RIVERA Gianni: Golden Boy per sempre

Il 18 agosto 1943 non è un giorno diverso dagli altri. Una guerra assurda e infame sconvolge il mondo e l’Italia ha l’aspetto orrido di un paese in rovina: tutt’intorno sono macerie, lacrime e morti. Il 18 agosto 1943 il signor Teresio Rivera, ferroviere, si trova a Valle San Bartolomeo, a pochi chilometri dalla sua Alessandria devastata dalle bombe. Una fuga in bicicletta, in quel solito rifugio, ad aspettare la fine delle deflagrazioni…

La moglie Edera, al suo fianco, soccorsa da infermieri di fortuna, mette alla luce un bambino. «E’ un maschio, lo chiameremo Gianni» e un barlume di sorriso attenua l’orrore del quotidiano ai due giovani sposi e per Teresio ed Edera c’è un motivo in più per tirare avanti, per sperare nella fine dell’immane conflitto, per sopravvivere. E nel cullare quel bambino, figlio della guerra e dell’amore, erano ben lontani dall’immaginare che, di lì a pochi anni, il loro piccolo Gianni avrebbe esordito in serie A nell’Alessandria fino a diventare il giocatore probabilmente più amato, odiato e discusso della storia del calcio italiano.

Al piccolo Gianni piace inseguire quella sfera di cuoio, prenderla a calci, giocare con i compagni nell’oratorio, nelle vie e sui campi di cemento. I prati sono pochi e destinati dai contadini alla coltura. Così ragazzi disputano i nostri piccoli tornei su uno spiazzale dell’aeroporto di Alessandria. Gioca, Rivera, senza pensare che quel pallone poteva rappresentare il suo futuro: per lui, figli di contadini, la massima aspirazione era quella di diventare ragioniere.

A dodici anni partecipa al campionato C.S.I. nella squadra del Don Bosco, quella del suo oratorio, schierato quasi sempre all’attacco. L’anno dopo entra nel NAGC dell’Alessandria ed incontra l’allenatore Cornara, il primo, forse, ad aver avuto l’idea di formare un centro per giovani calciatori. A scuola nel frattempo, finite le commerciali e – più avanti – terminati i due anni delle “tecniche” e superato l’esame integrativo della terza ragioneria, deve abbandonare in concomitanza con l’esordio in serie A.

Il calcio prende, completamente, le sue giornate. Nell’Alessandria, come mezzala, gioca diversi tornei giovanili, e a quattordici anni, in un’amichevole, debutta in prima squadra. Alessandria-AEK (squadra svedese) 4-1, amichevole di Pasqua. L’anno successivo, alla penultima giornata di campionato, va a provare per il Milan. Tutto bene: sotto gli occhi di Viani e dell’allenatore Bonizzoni, viene acquistato in comproprietà. Tre giorni dopo l’allenatore e giocatore dei grigi, Pedroni, gli comunica che esordirè in serie A: «Tocca a te, Gianni. Non riusciamo a trovare un centravanti che riesca a fare dei gol. Prova da punta e speriamo in bene».

Appare puro, cristallino, per certi versi anche sfrontato. Quando il ragazzo è chiamato al provino contro la squadra dei grandi, sono proprio i veterani a coglierne immediatamente il valore e a giurare sul suo futuro. La società rossonera gli consente di fare ancora un anno di esperienza nella sua Alessandria, per affinare un bagaglio tecnico già di prim’ordine.

Rivera arriva al Milan nell’estate del 1960. La giovanissima età contribuisce a renderlo popolarissimo, i suoi modi garbati e l’eloquio decisamente più forbito rispetto alla media dei suoi colleghi, lo rendono da subito un personaggio. Il Golden Boy piace a tutti, appare come il classico bravo ragazzo adorato dalle mamme e dalle ragazzine. In campo c’è chi lo paragone nientemeno che a Schiaffino, in un rapporto di ideale continuità rossonera tra l’asso sudamericano e il giovane piemontese. Nel primo campionato all’ombra del Duomo, il ragazzo, che nella sua Alessandria veniva chiamato affettuosamente “Il Signorino”, dimostra di avere la tempra per indossare la maglia da titolare con continuità.

