RIVERA Gianni: Golden Boy per sempre

Intervista-Confessione

Gloria ed errori nel calcio, in amore, in politica Gianni Rivera: la trappola delle passioni
«Rocco ci portava il vino nelle bottiglie di Coca Cola»
«Frate Eligio mi parlò per un’ intera notte in aereo»

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E’ nato quando il fascismo era appena caduto. Ha attraversato di corsa i favolosi Sessanta, quando Dallas rappresentava la fine di un mito (John Kennedy) e non una telenovela. Ha diviso l’Italia da artista del pallone e ha provato a ricercarla unita da onorevole, primo e finora unico calciatore italiano eletto e rieletto in Parlamento. Ha cambiato modo di «giocare». Più Ulisse che Icaro, a un infido sole ha sempre preferito un approdo palpabile, un’Itaca magari lontana ma immanente, in un viaggio della vita dal calcio al sociale, dagli amori alla politica. Parliamo nella villa degli amici che lo ospitano, nel cuore della costiera amalfitana.

«Ricordo che pioveva, il giorno del mio provino al Milan. Lo feci a Linate, con me giocava Schiaffino, come dire Fellini, il massimo. Ma io non ero preoccupato per quello, ero preoccupato per i tacchetti delle scarpe».
Spadaccini e Viani gli offrirono dieci milioni per tre anni: e no, cari signori, minimo nove a stagione. E così fu. Il nome della mamma, Edera, è un segnale del destino: «Forse per questo, Alessandria a parte, sono rimasto avvinto sempre alla stessa bandiera, il Milan, diciannove anni da giocatore e sette da dirigente».
Papà Teresio era un ferroviere, socialista di fede, lombardiano di cuore, «mi ha insegnato a cavalcare gli ideali e a diffidare degli uomini o comunque, a privilegiare quelli a questi. Gli devo molto. Per lui Gesù Cristo è stato il primo socialista della storia».
Guardarsi indietro per guardarsi dentro. Il ’68 di Rivera sfocia in un progetto lì per lì balzano, ma destinato a lasciare un solco: l’associazione calciatori.
«Io, Campana, Bulgarelli, altri. Ci riunimmo e sfidammo il Paese delle convenzioni. Ce ne dissero di tutti i colori. Risero di noi. Lo chiamarono il sindacato dei milionari, perchè allora l’unità di misura non era ancora il miliardo. Ora che ci penso, fu, quello, il mio primo atto politico»

Il volontariato di Mondo X.
Non si stanca di raccontare: «Erano tempi in cui chi giocava, doveva giocare e basta. Non c’erano le esasperazioni di adesso, ma neppure le aperture. Prenda Nereo Rocco per me, un secondo padre. Esercitava l’autorità a modo suo, una frase in dialetto, una pacca sulle spalle, oggi chissà come se la caverebbe, e, soprattutto, come verrebbe accolto: in tutti i campi, chi governa è inviso, e il Paron governava eccome. Personaggio unico. Lo conobbi alle Olimpiadi di Roma».
Al villaggio non si poteva bere vino. E allora Rocco se lo faceva mescere dentro sedicenti bottiglie di Coca Cola. Il trucco funzionò.
Dopo il Paron, Eligio. Mondo X, telefono amico. Tappa cruciale nella vita dell’ abatino: e un rapporto fecondo, mai rinnegato. Certa stampa vide, in quel francescano tutto saio e rock and roll, un misto di Cagliostro e Rasputin, con tanto di residenza in un castello, il maniero di Cozzo Lomellina: «Sbagliaste della grossa, voi giornalisti. Tutto nacque da un input del padre di Carraro, allora presidente del Milan. Sollecitò un incontro a Milanello, per i giovani colà in perenne ritiro. Gli inviarono questo frate così “diverso”, così alla mano. Ci parlò della vita che ci passava accanto, e che noi, tutti presi dal fuoco sin troppo sacro del mestiere, sfioravamo appena. Uso il lessico di quegli anni: magari adesso sembrerà datato e un pò grottesco, ma le assicuro che allora… Almeno per me, la cosa non finì lì. Ci fu un viaggio “storico”, a Buenos Aires. Nel 1969, se non sbaglio, per la rivincita con gli argentini dell’Estudiantes. Sull’aereo, capitammo uno accanto all’altro. Non ricordo di aver chiuso occhio Sempre lì, noi due, a discutere, a interrogarci, a fare progetti. Mi spiegò le finalità di Mondo X, il recupero degli emarginati, la priorità dell’impegno civile, il coinvolgimento saggio e proficuo del mio nome. In parole povere, le risorse del volontariato. Mi stregò. Accettai di collaborare. A quell’epoca, Mondo X aveva una comunità, ora ne ha trentacinque».
Non ha bisogno di agiografi, Rivera. C’è chi lo descrive come un candido opportunista e chi come un furbo matricolato. Non ha mai negato di aver voluto impossessarsi del Milan. Ma sbagliò cavalli. Buticchi, Ambrosio, Morazzoni, Colombo, Farina. Ci rimise del suo, fino al fallimento del club e all’ irruzione di Berlusconi.

