GIGI RIVA – LA STORIA DI ROMBO DI TUONO

Capitolo Tredicesimo

Il Messico restituisce al calcio italiano un Riva diverso, più umano. Lo definiscono un campione smarrito. Il Messico ha ridimensionato Riva che in certe partite è apparso privo di personalità, ha commesso molti errori. Era stato caricato di troppe responsabilità. L’impossibilità di essere all’altezza della sua fama, per varie ragioni, l’ha messo in crisi. Il contraccolpo psicologico è stato tremendo. Un Riva irriconoscibile che solo in alcune partite ha ritrovato se stesso. La stampa messicana lo ha persino deriso — dopo averlo incensato — definendolo «bluff» e «pallone gonfiato». La stampa italiana gli sferra durissimi attacchi nei commenti del dopo-Messico.
La verità è che Riva non era un «robot del gol», come si pretendeva, ma un grande goleador non al meglio della condizione. In realtà, poi, la Nazionale non era riuscita a dargli quel contributo che invece aveva avuto dagli uomini del Cagliari fino a sfociare nello scudetto. Nel Cagliari c’è chi accetta di vivere all’ombra di Riva, nella Nazionale le cose cambiano: non tutti sono disposti a farlo, in primo luogo Domenghini, poi Bonmsegna. Nell’intervallo di Italia-Messico, solo Facchettl era riuscito ad evitare che Riva mettesse ko Domenghini.
Scopigno insorge e difende a spada tratta Riva dicendo che era scontato che in Messico avrebbe giocato sotto tono: «Perché se l’altitudine può avergli nuociuto, in realtà è la questione tecnica che lo ha danneggiato, cioè giocare in una squadra senza né capo né coda. La forza di Riva è concludere le manovre di una squadra. E’ già tanto che abbia messo a segno tre gol e nelle partite più importanti».
Riva va in vacanza in Sardegna, a Villa Simius con la sorella Fausta e il nipotino Oscar. Si rode il fegato e medita rivincite. Ad un giornalista, però, fa un’amara confessione: «La Coppa Rimet, personalmente, è rimasta molto al di sotto dei sogni. Onestamente non avrei mai immaginato di conquistare il secondo posto. Però io pensavo di fare di più per la squadra e per i risultati. Sono passati lunghissimi quei primi dieci giorni senza gol, per me. E questo mi ha messo in una condizione psicologica sfavorevole. Io non sono un giocatore che sa costruire il gioco, che lavora per far segnare gli altri: mi rendo conto dei miei limiti tecnici e dico questo in piena modestia.
«Io devo fare i gol — continua Gigi — Lo devo fare alla Rimet così come lo debbo fare quando il giovedì mi alleno a Cagliari contro i ragazzi. Se non mando la palla in rete mi sembra di usurpare il posto in squadra e la fiducia dei tifosi. Ebbene, in Messico, il non riuscire a fare il mio primo gol è stato un inferno. Mi veniva da piangere. Per questo ho anche trattato male il guardalinee etiopico che mi ha fatto ingiustamente annullare il gol contro Israele: era come se mi togliesse qualcosa che era mio già da tempo. La doppietta con il Messico ha messo a posto molte cose ma nel frattempo erano sorte altre polemiche nella squadra e non si è più aggiustato il tutto completamente. Vorrei far presente, poi, che avevo di fronte i difensori nazionali più forti del mondo e quindi ero necessariamente marcato meglio che in campionato. Insomma mi resta un po’ di malinconia per quello che potevo fare e non ho fatto in Messico. Quando avevo la palla davanti a me e potevo tirare in porta mi veniva come una frenesia, una paura di non fare in tempo a scagliarla verso la rete. Finivo per tirare troppo presto e colpire male. Anche i gol che ho fatto non erano i soliti. Niente cannonata: pallonetti nell’angolo leggeri e morbidi. Come se avesse segnato un altro».
Incontro Riva ad Asiago. E’ trascorso un mese dall’esperienza messicana: è più sereno dopo lunghe riflessioni. Parla a ruota libera, non a grinta spianata. Ha molto sofferto anche per la caccia che gli hanno dato i rotocalchi alla ricerca del pettegolezzo e per i processi che gli hanno continuato a fare per tutta l’estate.
«Adesso è colpa mia — dice Riva — se siamo tornati dal Messico vicecampioni del mondo. Gente dell’ambiente ha parlato a vanvera mentre avrebbe dovuto star zitta. Quando sostenevano che la squadra era costruita su Riva mi facevano ridere. Un giocatore non condiziona una squadra, semmai, è il contrario. E’ vero che ci siamo qualificati ai quarti di finale facendo risultati mediocri. In fondo non abbiamo battuto che la Svezia e il Messico, però fa testo la partita con la Germania Ovest dove ho segnato un gol nei supplementari. Invece hanno rivolto tutte le critiche a me. Mi hanno responsabilizzato troppo sono state ridimensionate le qualità inesistenti che mi erano state attribuite, non quelle reali. Ho la coscienza a posto. Mi sono trovato nella necessità di attaccare in contropiede a oltre duemila metri di quota, non dimentichiamolo.