Sfiora anche il titolo, quel Milan guidato da Gipo Viani, ed è curioso pensare che sia la Juventus a precederlo, tenendo conto che nei due scontri diretti vince sempre il diavolo ed in entrambi proprio Rivera scrive il suo nome nel tabellino dei marcatori. La svolta si ha nella stagione successiva, quando sulla panchina rossonera arriva il triestino Nereo Rocco. Inizialmente il Paron considera il diciassettenne ancora troppo immaturo per militare in una squadra che vuole abitare stabilmente il vertice della classifica. Ma una volta entrato nel blocco degli undici titolari, Rivera non ne uscirà più. L’arrivo del nuovo tecnico coincide con la conquista dell’ottavo scudetto rossonero, il primo per Gianni, che segna dieci reti, risultando fondamentale nella cavalcata vincente.

E’ l’inizio di un’epoca: Milano diventa la capitale del calcio europeo, come conferma il successo in Coppa dei Campioni, la stagione successiva, grazie al 2-1 sul benfica, con doppietta di Altafini e una stratosferica prestazione di Rivera, condita dall’assist decisivo per il la seconda rete di Josè. La platea internazionale rimane incantata dal suo modo di interpretare il gioco: è la sua prima, vera, consacrazione ed i votanti del Pallone d’Oro ne riconoscono il talento facendogli sfiorare il premio (solo il portiere russo Jascin raccoglie più consensi di lui). Del resto in questo periodo Rivera è il giocatore che, “inventate” le pagelle sui giornali, riceve addirittura un “nove” da Gianni Brera per una sua prestazione in un Bologna-Milan.

Un riconoscimento ancor più significativo da parte del giornalista che più di ogni altro lo ha criticato, affibbiandogli la qualifica di “Abatino”, a sottolineare una sua presunta scarsa propensione alla lotta.
“Penso che Rivera sia un grandissimo stilista, molto intelligente, e come tale in grado sempre di intuire quale sia la situazione migliore per sè. Non sà correre, non è un podista, altrimenti sarebbe un grandissimo interno. Invece lui per me è un mezzo grande giocatore”: queste sono le parole di Gianni Brera, che sottolineano il sempre vivo rapporto odio-amore tra lui e il capitano rossonero. L’intelligenza evidenziata da Brera lo porta a reagire più volte contro le battute della stampa, comportamento per quei tempi assolutamente inedito dal momento che nessun calciatore lo faceva. In azzurro tutto ciò è una materia esplosiva.

Non di rado Rivera spesso battaglia con lo staff tecnico, lo critica a voce alta, pagando talvolta prezzi carissimi. Il più pesante è l’accantonamento nella finale con il Brasile a Messico 70, con l’umiliazione di essere impiegato per soli 6 minuti a sconfitta già maturata, Una decisione incomprensibile, tenendo conto di come sia stato proprio Rivera a portare l’Italia fino in fondo con la brillante prestazione contro il Messico nei quarti ed il memorabile gol del 4-3 contro la Germania Ovest.

Le amarezze azzurre fanno il paio con le gioie rossonere, anche perchè se in ambito nazionale non c’è stato un commissario che abbia creduto in lui fino in fondo, nel Milan Nereo Rocco considera il Golden Boy uomo imprescindibile. “Si, non corre tanto, ma se io voglio avere il gioco, la fantasia, dal primo minuto al novantesimo l’arte di capovolgere una situazione, tutto questo me lo può dare solo Rivera con i suoi lampi. Non vorrei esagerare, perchè in fondo è soltanto football, ma Rivera in tutto questo è un genio”. Per Rocco, Rivera è come un terzo figlio ed i rapporti sono improntati sopratutto sotto il profilo umano. Sotto l’aspetto tecnico infatti non è mai messo in discussione, la fiducia è totale.

Il triestino vulcanico dalle sentenze dialettali urlate e l’alessandrino che non alza mai la voce, ma quando parla lascia il segno. Il rapporto è perfetto ed il primo non sa pensarsi senza l’altro, tanto è vero che quando Rocco torna al Milan (si era dimesso dopo la vittoria in Coppa dei Campioni), per prima cosa vuole sapere se il suo pupillo è d’accordo. Ricostitutito il tandem, il Diavolo torna ai fasti del recente passato. C’è da recuperare terreno nei confronti dell’Inter di Herrera e Mazzola, il suo alter ego nerazzurro, con il quale c’è una rivalità che spacca l’Italia in due partiti alla stregua di quanto Coppi e Bartali avevano fatto nel ciclismo nel dopoguerra.

