Giovanni Arpino: Cronache tedesche

24 giugno 1974: Azzurri kaputt, con rabbia

logo74-bar3-address-wpAzzurri kaputt. Il 2-1 di Stoccarda ad opera dei polacchi li estromette dal Campionato mondiale. Il Club Italia può solo rimproverare se stesso per gli errori di una conduzione sbagliata, arcaica, carica di illusioni, ma senza veri convincimenti critici. Dobbiamo salutare i giocatori italiani che nel Neckarstadion hanno almeno combattuto fino al limite delle forze e del mestiere. Se il nostro gioco è mediocre, spezzettato, talora scadente per l’insufficienza di alcuni elementi, la squadra ha fatto il possibile per reagire di fronte ai tremendi polacchi. Ma non si poteva in questa partita (e lo si è visto sul campo) risolvere gli errori precedenti, cioè il pareggio con l’Argentina maturato attraverso l’opaca prova con Haiti, che illuse certi responsabili sulle condizioni dei giocatori, ma non certo i critici più attenti. Si doveva cambiare, si è cambiato, ma senza tener conto dei singoli in miglior salute: da Re Cecconi allo stesso Juliano. Solo la paura ha costretto lo «staff» a rivoluzionare la squadra, e questa ha spremuto da se stessa le poche gocce di liquore che teneva in corpo: non sono bastate contro il battaglione polacco, d’una possanza atletica spaventosa, che si è candidato senz’altro come uno dei maggiori pretendenti per questo decimo mondiale. Scriviamo sotto una tempesta di insulti scaraventatici addosso dagli spettatori italiani delusi, inferociti, anche se consci che gli azzurri hanno dato tutto, dalla rabbia agonistica d’un Mazzola (mai visto osare tanto) alla dedizione di un Facchetti, di un Anastasi. La «débàcle» è grandissima, ma non ci coglie di sorpresa, purtroppo. Avevamo scritto e riscritto che, prima con la resistenza passiva e tetragona dei vecchi nomi, poi con il coraggio del terrore, non si sarebbe andati avanti. Abbiamo sprecato un «mondiale» che non ha ancora trovato il suo dominatore, e dove anche noi avremmo potuto giocare le nostre carte. Da stasera è «bagarre», dolore, rabbia, nel clan azzurro. Da stasera iniziano i conti per il futuro. Si deve ricominciare, ma è indispensabile una notevole «purga», un solenne repulisti. La spedizione è fallita su tutti i piani: partita con la maestosità organizzativa di una flotta che non teme alcuna corazzata nemica, la tribù azzurra s’è sgretolata per strada come una montagna di ricotta. Proprio contro i polacchi, magnifici, nuovi maestri del «collettivo», vecchi e giovani azzurri hanno fatto il possibile. Avrebbero potuto persino ottenere di più, con una partenza veemente (che ha visto l’arbitro tedesco Weyland sbagliare valutazioni colossali) con un palo colpito da Anastasi e con un «serrate» finale da sangue agli occhi. Il pareggio ci stava, in qualche modo, ma solo perché Zoff aveva in precedenza parato tre palloni-gol, solo perché, sul risultato «all’inglese», i polacchi, paghi, avevano limitato i loro sforzi a una poderosa accademia in centro campo con rare puntate in area. Ma il passaggio al secondo turno avrebbe premiato troppo una Nazionale nata tra i vizi, le crisi di rigetto, le polemiche, i dissidi interni ed esterni. La punizione che ora fa piangere i tifosi, perché si ripercuote su di loro, deve invece essere assunta dai responsabili veri, i reggitori d’un football labirintico ed in agonia, che vive di cifre assurde, parole al vento, promesse da marinaio, e dell’eterna «schedina» domenicale. E’ una autentica «Caporetto pallonaro», se vogliamo scomodare un sostantivo grave. Per un attimo ci siamo persi nell’illusione di poterci amministrare meglio, malgrado la zavorra tecnica, tattica, politica che trascina e appesantisce il clan azzurro. Abbiamo sbagliato per un doveroso ottimismo e perché credevamo che, alla lunga, certi elementari interessi collettivi venissero tenuti da conto. Ma i «federali» vivono fuori della realtà, e si nutrono di sogni. Da oggi questi sogni diventano incubi: uscire dai «mondiali» per un solo gol di scarto rispetto all’Argentina è una lezione brutale, che mette in evidenza davanti allo specchio le magagne del nostro mondo calcistico e la fatuità di troppi atteggiamenti critici. Il declino era da prevedere e controllare. I «vecchi» messicani, pur battendosi, non potevano ritrovare i muscoli di tanti anni fa. Cosa si è fatto per sostituirli, per rendere amalgamata una «diversa» Nazionale? Sapevamo tutti che questa Coppa del mondo avrebbe preteso velocità, concentrazione agonistica, quadratura di squadra, freschezza di doti atletiche. Vi abbiamo portato gli «omini» più consunti o della gente che non aveva mai disputato una partita insieme agli altri. Abbiamo lasciato a casa giovani quali Graziani (tanto per fare un nome), che sarebbe giocatore da Polonia, se è lecito. Siamo in tocchi, ed è perfettamente inutile, oggi, che ci si venga a dire: «Abbiamo perso la partita, non la guerra». Quando vincevano, proprio i vecchi zìi e padrini della Nazionale ci sogguardavano dall’alto in basso come tanti Napoleoni. E’ veramente ora che si levino di torno, ed in perfetto silenzio. Per perdere così, non c’è bisogno che volino milioni, ci basta partecipare ad un mondiale con una squadretta di bar. Stoccarda è l’ultimo dei traguardi bui inseguiti con una cecità unica. Domani sia un altro giorno.