«Quella era una squadra normale, una Nazionale normale — soggiunge Riva — e io non sono il «numero uno» di questa squadra. Non lo ero neppure quando davano il merito a me se si vinceva e davano la colpa a me se si perdeva o si giocava male. Se avessi segnato un solo gol nel mondiale, e fosse stato il gol della vittoria nella finalissima, mi avrebbero immortalato. Se viceversa avessi fatto dieci gol ma fossimo usciti dal girone eliminatorio sarei stato coinvolto nel vituperio generale. Siccome sono un uomo-gol, l’unica partita che ritengo di aver sbagliato è quella con Israele, per il resto non posso rimproverarmi nulla e me ne dispiace per coloro che, prima osannandomi troppo, mitizzandomi addirittura, dopo mi additavano al disprezzo generale. Se Riva non serve più alla Nazionale, mi lascino a casa. La maglia azzurra non me l’ha prescritta il medico anche se per essa mi sono sempre battuto con il massimo impegno».
Il voltafaccia dell’opinione pubblica non fa regredire il valore di Riva. E’ sempre campione d’Italia e tenta la grande avventura in Coppa dei Campioni. Sarà una delle annate più amare e sofferte per Riva. Si comincia con i reingaggi. I grossi club, come al solito, hanno dato la caccia al cannoniere ma il Cagliari se l’è tenuto. Gigi, però, parla chiaro ai suoi dirigenti: pretende un contratto a lunga scadenza, una garanzia per il futuro. Si rifiuta di giocare a Cesena, poi va in campo a Livorno dopo essersi accordato, sotto banco con l’ing. Marras, nuovo presidente, per cinque anni: duecentocinquata milioni, esclusi i premi, naturalmente. Un centinaio di milioni in tutto a stagione. L’intesa viene raggiunta in un albergo di Viareggio dopo un lungo braccio di ferro.
Riva gioca a Livorno in Coppa Italia, il Cagliari perde 0-2 e Gigi si infortuna al piede sinistro. E’ un campanello d’allarme per l’imminente esordio in Coppa dei Campioni con i francesi del St. Etienne. A tempo-record si rimette in sesto ed è recuperato per la partita con la Massese che inaugura il Sant’Elia, il nuovo stadio con sessantamila posti à sedere di cui dodicimila al coperto. Vince il Cagliari (4-1) con due gol di Riva ma i sardi vengono eliminati dalla competizione. Nessuno da importanza al fatto. C’è la festa dello scudetto (quella ufficiale), c’è la Coppa dei Campioni che fa dimenticare il primo passo falso della stagione, il primo traguardo fallito. L’isola è in fermento. La Regione garantisce duecento milioni al Cagliari.
Tutti pensano unicamente al St.Etienne. I campioni di Francia sono una squadra di discreta levatura tecnica ma nettamente inferiori al Cagliari. Perdono (0-3) nella prima partita. Riva tuona due volte nella porta di Camus. Un centro è di Nenè. Riva sorride. Anche in campo internazionale torna ad essere il tiratore più temuto. La società, però, denuncia limiti di organizzazione, non ha esperienza internazionale. In Coppa dei Campioni occorre una unga «navigazione». Arrica fa del suo meglio ma non basta. Marras è troppo assorbito dai suoi impegni di lavoro.
Scatta il campionato. Il Cagliari paga lo sforzo compiuto in Coppa e vince a fatica (2-1) con la Sampdoria. Riva piazza la sua «cigliegina» su rigore. Poi c’è il retour-match con il St.Etienne. La squadra va in ritiro a Lione. A St.Etienne, in uno stadio tutto in legno che assomiglia a quelli inglesi, il Cagliari fa «bunker» per novanta minuti, non effettua praticamente un tiro in porta, perde di misura (0-1) ma passa il turno. Il sorteggio gli assegna subito una delle avversarie più forti: l’Atletico Madrid.
La domenica seguente il Cagliari deve giocare all’Olimpico con la Lazio. Vince 4-2. La parte del mattatore la fa Domenghini firmando due reti. Le altre sono di Riva e Gori. Valcareggi non ha la minima esitazione a convocare i sei cagliaritani del Messico anche per l’amichevole di Berna con la Svizzera. Gli azzurri, nonostante i processi, sono guariti dal «mal del Messico» e si apprestano a prepararsi per la Coppa Henry Delaunay (campionato d’Europa per Nazioni) incontrando i rossocrociati.
