Il giorno in cui Mourinho diventò The Special One

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Ogni mattina, probabilmente al suo risveglio, uno dei più noti intellettuali italiani ha l’abitudine di ripetere mentalmente la formazione della Grande Inter di Helenio Herrera e Angelo Moratti. È il suo modo – dice – di combattere il possibile invecchiamento cerebrale. Ottima idea, anche se viene il sospetto che Sarti-Burgnich-Facchetti-eccetera siano talmente scolpiti nell’immaginario degli italiani più anziani da trasformare la ripetizione più che altro in un automatismo. Non abbastanza, insomma, perché lo si possa considerare una protezione significativa da eventuali rallentamenti delle proprie capacità mentali. Un po’ come voler dimagrire facendo cinque addominali al giorno: meglio che niente, ma non basta.

Di certo è più faticoso imparare a memoria (e ripetere) quest’altra formazione: Vitor Baia, Paulo Ferreira, Jorge Costa, Ricardo Carvalho, Nuno Valente, Costinha, Alenichev, Deco, Maniche, Carlos Alberto, McCarthy. Una formazione che (in Italia, ma forse ovunque nel mondo tranne che in una città del Portogallo) non c’è umano che la ricordi. Nessuno di questi 11 calciatori è diventato un fuoriclasse assoluto, nessuno di questi 11 calciatori è diventato un poster che ha tappezzato i muri di tutte le latitudini, quasi nessuno di questi 11 calciatori (le eccezioni sono Deco e Ricardo Carvalho) ha trascorso almeno una parte significativa della carriera in un cosiddetto top club. Imparare i loro nomi a memoria è quindi un’operazione più complicata, cioè più salutare per il cervello. Ma non solo in senso strettamente biologico.

Questi 11 calciatori sono quelli che hanno consentito a José Mourinho di trasformarsi, da promettente giovane allenatore, nello Special One del Chelsea, nell’uomo dello storico triplete all’Inter e infine nell’Only One (l’unico ad aver vinto il campionato inglese, quello italiano e quello spagnolo) del Real Madrid. È successo il 9 marzo 2004, all’Old Trafford di Manchester, nella gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions League tra Manchester United e Porto. L’andata era finita male, per lo United. In vantaggio con il sudafricano Fortune al 14′ del primo tempo, gli inglesi erano stati raggiunti un quarto d’ora dopo e poi superati al 33′ della ripresa da una doppietta dell’altro sudafricano in campo, Benny McCarthy. Poi, a 3′ dalla conclusione di un match in cui i portoghesi avrebbero potuto segnare più volte, Roy Keane aveva volontariamente colpito Vitor Baia in uscita ed era stato espulso.

Alla vigilia della gara di ritorno, il portiere dei Dragòes e tutti i suoi compagni si presero dei “tuffatori” da un Alex Ferguson furente: «Simulano senza tregua. Mi sorprende che gli arbitri non studino le videocassette delle partite, non si può continuare a giocare in questo modo». E che José Mourinho fosse solo un giovane e promettente allenatore è dimostrato dalla sua risposta, lontana non anni luce ma di certo due Champions e diversi campionati dall’allenatore amico e compagno di bevute di raffinati vini rossi di sir Alex: «Mi chiedo di cosa si preoccupa, di che ha paura. Ha una squadra grande e potente, noi abbiamo fondi limitati e probabilmente dopo questa partita dovremo solo pensare al campionato portoghese. Se Ferguson ha bisogno di fare pretattica psicologica, si accomodi. Il Manchester crede di essere meglio del Porto: non deve fare altro che dimostrarlo sul campo, e noi torneremo a casa col sorriso sulle labbra».

Entrambe le parti di quest’ultima frase di Mourinho si dimostreranno vere, a parte un dettaglio: il nesso di causa-effetto tra la prima e la seconda. Lo United del 2003-2004 è una squadra nel pieno di una rifondazione, ancora una volta riassunta simbolicamente nella maglia numero 7, quella passata prima da Cantona a David Beckham e poi, proprio a inizio stagione, da Beckham al diciottenne Cristiano Ronaldo. Tra il 1998 e il 2003, lo United ha vinto 4 campionati su 5 ma al momento degli ottavi di Champions, l’Arsenal è avanti di 9 punti.

