più intelligentemente, non da chi correrà di più: e questo è un punto di vantaggio per la squadra di Helmut Schön.

Il tecnico della «Nationalmannschaft» non si pone grossi problemi quando è costretto a ragionare sulla marcatura su Johan Cruijff: se ne occuperà Berti Vogts, un Claudio Gentile ante-litteram in versione biondo platino, ma senza concentrare tutte le energie sul «Papero d’oro». Rinus Michels, dall’altra parte, fa un poco di pretattica: annuncia che Rob Rensenbrink non sarà della partita e che verrà sostituito da Piet Keizer, meno fantasioso ma forse più continuo del compagno. Accenna poi ad un presunto infortunio di Johan Neeskens, il vero uomo-chiave dell’undici «orange».

L’arbitro inglese Taylor e il Principe Bernardo d’Olanda

Ma quando le due formazioni scendono sul prato dell’Olympiastadion di Monaco di Baviera Rensenbrink è regolarmente al suo posto e con lui anche Johan secondo. La tribuna d’onore è stracolma di illustri personaggi: si va dal presidente della Repubblica Federale Walter Scheel al capo del governo Helmut Schmidt, dal principe Bernardo d’Olanda al segretario di stato americano Henry Kissinger, grande appassionato di pallone viste le sue origini mitteleuropee. L’arbitro designato è un inglese, mister Taylor: gli olandesi non sono molto convinti della scelta, visto che l’Inghilterra ha un debito sportivo con la Germania (ricordate la Rimet 1966).

Il direttore di gara fischia l’inizio e questa storia viene immediatamente smantellata dai fatti: Johan Cruijff riceve il pallone, e quando accenna all’entrata a percussione in area di rigore viene sbattuto giù da Hoeness. Rigore. Non sono trascorsi che una quarantina di secondi dal via e già la partita è ad una svolta. Tira Neeskens, implacabile dagli undici metri e fredda Maier. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe cominciata così?

Neeskens fredda Maier

La Germania è una grandissima squadra: là dietro comanda il «kaiser» Franz, a centrocampo ci pensa Wolfgang Overath a ricucire il morale dei compagni con ispirate parole, e poi in avanti c’è sempre Gerd Müller, il pericolo pubblico numero uno. In pochi attimi riorganizza le fila: e subito si può vedere Beckenbauer organizzare la difesa, scendere per quaranta metri palla al piede, tirare, tornare alle spalle di tutti a un ritmo impossibile, con una classe da leggenda. Gli altri si «gasano»: il maoista Breitner fornisce una spinta propulsiva degna della più potente dinamo; Overath gioca sempre a testa alta, lancia Hoeness da una parte e dall’altra e questi cerca sempre il guizzo personale o la soluzione per il centravanti.

I «tulipani» subiscono e rispondono con rari affondi verticali, limitandosi in pratica a giocare sempre e comunque in parallelo alla linea di fondo. Tuttavia, nell’ansia di arrivare al gol, i tedeschi sbagliano molto. Breitner spara alto sopra la traversa, Hölzenbein mette a lato nella foga di concludere: lo stesso Bonhof, proprietario di una micidiale legnata da fermo, ha perso il senso balistico che lo contraddistingue.

L’intervento falloso di Jansen su Hölzenbein

L’offensiva dei padroni di casa merita però uno sbocco positivo. Questo giunge al 25′: a tre quarti campo, sull’out sinistro, inizia la fuga di Hölzenbein. Ripetendo un classico errore, nessun olandese gli va incontro direttamente. L’ala avanza ancora, tutti si aspettano il cross. Invece, con grande intelligenza, Hölzenbein prosegue l’azione ed entra autoritariamente in area per cercare il fallo. Jansen, un instancabile mediano alquanto stupidotto in fase di copertura, lo stende. Taylor, come nel primo caso, non ha esitazione alcuna e fischia il penalty.

Breitner contro Jongbloed, il portiere matto sempre vestito di giallo. Il terzino non fa una piega, sistema la palla sul dischetto e gela il portiere con una finta impercettibile. Jongbloed, come suo solito, non tenta nemmeno di tuffarsi, quasi non volesse sporcarsi la divisa da canarino. Il gol incassato, tuttavia, non scarica il «matto».