E’ una trasferta ricca di colpi di scena. Gli azzurri si radunano a Bergamo e, secondo copione, collaudano la formazione contro i ragazzi dell’Atalanta. C’è subito il forfait di Burgnich che si presenta a Bergamo ma torna a casa ed è sostituito da Furino. Poi ci sono altre due defezioni a sorpresa, quella di Rosato e di Rivera, proprio il giorno della partenza. Rosato è effettivamente infortunato; per Rivera, invece, si parla di uno stiramento diplomatico. Rivera capisce che, come in Messico, Valcareggi propende per Mazzola e forse ha in animo di riesumare la «staffetta». Rivera, giustamente, non ci sta e improvvisamente salta fuori la contrattura muscolare. Gianni non parte. Questa è la dimostrazione che Riva non condiziona la Nazionale anche se Valcareggi si è deciso a impostare la squadra per Gigi. Nella comitiva c’è Boninsegna che, sebbene in Messico abbia dato un valido apporto, torna a fare la riserva.
I giocatori, durante il viaggio in treno verso Berna, vengono tenuti sotto chiave. Le accese proteste dei giornalisti sono accolte dai dirigenti federali e il vagone «piombato» viene aperto. Riva ha sempre fatto capire che gradisce i lanci di Rivera, ma Valcareggi, tetragono e conservatore, ha le sue idee e insiste su Mazzola e De Sisti per garantire al centrocampo la necessaria copertura, con Juliano mediano. Valcareggi si limita ad affiancare Gori a Riva, cioè la «spalla» con cui il cannoniere cagliaritano è più affiatato.
Al «Wankdorf Stadion» vengono utilizzati: Albertosi, Poletti, Facchetti, Juliano, Niccolai, Cera, Domenghini, Mazzola, Gori S., De Sisti, Riva. Svizzera: Kunz, Chapuisat, Boffi, Weibel, Perroud, Odermatt, Kuhn, Blaettler, Balmer, Künzli, Wenger. Su Riva gioca un certo Boffi, di professione postino a duecentomila lire il mese nel Canton Ticino. Gigi non tocca palla o quasi. La soluzione Gori naufraga, mentre Boninsegna in panchina, schiuma rabbia. Un’autorete di Cera consente agli elvetici — che giocano con grande ardore agonistico, un po’ per tradizione, un po’ perché vogliono cogliere un risultato di prestigio sui finalisti di Città del Messico —di passare in vantaggio. Mazzola rimedia a cinque minuti dalla fine con un gol stupendo: dopo sei palleggi infila Kunz con un dosato rasoterra: 1-1, il risultato finale.
Mentre Boffi, eroe di Berna, il mattino dopo è già al lavoro per recapitare la corrispondenza, Riva è bersagliato nuovamente dagli strali della critica. Pare che l’idolo si sia incrinato un’altra volta: la gente non sa più cosa pensare, non ammette. Riva per la sua bravura, per la sua forte personalità, per la stessa storia arcigna della sua vita, aveva suggestionato milioni di italiani polarizzandone passioni e sentimenti al punto di diventare un campionissimo. Ora tutto si deforma al vento delle contrarietà e la gente si ribella all’uomo che l’ha soggiogata.
Perfino Edmondo Fabbri si rifà vivo consigliando a Riva di uscire dall’equivoco e di giocare alla sinistra. Gigi, che preferirebbe rispondere con i fatti, mi dice: «Fabbri stia zitto. Parla proprio lui che nel ’66 mi portò ai mondiali… a fare esperienza».
Tra una discussione e l’altra il Cagliari pareggia con il Varese (1-1) ed è subito Coppa dei Campioni. Quando gli spagnoli dell’Atletico Madrid sbarcano a Cagliari, vengono accolti da un gruppo folkloristico sardo. Il Cagliari fa le cose in grande: capisce che le pubbliche relazioni sono molto importanti anche in campo internazionale. La sera dopo nel «Sant’Elia» zeppo di folla, il Cagliari batte l’Atletico 2-1. Riva segna un gol e ne fallisce un altro. Il punteggio non offre garanzie ma si pensa che a Madrid il Cagliari possa rimediare almeno un pareggio. Lo dice Riva e lo conferma Scopigno.
Il calendario, nel frattempo, propina al Cagliari il primo scontro diretto con una «grande»: l’Inter. E a San Siro. E’ la rivincita di Riva che fa impazzire Burgnich (il quale, dopo quella magra, si trasforma in libero) andando due volte a rete e lasciando a Domenghini la soddisfazione di segnare la terza. Fa tutto il Cagliari anche il gol dell’Inter: autorete di Tomasini. 3-1. Così Riva risponde ai suoi detrattori. Così il Cagliari conferma di poter ancora aspirare al titolo. E’ primo in classifica, a pari punti con il Napoli. Riva e Savoldi, con quattro gol, sono in testa alla graduatoria dei cannonieri e precedono Domenghini (3) e Boninsegna (2).