Il Milan vince il campionato 1967/68 con una superiorità schiacciante: il Napoli è secondo con ben nove punti di distacco. Rivera segna undici gol e fa la fortuna di Pierino Prati e Angelo Benedicto Sormani, una coppia di punte che sa sfruttare i suggerimenti del Golden Boy, intuendone le intenzioni anche quando queste sono assolutamente imprevedibili. Ad impreziosire la stagione c’è anche il bis di Coppa delle Coppe con un 2-0 sull’Amburgo in finale.

Nel 1969, con 83 voti di consenso, Rivera vince finalmente il Pallone d’Oro, primo giocatore italiano ad aggiudicarsi l’ambito trofeo di miglior giocatore del continente.Sui giurati, ovviamento, incide moltissimo il trionfo del Milan in Coppa dei Campioni, un 4-1 inapellabile sull’Ajax con Rivera nei panni di assist-man di eccezzione. E a risposta di chi dubita sul suo temperamento c’è la drammatica finale di Coppa Intercontinentale, quando il Milan, forte di un 3-0 guadagnato a San Siro, si reca in Argentina ad affrontare l’Estudiantes. Il clima è caldissimo. Già a Milano i sudamericani hanno promesso un ritorno da battaglia ma la classe dei rossoneri ha il sopravvento, nonostante la sconfitta per 2-1 con rete iniziale proprio di Rivera in contropiede.

La seconda fase della carriera di Rivera è un naturale rovesciamento delle parti. Il ragazzo d’oro è cresciuto e si trova a recitare la parte del capitano esperto, spesso con il compito di proteggere e curare la crescita di un gruppo più giovane. Talvolta si traduce in aperte polemiche con la classe arbitrale, come nel 1971/72 quando un contestato rigore al Cagliari, che peserà moltissimo sul verdetto del campionato, lo porta a contestare l’arbitro Michelotti e l’intero sistema, che lo punisce con la squalifica-record di nove giornate.

C’è però anche un altro tipo di mutazione significativa che in una stagione particolare porta il numero 10 a frequentare con assiduità la classifica cannonieri, cosa mai successa prima, fino a conquistarne il vertice con diciassette reti in coabitazione con Savoldi e Pulici, nella stagione 1972/73.
E’ quello un Milan spettacolo, una vera e propria macchina da gol. Ma è anche il capolinea della generazione-Rocco che, nonstante la vittoria sofferta in Coppa delle Coppe contro il Leeds, perde lo scudetto all’ultima giornata nella fatal-Verona. Sfuma così lo scudetto della Stella, la l’appuntamento è rimandato per la stagione 1978/79, con Nils Liedholm a comandare i rossoneri all’assalto per il titoli. Il cerchio si chiude, come per magia. Il Barone che da giocatore ha accolto Rivera, due decenni dopo è il Mister con cui scrivere una pagina indelebile nella storia del Milan.

Rivera dice basta dopo 501 partite in Serie A, nell’ultima giornata, con microfono in mano a dirigere i tifosi perchè si possano ripristinare le condizioni per disputare la gara, sembra passare il testimone da bandiera del Milan quale lo è stato per un’epoca, al politico che sarà in seguito, con l’assoluta certezza che i finali giusti siano quelli vincenti, e i campioni veri sanno scegliere il momento per deciderli.

Rivera sulle figurine Panini

Intervista-Confessione

Gloria ed errori nel calcio, in amore, in politica Gianni Rivera: la trappola delle passioni
«Rocco ci portava il vino nelle bottiglie di Coca Cola»
«Frate Eligio mi parlò per un’ intera notte in aereo»

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E’ nato quando il fascismo era appena caduto. Ha attraversato di corsa i favolosi Sessanta, quando Dallas rappresentava la fine di un mito (John Kennedy) e non una telenovela. Ha diviso l’Italia da artista del pallone e ha provato a ricercarla unita da onorevole, primo e finora unico calciatore italiano eletto e rieletto in Parlamento. Ha cambiato modo di «giocare». Più Ulisse che Icaro, a un infido sole ha sempre preferito un approdo palpabile, un’Itaca magari lontana ma immanente, in un viaggio della vita dal calcio al sociale, dagli amori alla politica. Parliamo nella villa degli amici che lo ospitano, nel cuore della costiera amalfitana.