Una personalità complessa.
Primi calci ai salesiani di Alessandria, padre socialita, guida spirituale «di sinistra», carriera da vedette, ma poi, quando c’è da scegliere un partito, ecco la DC: l’atto più normale e convenzionale. Una scelta di regime.
Non si scompone. Sorride. Spiega: «Se le dico che allora, nell’87, non immaginavo nemmeno lontanamente il marcio che sarebbe saltato fuori, liberissimo di non credermi. Furono Goria (allora ministro del Tesoro) e Tabacci (allora segretario generale) a propormi la candidatura. Il buffo è che, ai miei tempi, la DC del calcio era la Juve. Io ero all’opposizione, e combattevo strenuamente. Vincessero pure, quelli di Torino, ma dentro le regole del gioco: non fuori. Per questo, ogni tanto, salivo sul pulpito e mi sfogavo. A Cagliari una domenica, sparai a zero su Michelotti, e un’altra contro Lo Bello: arbitri sotto le parti, e non sopra. Ma nella politica, pensavo che la DC fosse un’altra cosa. C’era ancora il muro di Berlino, e poi, fondamentalmente, in campo e nella vita, sono sempre stato al centro. Anche se, all’atto pratico, dal sindacato calciatori in avanti, mi sono sempre battuto per cambiare il sistema. Dal di dentro, però. E senza porre mano alla violenza. E’ per questo che non “capivo”, e rigettavo, la foga sessantottina, pur essendo a modo mio, forse, un sessantottino. Penso al mio Milan, a “quel” Milan: una scuola di comportamento, mica una semplice squadra. Fummo i primi, o fra i primi, a far sì che anche chi non giocava potesse partecipare ai premi partita. Impresa non da poco, per i tempi che correvano».

Gli strappi di Rivera.
Per lui, a Brescia, si azzuffarono due maestri del calibro di Gianni Brera (contro) e Gino Palumbo (pro).
«Da dirigente ho fatto tutto il possibile. Ero, sono, molto legato a Felice Colombo. Un anno, andammo in B per illecito. Ci accusarono di aver ammorbidito i giocatori della Lazio quando, dagli atti dell’inchiesta, emerse che già gli stessi laziali avevano “deciso” di perdere, tanto da scommettere sulla sconfitta. Rimpiango una cosa sola: di essermi, all’epoca, già ritirato. Con me in campo una cosa simile non sarebbe successa».
Intanto, la politica: dc, popolari per la riforma, gruppo misto. Da Tangentopoli allo sfascio della prima Repubblica. «Una rivoluzione in piena regola, con i suoi morti suicidi: l’ho vissuta da protagonista. La caduta del muro di Berlino ha portato alla frantumazione del nemico storico, il comunismo. E senza un avversario dal quale difenderci, e che più o meno ci teneva uniti, sono saltati tutti i “collegamenti”. Un’Italia è sprofondata, e ne sta nascendo un’altra. Confesso che, all’inizio, mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. C’era una domanda, una soprattutto, che non sopportavo: ma tu di che corrente sei? Come di che corrente? Giocavo per la dc, “tutta” la dc, così come avevo giocato per il Milan. E non per una “parte” del Milan. Strada facendo, ho capito, e mi sono adeguato. Ho scelto Segni. La riforma. Bisognava cambiare le regole del gioco. Al più presto. E dal momento che il vecchio regime faceva resistenza, non ci rimaneva che il ricorso ai cittadini. Il referendum».
Rivera è fatto così. Battezzato un programma, se ne innamora e lo porta avanti. E’ un «viaggiatore» inesauribile. Non si ferma mai. Che poi non strilli a ogni stazione, a ogni «conquista», questo fa parte del suo carattere.
Come in amore. «Potevo sposarmi in almeno tre quattro occasioni, ma l’ho fatto una volta sola, con Laura. L’ho incontrata al tennis, a Milano. Fa l’architetto, studia recitazione. Dal rapporto con Elisabetta Viviani sono uscito abbastanza traumatizzato. E dire che tutti giuravano sul nostro futuro, ci avrei scommesso anch’io. Nicole, mia figlia, di sedici anni, vive con la mamma, Elisabetta. La vedevo poco, ora un pò di più. Anche lì, è stata dura».
Sfilano, al filtro della memoria, altri nomi: Anna Spiaggi, la prima fidanzatina milanese, «lavorava alla Mondadori», poi Roberta Giusti, Irene Zarpanely, la hostess. «Forse sono stato egoista io, forse loro: chi lo sa. Con le donne non sai mai dove andare a parare: pensi di essere il cacciatore, e invece sei la preda. Il femminismo, se devo essere sincero, lo reputo una battaglia inutile. Premesso che io, le mie, le ho sempre trattate sul piano di un’ assoluta parità, rimango dell’ avviso che la donna, in genere, meriti “qualche attenzione in piu”, e che per questo non si debba sentire limitata, emarginata, sottostimata. Ho l’impressione che certe conquiste, per la donna in generale, siano state una perdita».
Rivera si divide fra Milano e Roma. Ha lasciato l’agenzia di assicurazioni che curava, vive del suo stipendio di deputato e della colloborazione fissa che ha con Il Messaggero. Ogni tanto, mette il faccione in tv Ma non sulle reti Fininvest. Con Berlusconi non c’è mai stato feeling.
«Per un pò ha continuato a inviarmi la tessera di tribuna e io a San Siro ci andavo, poi ha smesso, e a San Siro non vado più. L’ultima volta che ho visto il Milan è stato a Vienna, nel maggio del 1990, in occasione della finale di Coppa con il Benfica»