Ma il destino si diverte, con sogghignante perfidia, a fare naufragare i sogni e le speranze dei sardi e di Riva. La Nazionale deve giocare al «Prater» di Vienna, contro l’Austria, nella prima partita del campionato Europeo. Valcareggi decide di affiancare Mazzola a Rivera. La formazione è tutta imperniata sull’ossatura «messicana». Riva, colpito da un leggero attacco influenzale, è in dubbio sino alla vigilia. Il caso vuole che, nelle ultime ore, le sue condizioni migliorino. Basterebbe un piccolo rialzo di temperatura per costringerlo al «forfait». Sarebbe la fortuna sua e del Cagliari. Il destino ha già deciso che Riva vada incontro alla sua sorte.
Entra in campo con le gambe un po’ fiacche ma si batte e contribuisce a preparare i gol azzurri. C’è Mazzola centravanti: il gol di Berna gli ha restituito la convinzione di poter ancora giocare come mezza punta. Segna De Sisti, pareggia Parits, raddoppia Mazzola. Nella ripresa l’Italia resiste ai furiosi assalti dei bianchi. Riva sta in agguato per il contropiede. Il dramma si compie al settantaseiesimo. Gigi scatta in profondità, viene affrontato da Norbert Hof. Tra i due c’è un precedente, ma è acqua passata. La scarpa del mediano austriaco si abbatte involontariamente come una clava sulla gamba destra di Gigi che cade di schianto sull’erba umida del Prater. Le sue mani afferrano la caviglia spezzata. Gigi si rende conto della gravità dell’infortunio e si porta le mani al viso mentre Domenghini si dispera. Accorrono il dottor Fini e i massaggiatori. Riva esce in barella, e al suo posto entra Gori. Sugli spalti il silenzio. La gente capisce. Arrica, sconvolto, si precipita negli spogliatoi e in autoambulanza accompagna Riva al pronto soccorso dell’Erste Gemei, la clinica universitaria di Vienna. La frattura è netta e gli viene ridotta con l’applicazione di uno stivaletto di gesso. La diagnosi è chiara: infrazione del perone destro con strappo dei legamenti. Si teme il peggio ma i medici assicurano che Riva potrà tornare a giocare. Ci vorranno parecchi mesi. Arrica ha una crisi di pianto. Capisce che il colpo è insostenibile per il Cagliari. Più di tutti lo capisce Scopigno.
Intanto la partita si conclude con la nostra vittoria. Ricordiamo le due formazioni: Italia: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Rivera, Mazzola A., De Sisti, Riva (Gori). Austria: Koncilia (Rettensteiner, Schmidradner, Pumm, Starek, Sturmberger, Hof, Parits, Hickersberger, Kreuz, Ettmayer, Redl.
Ritroviamo Gigi all’aeroporto. L’hanno sistemato in una saletta: la gamba gli fa male malgrado gli anestetici. E’ confortato da tutti. Poi viene trasportato sull’aereo in partenza per Milano. Resto in camera sua qualche minuto. Accanto a lui sono la sorella Lucia e il marito. Gigi fa loro coraggio mentre è lui che ne ha bisogno. Dice: «Non voglio far la vittima, dimostrarmi debole, posso dire che alla Nazionale ho proprio dato il meglio di me stesso, esaltandomi e deprimendomi, soffocando delusioni e innalzando l’orgoglio. Forse per questo amo tanto la maglia azzurra: guai se dovessi perderla».
Il mattino dopo il Cagliari parte per Madrid scioccato alla perdita di Riva. Scopigno e i giocatori tentano vanamente di convincersi che anche senza Riva possono farcela a superare l’Atletico nel ritorno di Coppa dei Campioni. Sono parole. Nel frattempo Riva viene trasportato in autoambulanza a Firenze. «Ho visto le lastre e me la caverò — dice Riva prima di essere ricoverato in clinica — ma ciò che mi da più fastidio non è la frattura bensì ciò che sta accadendo. La radio ha fatto collegamenti ai caselli dell’autostrada. Vogliono presentarmi come l’eroe-vitlima. Io non voglio far piangere nessuno. Ho il senso del ridicolo e tutto ciò mi fa vergognare. Non sono altro che un giocatore infortunato e intendo respingere la gente che mi vuole offrire ad altra gente sotto una veste che non è la mia. Non mi va di recitare».
Riva entra in clinica e rifiuta di essere intervistato dalla radio e dalla televisione e dai giornalisti. Il suo silenzio ed il suo isolamento dureranno a lungo.