Pagelle: Non sono bastati i miracoli di Zoff
ZOFF: para tre palloni-gol nella ripresa, dopo un lavoro di ordinaria amministrazione nel primo tempo: gol a parte, s’intende. Ma le due reti di Deyna e Szarmach, frutto di una condizione atletica eccezionale e di una visione di gioco davvero magnifica, non addossano colpe al nostro portiere. Merita 8.
SPINOSI: deve vedersela con Gadocha, che talora lo « beve » con facilità irrisoria e con elegantissime mosse. Nel finale, dopo una parentesi di evidente scoramento, si avventa a costruire, fa il possibile, meritando un onesto 6.
FACCHETTI: è alle prese con Lato, punto di forza della manovra polacca. Non cede, anche se spesso deve ricorrere a molte astuzie del mestiere. Impeccabile in varie uscite dall’area, è tra i pochi ad aver la taglia adatta per fronteggiare i polacchi, organizzatissimi come «collettivo» e individualmente ritagliati nel fil di ferro. 7.
BENETTI: affronta Deyna, che è un costruttore di gioco assai mobile e in possesso di ottima visione. Quando, al 45′, lo stesso Deyna arriva come un proietto sul pallone crossatogli da un compagno ed infila Zoff con un’autentica, mirabile stangata da 25 metri, Romeo è lontano. Ai rossi bastano pochi corridoi da sfruttare per impadronirsi della partita. Mentre Bcnetti, come altri azzurri, gira a vuoto su se stesso e ci mette minuti interi prima di far viaggiare la palla. Voto 6.
MORINI: ha in cura un cliente quale Szarmach, diavolo d’uomo che possiede stacchi eccezionali, e una progressione notevolissima. Il gol del biondo polacco al 39′ resterà impresso come quello di Pelé in Messico: Pelé si elevò di un metro oltre Burgnich, Szarmach ha «staccato» d’altrettanto il suo marcatore. Ma Morgan non ha colpa, si è battuto al meglio di se stesso. 6.
BURGNICH: l’antica roccia ha opposto le zanne e le zampe per oltre mezz’ora. Poi gli rovina addosso il centravanti polacco e lui deve abbandonare. E’ un altro segno del destino: Stoccarda e stata un cimitero per i «reduci» dell’avventura messicana, da Rivera al buon Tarcisio. Voto 6.
CAUSIO: briosissimo all’avvìo, con due ottimi palloni, ma dopo i primi minuti dà la stura ad un’impressionante serie di errori e d’ingenuità. Perde tocchi ravvicinati non vedendo che i polacchi sono sveltissimi e decisi nel «tackle», si ubriaca da solo, serve palloni poco agibili. A centrocampo non inventa il dovuto, si spreme in spolettamenti inutili. Durante il « serrate » della ripresa sbaglia un ottimo pallone servitogli alla perfezione da Boninscgna. Non posso dargli più di un generoso 5.
MAZZOLA: ha cercato i raccordi, i duetti, qualche slalom. Due volte lo abbattono ma reagisce, affronta perfino il gigantesco Gorgon con una decisione encomiabile. Serve due palloni-gol verso il finire del primo tempo. Ha una certa libertà d’azione perché il suo « marcatore » preferisce lasciarlo ed avventarsi a costruire. Sandrino spende l’intera riserva di benzina. Non basta. La sua desolazione all’uscita è comprensibile. Voto 7.
CHINAGLIA: subisce un fallo molto probabilmente da penalty al 4′. Si adopera come un ossesso, esagerando persino nell’inseguire per 40, 60 metri lungo la linea di «out» i difensori polacchi che danno l’arrembaggio al nostro centrocampo. Un tiro a radere il palo al 40′ e un pallone-gol servitogli da Mazzola al 44′: lo spedisce alto di testa. Ha fatto il suo dovere, che è da sergente, non da generale in capo (quei generali che gli hanno affibbiato la patente di matto). Voto 6.
CAPELLO: gli zii (perché sono tanti, troppi) della Nazionale Io mandano in campo benché da due giorni non abbia potuto allenarsi per stanchezza e clinico!là nel recupero. Cerca di fare e cucire, il ritmo polacco lo costringe a fatiche improbe. Ha ancora la forza e la lucidità per segnare il gol a 4 minuti dalla fine. Ma nell’economia della partita, un Capello a metà condizione e stato uno scotto troppo caro da pagare. E i polacchi ne hanno ovviamente approfittato. Voto 5.
ANASTASI: al primo minuto lo fanno letteralmente volare quasi sulla linea di porta, ma l’arbitro teutonico chiude gli occhi. E’ il primo segno della sorte avversa. Pietro corre, talora si accentra troppo per il dialogo con Mazzola, ma recupera, si danna l’anima, arretra, subisce botte. Ha scalogna marcia sul tiro ribattuto dal palo al secondo minuto della ripresa. Troppe volte è stato tuttavia pescato in banalissimi fuorigioco dalla retrovia rossa. Voto 6.
WILSON: Sostituisce Burgnich e si mostra elegante, veloce nel « chiudere », durante la ripresa, certe avanzate dei rossi. Nessuna colpa, se non si vuol notare la statura piccina, talora esiziale per un libero. Voto 6.
BONINSEGNA: è centravanti da mondiale, lo condannano a giocare 45 minuti, quando la partita più importante è già compromessa. Ne fa di tutte, beccandosi anche un’ammonizione per una falciata assassina ai danni dell’enorme Gorgon. Offre un pallone-gol magnifico per tempestività ai 59′, ma il «barone» farfuglia nelle sue frenetiche cineserie sotto porta, sino a perderlo (e poi è inutile reclamare i falli di mano altrui). Ma questo feroce Saladino perché non lo prestiamo ai jugoslavi? Che cosa c’entra nel calcolo del nostro balordissimo «staff » azzurro? Voto 6.