Giovanni Arpino: Cronache tedesche

23 giugno 1974: Fuori Riva e Rivera, basta un pari

logo74-bar3-address-wpUn sigaro, un titolo di cavaliere, un terno al Lotto non si negano ad anima viva: ma il pronostico per Italia-Polonia è infinitamente più difficile, sfuma tra mille dubbi, contraddizioni, ipotesi machiavelliche. Il Club Italia ha scelto la via del coraggio, cercando di scavalcare con un solo balzo gli ostacoli della paura: grazie ad un’operazione chirurgica tutt’altro che indolore, ecco fuori squadra Riva, fuori Rivera, torni l’innesto di Chinaglia che solo quattro giorni fa fu accusato di «confusione mentale» e «disadattamento», entrino in blocco i giocatori di matrice juventina, che non vennero sbrigliati contro Haiti ma debbono, in questa fatal domenica, estrarre la castagna dal fuoco (già gli accadde ad Istanbul contro la Turchia in una partita-chiave per la qualificazione alla presente Coppa del Mondo: un destro di Anastasi risolse la questione). I dadi sono tratti, il Rubicone verrà saltato? L’esperienza critica è in allarme, anche litigiosamente. Zio Ferruccio Valcareggi ha violentato se stesso, opp ire ha subito imposizioni da parte dello staff. E che dire di Italo Allodi, «manager et magister» di questa Nazionale, ormai taciturno, forse esautorato, costretto ad assolvere compiti di balia asciutta? Un aggancio c’è, ed anche logico: abbiamo bisogno di gente che corra (Causio, Anastasi) e di gente che retroceda per dare man forte al centrocampo (lo stesso Anastasi e Chinaglia, che ama «partire» in progressione dalle retrovie). I polacchi sono giganteschi nel pacchetto arretrato e mobilissimi dalla zona centrale fino alle «punte». La Nazionale raffazzonata sull’onda dei sentimenti e soprattutto dei risentimenti, costruita dopo che il clan ha auscultato con tremore le commozioni del popolo tifoso, può farcela, sì, ma se imbrocca una partita unica, che scompigli il bel disegno tattico di Gorski. Ci si batterà per un pareggio, anche se proprio il risultato di parità ci sembra – a lume di naso – il più difficile. I polacchi non rinunciano al gioco, sanno che le loro manovre funzionano benissimo in avanti, fanno correre la palla per ottime costruzioni, non si limitano affatto alla difensiva. I nostri dubbi sono numerosi: perché una coppia Anastasi-Pulici forse sarebbe servita di più, perché Anastasi-Chinaglia hanno giocato insieme solo un tempo di «amichevole» ad Appiano Gentile in fase preparativa, perché lo stesso Giorgione, pur felice di giocare, dovrà dimenticare sul campo le accuse e le obbligate scuse impostegli durante il «processo» di mercoledì scorso. E Boninsegna? Il nostro feroce Saladino sta zitto, mastica rabbia, ma con grande correttezza tace. Tacciono anche Rivera e Riva, che subiscono uno «sfregio» di non poco conto. Se la partita «filerà» nei modi dovuti, questi silenzi perdureranno. In caso contrario, da domenica notte in avanti saranno lacrime, polemiche furibonde e processi senza condizionale: lo dobbiamo dire per dovere di cronaca, pur seppellendo ogni intenzione polemica. I polacchi non hanno nulla da perdere. Ma, come ogni squadra dell’Est, si battono per motivi di etichetta, per freschezza di gioco, per dire al mondo: ci siamo anche noi, e belli, e vivi. Gli azzurri costituiscono un boccone prelibato per chicchessia. Forse «Baby Doc», il dittatore di Haiti, punirà i suoi giocatori, ma non quel Sanon che ha perforato Zoff. La stessa tifoseria della Germania federale sostiene ogni nostro avversario, accusandoci di «non gioco», di «antifootball ». Forse i famosi stilemi del calcio all’italiana, per altro adottati e modificati da dieci nazioni partecipanti a questi «mondiali», sono al tramonto. E ne fa le spese non solo la squadra azzurra, ma il suo « staff ». Zio Ferruccio si sta trincerando dietro le solite battute, accettabili ma malinconiche. Dice: «E’ una partita, non la guerra». Lo sappiamo, lo abbiamo scritto tante volte, anche se con scarsi risultati. Ma l’eliminazione da parte dei polacchi sarebbe tuttavia un piatto amaro, forse intrangugiabile per i sostenitori degli azzurri, qui nel BadenWiirttemberg e poi in Italia. La spedizione è arrivata a Stoccarda con il riconoscimento critico dei maggiori esperti mondiali, con grandi disponibilità finanziarie e logistiche. Se fallisce, imita nelle agitate acque del mondo pallonaro il tonfo che distinse la sconfitta della «invencible armada» di Filippo di Spagna. Il Neckarstadion è pronto, con migliaia di bandiere tricolori Siamo costretti a ripeterci: i nostri primi pericoli derivano dalla labilità nervosa, dall’urgenza di fare, costruire, vincere. Mentre i polacchi giocheranno con la massima distensione (e forse sostituendo un paio d’uomini, dato che mercoledì prossimo sosterranno un duro assalto nel girone delle semifinali). Per l’ennesima volta, rischiamo di inciampare nei nostri difetti caratteriali. Il risultato ampiamente positivo, cioè una vittoria, contro i polacchi, non è da escludere: ma dipende dallo scorrere dell’acqua iniziale, dai primi tocchi, dagli umori e da una «verve» che troppe incertezze dirigenziali hanno umiliato e frustrato. Dai tronconi della Nazionale che fu, deve uscire il sortilegio. O si torna al «grado zero» del football italiano.