«Ricordo che pioveva, il giorno del mio provino al Milan. Lo feci a Linate, con me giocava Schiaffino, come dire Fellini, il massimo. Ma io non ero preoccupato per quello, ero preoccupato per i tacchetti delle scarpe».
Spadaccini e Viani gli offrirono dieci milioni per tre anni: e no, cari signori, minimo nove a stagione. E così fu. Il nome della mamma, Edera, è un segnale del destino: «Forse per questo, Alessandria a parte, sono rimasto avvinto sempre alla stessa bandiera, il Milan, diciannove anni da giocatore e sette da dirigente».
Papà Teresio era un ferroviere, socialista di fede, lombardiano di cuore, «mi ha insegnato a cavalcare gli ideali e a diffidare degli uomini o comunque, a privilegiare quelli a questi. Gli devo molto. Per lui Gesù Cristo è stato il primo socialista della storia».
Guardarsi indietro per guardarsi dentro. Il ’68 di Rivera sfocia in un progetto lì per lì balzano, ma destinato a lasciare un solco: l’associazione calciatori.
«Io, Campana, Bulgarelli, altri. Ci riunimmo e sfidammo il Paese delle convenzioni. Ce ne dissero di tutti i colori. Risero di noi. Lo chiamarono il sindacato dei milionari, perchè allora l’unità di misura non era ancora il miliardo. Ora che ci penso, fu, quello, il mio primo atto politico»

Il volontariato di Mondo X.
Non si stanca di raccontare: «Erano tempi in cui chi giocava, doveva giocare e basta. Non c’erano le esasperazioni di adesso, ma neppure le aperture. Prenda Nereo Rocco per me, un secondo padre. Esercitava l’autorità a modo suo, una frase in dialetto, una pacca sulle spalle, oggi chissà come se la caverebbe, e, soprattutto, come verrebbe accolto: in tutti i campi, chi governa è inviso, e il Paron governava eccome. Personaggio unico. Lo conobbi alle Olimpiadi di Roma».
Al villaggio non si poteva bere vino. E allora Rocco se lo faceva mescere dentro sedicenti bottiglie di Coca Cola. Il trucco funzionò.
Dopo il Paron, Eligio. Mondo X, telefono amico. Tappa cruciale nella vita dell’ abatino: e un rapporto fecondo, mai rinnegato. Certa stampa vide, in quel francescano tutto saio e rock and roll, un misto di Cagliostro e Rasputin, con tanto di residenza in un castello, il maniero di Cozzo Lomellina: «Sbagliaste della grossa, voi giornalisti. Tutto nacque da un input del padre di Carraro, allora presidente del Milan. Sollecitò un incontro a Milanello, per i giovani colà in perenne ritiro. Gli inviarono questo frate così “diverso”, così alla mano. Ci parlò della vita che ci passava accanto, e che noi, tutti presi dal fuoco sin troppo sacro del mestiere, sfioravamo appena. Uso il lessico di quegli anni: magari adesso sembrerà datato e un pò grottesco, ma le assicuro che allora… Almeno per me, la cosa non finì lì. Ci fu un viaggio “storico”, a Buenos Aires. Nel 1969, se non sbaglio, per la rivincita con gli argentini dell’Estudiantes. Sull’aereo, capitammo uno accanto all’altro. Non ricordo di aver chiuso occhio Sempre lì, noi due, a discutere, a interrogarci, a fare progetti. Mi spiegò le finalità di Mondo X, il recupero degli emarginati, la priorità dell’impegno civile, il coinvolgimento saggio e proficuo del mio nome. In parole povere, le risorse del volontariato. Mi stregò. Accettai di collaborare. A quell’epoca, Mondo X aveva una comunità, ora ne ha trentacinque».
Non ha bisogno di agiografi, Rivera. C’è chi lo descrive come un candido opportunista e chi come un furbo matricolato. Non ha mai negato di aver voluto impossessarsi del Milan. Ma sbagliò cavalli. Buticchi, Ambrosio, Morazzoni, Colombo, Farina. Ci rimise del suo, fino al fallimento del club e all’ irruzione di Berlusconi.