Breitner equalizza l’incontro

Galvanizzati dal raggiunto pareggio e sospinti da un oceanico ululare del pubblico, i tedeschi tentano l’immediato raddoppio. Il 34 enne estremo difensore si erge a protagonista supremo: devia una bomba da lontano di Vogts, alza sulla traversa un pallonetto di Beckenbauer e quindi si fa aiutare da Rijsbergen su tiro di Hoeness. Gli attacchi dei padroni di casa assumono toni forsennati: i bianchi vengono giù a valanga, in sei o sette alla volta. Ovviamente, dall’altra parte, si crea qualche scompenso davanti a Maier: Cruijff si ricorda di essere in campo e offre a Johnny Rep una palla d’oro, ma la conclusione dell’ala sinistra termina proprio tra le braccia del portiere.

Si giunge cosi verso la fine del primo tempo: molti pensano già al riposo quando Rainer Bonhof scende sulla destra e mette rasoterra al centro per Müller. La tecnica del piccolotto bavarese non è certo quella di un brasiliano, ma il suo fiuto per il fondo della rete non ha pari al mondo. Sul cross del compagno Müller tenta lo stop, che però non gli riesce. La palla rimane tuttavia nel raggio di due-tre metri. Gerd fa due passi indietro e si gira fulmineo toccando verso la porta. Il suo destro non è per nulla irresistibile, viaggia lentissimo. Jongbloed è completamente spiazzato, ridicolmente e colpevolmente appostato sul primo palo. La sfera, mogia mogia, si insacca. 2-1 all’intervallo, la
situazione è capovolta.

Il perfetto timing di Muller

Negli spogliatoi, Michels capisce che deve giocare il tutto per tutto. Toglie Rensenbrink, piuttosto spento, e inserisce Renè Van de Kerkhof. Poco cambia, la musica è sempre la stessa. A metà del secondo tempo tenta un’altra inutile mossa, cambiando lo stopper Rijsbergen con il mediano De Jong. Sono disperati colpi di coda, poiché la partita è saldamente in pugno della Germania. Helmut Schön, dall’altra parte, si accorge di aver vinto il Mondiale: anche se rincontro durasse dieci ore, gli orange non riuscirebbero mai a segnare.

Berti Vogts sta giocando un suo personale confronto con il capellone dell’Ajax, il favoloso numero 14 in maglia arancione. Alla fine si sarà nettamente aggiudicato il duello, non lasciando mai nemmeno un centimetro di spazio in più del necessario al prodigio olandese. Verso la fine, prima Hoeness grazia Jongbloed, inciampando sul pallone al momento di mettere in porta, quindi Taylor non se la sente di concedere un terzo rigore (il secondo in favore dei tedeschi) per un rude intervento di Jansen su Hölzenbein (i protagonisti del primo fallo da massima punizione, quello dell’1-1).

Cruiff e Beckenbauer, i protagonisti più attesi del match

Si chiude in festa, la Germania è campione del mondo. Sul palco della premiazione, ad attendere i vincitori, c’è tutto il bel mondo tedesco. Franz Beckenbauer alza per primo il trofeo, seguito da Sepp Maier, Breitner, Vogts e tutti gli altri. Sul prato restano sconsolati gli sconfitti, coloro che avevano insegnato al mondo un calcio nuovo, il calcio totale.

L’eredità olandese è di quelle che lasciano il segno nella storia del calcio: tutto il mondo, per tanti anni, si ispirerà a loro con torto o con ragione. Mille imitazioni sbocciano ovunque, ma nulla da fare. Nessuna copia può raggiungere la perfezione dell’originale, soprattutto quando non è possibile disporre di un nucleo di giocatori come Cruijff, Neeskens, Rensenbrink, Van Hanegem. Il calcio totale, in verità, era la loro immensa e cristallina classe.

07.07.74 (16.00) Munchen, Olympiastadion
GERMANIA OVEST-OLANDA 2-1
Rete
: 0:1 Neeskens rig. (2), 1:1 Breitner rig. (25), 2:1 Muller (43)
Germania Ovest: Maier, Vogts, Beckenbauer (c), Schwarzenbeck, Breitner, Hoeness, Bonhof, Overath, Grabowski, Muller, Holzenbein
Olanda: Jongbloed, Suurbier, Rijsbergen (69 De Jong), Haan, Krol, Jansen, Neeskens, Van Hanegem, Rep, Cruyff (c), Rensenbrink (46 R. Van De Kerkhof)
Arbitro: Taylor (Inghilterra)

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