GIANFRANCO ZIGONI – Novembre 1977

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Gianfranco Zigoni sulla soglia dei trentatré anni è stato illuminato dalla fede. Ha lasciato la sua «garsonniere» e adesso vive in parrocchia

Dal «Dom Perignon» all’acqua santa

VERONA. A spargere la voce sono state le catechiste della parrocchia di San Giorgio, intruppate contro la porta della canonica in attesa della dottrina. Sulla soglia, invece del sagrestano, c’era Gianfranco Zigoni, Bibbia in una mano e «Famiglia Cristiana» nell’altra. Così serio in volto, garantiscono, da incutere soggezione.

IN TEMPO di elezioni (Chiesa e potere bianco, nel Veneto, sono sempre andati a braccetto) si sarebbe potuto pensare ad una astuta manovra propagandistica. I catecumeni sono subito raddoppiati e le vecchie cariatidi della buona borghesia veronese hanno fatto a gara per versare l’obolo nella busta che Zigoni, sagrista di un giorno, porgeva con gesto mistico di banco in banco. Ma il pio Gianfranco è troppo orgoglioso (e troppo intelligente) per accettare il ruolo di crociato-sandwich, e il parroco di San Giorgio, assicurano, è così lontano dall’immagine di un padre Eligio da far cadere immediatamente l’accusa di strumentalizzazione. La verità è che Gianfranco Zigoni, sulla soglia dei trentatré anni, l’età del Signore, è stato folgorato come San Paolo sulla via di Damasco. Fede ne ha sempre avuta anche da ragazzino, assicura lui, ma la maturità gli ha evidentemente permesso di riportare a galla certe convinzioni che una vita dissipata aveva se non altro messo in discussione. Così si è ritirato a vivere in parrocchia, dopo aver ceduto a Negrisolo (e consorte) l’appartamento-garconniere e aver detto bye bye a schiere di samaritane ricche di calore umano ma povere di fede. A ospitarlo (e guai se non torna presto la sera) è un monsignore calciofilo che tutti chiamano Augusto e che ha saputo prenderlo per il verso giusto. Pecorella o figliol prodigo, è stata una bella impresa. Lo ammette persino Zigoni.

zigoni-intervista-wpLE PRIME avvisaglie si erano avute all’inizio dello scorso campionato, quando il pio Gianfranco era passato dalle «Muratti Ambassador» alle «Brooklyn» del ponte. Subito dopo aveva messo in crisi il proprio rifornitore di Johnny Walker (ormai convinto del vitalizio) abbracciando la tesi dei bevitori di Fiuggi. Dall’acqua minerale all’acqua santa, dunque, il passo è stato breve. A comporre la triade del vizio restava Venere, cacciata con ignominia e sostituita (non deve suonare irriverente per mons. Augusto, che è un sant’uomo) con un parroco. Da quando ha sfasciato la «Porsche», poi, il pio Gianfranco è al di sopra di ogni sospetto e, soprattutto, di ogni tentazione. Viaggia in bici da donna, senza canna per evitare le richieste di un passaggio, con quel che ne consegue, alle bicistoppiste dell’Adige.

CRISI MISTICA per il «tombeur de femmes» più chiacchierato di Verona? Forse che sì, forse che no, dubbio amletico come amletico è il personaggio, uno dei pochi rimasti nel desolante panorama del calcio italiano. I giocatori assomigliano sempre più ai ragionieri, perso nella notte dei tempi il ricordo di Sivori e di Amarildo, di Bruno Mora e di Francisco Ramon Lojacono. Sopravvive Zigoni, ultimo dei grandi estrosi, nazionale a vita mancato per colpa del proprio temperamento, non certo di una classe non cristallina. Ma è un pedaggio, questo, che Gianfranco ha pagato alla libertà. Non ha mai tollerato vincoli e si è sempre permesso di vivere come ha voluto, riducendo la caratura della propria carriera per libera scelta, per non inficiare una personalità che pretende spazio. Chi ha propiziato, dunque, un mutamento di rotta così radicale?

«Di fede – precisa lui – ne ho sempre avuta molta. Adesso ho l’opportunità, grazie a mons. Augusto, di pregare di più e di prendere qualche Messa. L’averlo conosciuto è stato un dono di Dio. Anche quando sarà pronta la mia nuova casa, e sarò costretto a lasciare la canonica, continuerò a frequentare la parrocchia». «Tante volte ripenso ai tempi di quando ero un ragazzino e volevo a tutti i costi imitare Sivori. Potevo star bene perché la mia famiglia è molto ricca, invece ho scelto di fare il calciatore e sono andato a Torino a patire la fame. Dicono tanto della Juve. Ma noi ragazzi vivevamo in una pensione dove la bistecche si vedevano con il lanternino. Chiedevo da mangiare e il gestore, un conte, mi domandava se volevo un caco, anzi, un pezzo di caco. Mi fossi nutrito a bistecche, chissà, forse sarei cresciuto con meno inquietudine addosso. Poi ci si è messo Heriberto. Un giorno, alla vigilia di una partita di Coppa, mi ha chiamato in camera sua e prima ancora che aprissi bocca mi ha piantato un pugno nello stomaco. Ho preso paura perché aveva gli occhi iniettati di sangue. Ma è stato un attimo. Gli sono saltato addosso e l’ho spinto vicino alla finestra aperta. Si è calmato subito e abbiamo cominciato a parlare come niente fosse. Ne avrei da raccontare tante, della mia carriera di calciatore, da scrivere un libro. Di sicuro c’è che nessuno mi ha mai condizionato nelle scelte che ho fatto. E sia ben chiaro che sono stato io stesso, adesso, a scegliere la via della parrocchia. Il perché e il per come sono affari miei».

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RIMANE l’aneddoto relativo al quoziente di intelligenza. Una «maga» ha sottoposto lo scorso anno a un test tutto il clan del Verona, Valcareggi e Garonzi compresi. Lo ha fatto con il sistema del pendolino, grazie a un complicatissimo gioco di «curve» e di «angoli». Il più intelligente, manco a dirlo, è risultato Gianfranco Zigoni, con un quoziente che supera il cento. Dopo Zigoni il rag. Piergiorgio Negrisolo, un cocktail di talento calcistico, di educazione e di cultura. Poi via via tutti gli altri.

INTELLIGENZA a prova di bomba, dunque, ma nervi che (squalifiche alla mano) non sono mai stati d’acciaio. «Hanno proposto a Zigoni – confida Livio Luppi, la sua «spalla» dentro e fuori del campo – di interpretare il ruolo dei killer in un film western. Far l’indiano, però, è sempre stata la sua specialità. Con annessi e connessi. Per Gianfranco questa è una filosofia di vita».
Chissà. Può darsi che la milizia costante nelle canoniche e nei luoghi cari ai mistici, esalti questa componente metafisica e ci riconsegni Zigoni «purgato nell’anima» (e nei nervi) prima della conclusione della carriera. Pregano per lui tutti i seminaristi di Verona e l’ex-terziario francescano Giorgio del «Mokador», che ha sostituito la chierica con il parrucchino ma la cui fede è sempre viva. «L’Angelo Gianfranco è volato in gol»: potrebbe essere un titolo a tutta pagina per il copyright di «Famiglia Cristiana» e per il testo del collega di «Tuttosport»… Rossi, il giornalista che Gian Paolo Ormezzano è riuscito a strappare ai camaldolesi.