Una personalità complessa.
Primi calci ai salesiani di Alessandria, padre socialita, guida spirituale «di sinistra», carriera da vedette, ma poi, quando c’è da scegliere un partito, ecco la DC: l’atto più normale e convenzionale. Una scelta di regime.
Non si scompone. Sorride. Spiega: «Se le dico che allora, nell’87, non immaginavo nemmeno lontanamente il marcio che sarebbe saltato fuori, liberissimo di non credermi. Furono Goria (allora ministro del Tesoro) e Tabacci (allora segretario generale) a propormi la candidatura. Il buffo è che, ai miei tempi, la DC del calcio era la Juve. Io ero all’opposizione, e combattevo strenuamente. Vincessero pure, quelli di Torino, ma dentro le regole del gioco: non fuori. Per questo, ogni tanto, salivo sul pulpito e mi sfogavo. A Cagliari una domenica, sparai a zero su Michelotti, e un’altra contro Lo Bello: arbitri sotto le parti, e non sopra. Ma nella politica, pensavo che la DC fosse un’altra cosa. C’era ancora il muro di Berlino, e poi, fondamentalmente, in campo e nella vita, sono sempre stato al centro. Anche se, all’atto pratico, dal sindacato calciatori in avanti, mi sono sempre battuto per cambiare il sistema. Dal di dentro, però. E senza porre mano alla violenza. E’ per questo che non “capivo”, e rigettavo, la foga sessantottina, pur essendo a modo mio, forse, un sessantottino. Penso al mio Milan, a “quel” Milan: una scuola di comportamento, mica una semplice squadra. Fummo i primi, o fra i primi, a far sì che anche chi non giocava potesse partecipare ai premi partita. Impresa non da poco, per i tempi che correvano».

Gli strappi di Rivera.
Per lui, a Brescia, si azzuffarono due maestri del calibro di Gianni Brera (contro) e Gino Palumbo (pro).
«Da dirigente ho fatto tutto il possibile. Ero, sono, molto legato a Felice Colombo. Un anno, andammo in B per illecito. Ci accusarono di aver ammorbidito i giocatori della Lazio quando, dagli atti dell’inchiesta, emerse che già gli stessi laziali avevano “deciso” di perdere, tanto da scommettere sulla sconfitta. Rimpiango una cosa sola: di essermi, all’epoca, già ritirato. Con me in campo una cosa simile non sarebbe successa».
Intanto, la politica: dc, popolari per la riforma, gruppo misto. Da Tangentopoli allo sfascio della prima Repubblica. «Una rivoluzione in piena regola, con i suoi morti suicidi: l’ho vissuta da protagonista. La caduta del muro di Berlino ha portato alla frantumazione del nemico storico, il comunismo. E senza un avversario dal quale difenderci, e che più o meno ci teneva uniti, sono saltati tutti i “collegamenti”. Un’Italia è sprofondata, e ne sta nascendo un’altra. Confesso che, all’inizio, mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. C’era una domanda, una soprattutto, che non sopportavo: ma tu di che corrente sei? Come di che corrente? Giocavo per la dc, “tutta” la dc, così come avevo giocato per il Milan. E non per una “parte” del Milan. Strada facendo, ho capito, e mi sono adeguato. Ho scelto Segni. La riforma. Bisognava cambiare le regole del gioco. Al più presto. E dal momento che il vecchio regime faceva resistenza, non ci rimaneva che il ricorso ai cittadini. Il referendum».
Rivera è fatto così. Battezzato un programma, se ne innamora e lo porta avanti. E’ un «viaggiatore» inesauribile. Non si ferma mai. Che poi non strilli a ogni stazione, a ogni «conquista», questo fa parte del suo carattere.
Come in amore. «Potevo sposarmi in almeno tre quattro occasioni, ma l’ho fatto una volta sola, con Laura. L’ho incontrata al tennis, a Milano. Fa l’architetto, studia recitazione. Dal rapporto con Elisabetta Viviani sono uscito abbastanza traumatizzato. E dire che tutti giuravano sul nostro futuro, ci avrei scommesso anch’io. Nicole, mia figlia, di sedici anni, vive con la mamma, Elisabetta. La vedevo poco, ora un pò di più. Anche lì, è stata dura».
Sfilano, al filtro della memoria, altri nomi: Anna Spiaggi, la prima fidanzatina milanese, «lavorava alla Mondadori», poi Roberta Giusti, Irene Zarpanely, la hostess. «Forse sono stato egoista io, forse loro: chi lo sa. Con le donne non sai mai dove andare a parare: pensi di essere il cacciatore, e invece sei la preda. Il femminismo, se devo essere sincero, lo reputo una battaglia inutile. Premesso che io, le mie, le ho sempre trattate sul piano di un’ assoluta parità, rimango dell’ avviso che la donna, in genere, meriti “qualche attenzione in piu”, e che per questo non si debba sentire limitata, emarginata, sottostimata. Ho l’impressione che certe conquiste, per la donna in generale, siano state una perdita».
Rivera si divide fra Milano e Roma. Ha lasciato l’agenzia di assicurazioni che curava, vive del suo stipendio di deputato e della colloborazione fissa che ha con Il Messaggero. Ogni tanto, mette il faccione in tv Ma non sulle reti Fininvest. Con Berlusconi non c’è mai stato feeling.
«Per un pò ha continuato a inviarmi la tessera di tribuna e io a San Siro ci andavo, poi ha smesso, e a San Siro non vado più. L’ultima volta che ho visto il Milan è stato a Vienna, nel maggio del 1990, in occasione della finale di Coppa con il Benfica»