Personaggio scomodo.
Permaloso. Scontroso. Vendicativo. Quando Buticchi tramò per cederlo al Torino, e lui lo lesse sui giornali, piantò lì baracca e burattini e si nascose, per due lunghi giorni nel castello di Cozzo, da padre Eligio. Rivera non soffre di vertigini. E’ fiero di quello che ha fatto, è curioso di misurare l’ampiezza dei passi che lo attendono.
«In famiglia, da noi, c’è sempre stato molto dialogo. E questo mi ha aiutato molto. Mi manca, ecco, una cultura classica, ma dalla vita non si può avere tutto. Dopo le tre medie, e le tre commerciali, stop: ho il diploma di computista commerciale, un titolo che ho paura non esista più. Però cosa vuole: a meno di sedici anni esordivo in serie A, nell’Alessandria e poi via, subito a Milano. Dovetti scegliere in fretta, prima del previsto».
Mai una bestemmia, i capelli sempre pettinati, quell’ aria a modino, fra il chierichetto e il damerino, e poi tutta quella classe: «Non ho mai pensato di fare l’allenatore. Non invidio i giocatori di oggi. Io, per procuratore, avevo mio padre: loro hanno invece procuratori che gli fanno anche da padri, vuol mettere la differenza?».
Smonta il dualismo con Mazzola, «potevamo tranquillamente coesistere», paragona Pelè a De Gaulle, «due geni», sculaccia gli odierni maghi della panchina: «Troppo presuntuosi Edmondo Fabbri sì che era un tecnico. E il suo sì che era calcio spettacolo. Senza quella sciagurata Corea, avremmo guadagnato vent’ anni».

Brasile Italia con pomodori
A ogni ricorrenza riveriana, non si può non riandare almeno per un attimo alla grottesca staffetta messicana, Brasile Italia gran finale mondiale, lui in campo per sei minuti al posto di Boninsegna: «Ormai si è detto e si è scritto tutto. Fu la vittoria di Walter Mandelli, il Richelieu azzurro, e il trionfo della politica sulla tecnica. Mi avevano fatto fuori, solo che in panchina Valcareggi perse la testa e pensando che mancasse ancora chissà quanto, mi buttò dentro. Peggio per lui, peggio per loro. Quando rientrammo, non sembrava mica che i Mondiali li avesse vinti il Brasile. Sembrava, dai pomodori che la gente, inferocita, tirava addosso a tutti tranne a me, che li avessi vinti io».
E allora può succedere che l’incanto della costiera fra Amalfi e Positano, laddove il sole ha sempre una camera fissa, produca un’altra magia, e che cioè sei minuti d’orologio possano pesare più di cinquant’ anni. Ma è solo un momento, un guizzo, un bagliore: negli occhi, e nel cuore.