Contro il Porto, Ferguson manda in campo Howard, P. Neville, G. Neville, Brown, O’Shea, Djemba-Djemba, Butt, Fletcher, Scholes, Giggs, Van Nistelrooy. Insomma, una squadra, nonostante le difficoltà che sta attraversando, molto più facile da ricordare a memoria nel tempo. Una squadra che segna l’1-0 al 32′ del primo tempo, e il 2-0 poco prima del riposo. Scholes ribatte dall’area piccola un tiro di Giggs: il Silent Hero è nettamente in gioco, ma chissà perché il guardalinee alza la bandierina e spinge l’arbitro russo Ivanov ad annullare.

Nella biografìa di Mourinho scritta da Luís Lourenço (Mondadori, 2008) di questo episodio non c’è traccia, mentre si racconta quello che il tecnico disse ai suoi giocatori nell’intervallo: «Ricordai di nuovo ai miei che la situazione era normale e che nulla era cambiato: già prima della gara sapevamo di dover segnare un gol per passare il turno. Le cose stavano andando esattamente come previsto e non c’era niente di nuovo. Per concludere, dissi che avremmo fatto pressione solo a 25 minuti dal fischio finale, quando avrei fatto entrare Jankauskas per tenere impegnati i loro difensori centrali». In realtà, di minuti ne mancano 29 quando il lituano fa il suo ingresso in campo. Ne mancano invece sette quando Cristiano Ronaldo, entrato alla mezz’ora della ripresa, esce per un calcione di Pedro Emanuel e al suo posto entra Solskjaer (sì, anche i nomi dei panchinari dello United sono più facili da ricordare a memoria).

Quel che succede al 90′ è tutto ciò che di quella partita si può ritrovare su YouTube: la punizione di McCarthy da fuori area, la respinta corta di Howard, Costinha che scatta e butta dentro di controbalzo, in diagonale, il pallone dell’1-1. E poi la corsa di Mourinho, che scende dalla tribunetta-panchina dell’Old Trafford e parte verso i suoi giocatori ammucchiati sotto la bandierina del corner. Per una qualche strana ragione, l’allenatore portoghese si produrrà in qualcosa di simile solo nel dicembre 2008, per il gol dell’1-2 di Maicon a Siena. Forse è merito del fuorigioco, non visto, del brasiliano che scatenerà le polemiche mancate invece nel dopopartita dell’Old Trafiord: «I portoghesi hanno segnato col secondo tiro della loro partita. Peccato per quel 2-0 che ci ha portato via l’arbitro – dice Ferguson – Ma questo è il calcio. Cadere per risorgere».

Sir Alex non sa ancora due cose: la prima è che l’Arsenal eliminerà i Red Devils anche dalla Coppa d’Inghilterra. La seconda è che quella sera il Porto vince la Champions League. Nei quarti di finale trova il Lione, mentre il Real Madrid si fa eliminare dal Monaco e l’Arsenal dal Chelsea, appena comprato da Abramovich e ancora allenato da Claudio Ranieri. In semifinale, per Mourinho ci dovrebbe essere il Milan di Carlo Ancelotti, che a inizio stagione aveva battuto il Porto in Supercoppa europea. Ma con un suicidio calcistico superato solo dalla follia di Istanbul contro il Liverpool, i rossoneri perdono 4-0 a La Coruna dopo aver vinto 4-1 a San Siro. Mourinho lo viene a sapere a Lione, quando un delegato Uefa gli mostra quattro dita della mano e gli dice: «4-0 in Spagna».

Quando il non ancora Special One si mostra sorpreso per una simile sconfitta casalinga dei gallegos, il delegato si vede costretto a spiegargli che le cose sono andate un po’ diversamente. Mourinho allora va da Nuno, il portiere di riserva del Porto ed ex del Deportivo a chiedergli le prime informazioni. La risposta è piuttosto netta: «Mister, siamo in finale». Nuno non si sbagliava. Il 26 maggio, con un 3-0 praticamente senza storia sul Monaco di Deschamps, il Porto vince la seconda Coppa dei Campioni della sua storia, José Mourinho la sua prima. Il 4-1-3-2 di Manchester è diventato un 4-3-1-2, con Pedro Mendes, Costinha e Maniche davanti alla difesa, e Deco dietro alle punte Derlei e Carlos Alberto (sostituiti da McCarthy e Alenichev).

Volendo, si può imparare a memoria anche questa, di formazione, se lo scopo è tenere vivo il cervello: il proprio, o quello dei tanti che continuano a dire che José Mourinho vince solo grazie a presidenti che gli comprano tutti i fuoriclasse che vuole. E dunque, forza: Vitor Baia-Paulo Ferreira-Jorge Costa-Ricardo Carvalho-Nuno Valente…