Personaggio scomodo.
Permaloso. Scontroso. Vendicativo. Quando Buticchi tramò per cederlo al Torino, e lui lo lesse sui giornali, piantò lì baracca e burattini e si nascose, per due lunghi giorni nel castello di Cozzo, da padre Eligio. Rivera non soffre di vertigini. E’ fiero di quello che ha fatto, è curioso di misurare l’ampiezza dei passi che lo attendono.
«In famiglia, da noi, c’è sempre stato molto dialogo. E questo mi ha aiutato molto. Mi manca, ecco, una cultura classica, ma dalla vita non si può avere tutto. Dopo le tre medie, e le tre commerciali, stop: ho il diploma di computista commerciale, un titolo che ho paura non esista più. Però cosa vuole: a meno di sedici anni esordivo in serie A, nell’Alessandria e poi via, subito a Milano. Dovetti scegliere in fretta, prima del previsto».
Mai una bestemmia, i capelli sempre pettinati, quell’ aria a modino, fra il chierichetto e il damerino, e poi tutta quella classe: «Non ho mai pensato di fare l’allenatore. Non invidio i giocatori di oggi. Io, per procuratore, avevo mio padre: loro hanno invece procuratori che gli fanno anche da padri, vuol mettere la differenza?».
Smonta il dualismo con Mazzola, «potevamo tranquillamente coesistere», paragona Pelè a De Gaulle, «due geni», sculaccia gli odierni maghi della panchina: «Troppo presuntuosi Edmondo Fabbri sì che era un tecnico. E il suo sì che era calcio spettacolo. Senza quella sciagurata Corea, avremmo guadagnato vent’ anni».

Brasile Italia con pomodori
A ogni ricorrenza riveriana, non si può non riandare almeno per un attimo alla grottesca staffetta messicana, Brasile Italia gran finale mondiale, lui in campo per sei minuti al posto di Boninsegna: «Ormai si è detto e si è scritto tutto. Fu la vittoria di Walter Mandelli, il Richelieu azzurro, e il trionfo della politica sulla tecnica. Mi avevano fatto fuori, solo che in panchina Valcareggi perse la testa e pensando che mancasse ancora chissà quanto, mi buttò dentro. Peggio per lui, peggio per loro. Quando rientrammo, non sembrava mica che i Mondiali li avesse vinti il Brasile. Sembrava, dai pomodori che la gente, inferocita, tirava addosso a tutti tranne a me, che li avessi vinti io».
E allora può succedere che l’incanto della costiera fra Amalfi e Positano, laddove il sole ha sempre una camera fissa, produca un’altra magia, e che cioè sei minuti d’orologio possano pesare più di cinquant’ anni. Ma è solo un momento, un guizzo, un bagliore: negli occhi, e nel cuore.