Giovanni Arpino: Cronache tedesche

26 giugno 1974: Un nuovo catenaccio ostacola la Polonia

logo74-bar3-address-wpChi riempirà il Neckarstadion, domani sera, per la partita tra Polonia e Svezia? Il campionato del mondo è giunto al giro di boa, dopo le rabbiose setacciature imposte dal primo turno. Sull’erba che ha visto la disperata resistenza azzurra, i gol mancati da Anastasi, Chinaglia, Causio e Facchetti, tornano i «rossi» di Gorski, uomo gioviale, confortato dai politici del suo paese, manager ricco di diplomazia. Ride e non dice nulla, neppure di Szarmach, il suo centravanti, che ha preso una botta sul cranio in un duplice scontro con Morini e Wilson e durante la ripresa con gli azzurri dovette venir risvegliato dai sali. Szarmach ha un volto giovinetto di fresca patata, con lampi di furberia. E tutti gli altri polacchi se la godono, in modo austero ma convinto. Lasciano che se la sbrighi il signor Gorski con la petulanza giornalistica. E questi risponde che non ci pensa nemmeno ad arrivare in finale. Ma si tradisce con gli occhi, con un gesto, lui che ha complimentato persino zio Ferruccio. Il calcio dell’Est, che ha piazzato fior di squadre in questa selezione per le semifinali, non bluffa: fa soltanto il ritroso. Non solo ha assimilato e perfezionato le nostre lezioni difensive e sul contropiede, ma anche certa mimica, certo frasario dialettico caro ai vari « mister » delle strapagate panchine mediterranee. Toh, arrivano gli svedesi, che tutti considerano sbiaditi pellegrini. Invece, dopo aver subito le compassate e sterili «meline» bulgare, hanno detto un chiaro «no» al superbo attacco dei «tulipani», hanno infilato tre reti in contropiede (anche loro) all’Uruguay, e si apprestano a sfoderare un caratteristico catenaccio nordico davanti ai Deyna, ai Gadocha, ai Lato. Se la caveranno? Questo è il «mondiale» delle curiosità imprevedibili, ma ha eliminato ormai le scorie zairiane o haitiane, ha stecchito la superbia di molti (noi compresi). Il «test» offerto da Polonia e Svezia non è un secondo piatto, tutt’altro, anche se Gorski non rinuncia alle sue chiare risate. Da oggi bisogna dunque riprendere a « parlar football», come comanda l’avvenimento, come suggerisce la regia di questa coppa. Sono finite le «elementari», siamo arrivati al ginnasio. E alla scuola superiore i sudamericani sono riusciti ad iscrivere sia il Brasile sia l’Argentina, che hanno passato il turno grazie al peluzzo d’un unico gol in più. La sigla, il marchio rimangono europei, con il chiaro predominio delle nazioni dell’Est. La stessa Germania Federale, con i suoi viziati e litigiosi Beckenbauer (che rischia di non assumere più le responsabilità di «libero») ha problemi. L’Olanda marcia bene, ma si comincia a sospettare che anche i signori Cruyff, come del resto i polacchi, non scaraventino in campo tutte le loro riserve di energia. Badano al sodo e quindi anche all’oculato risparmio. Saranno le sfide dirette, tra questo mercoledì 26 e il 3 luglio, a selezionare i migliori: per ora, tutti sono favoriti e tutti sono outsiders. Prevarrà la squadra più dinamica, quella che riesce a risparmiarsi ma nello stesso tempo a esaurire gli slanci altrui. E’ un campionato da mezzofondisti che procedono a ritmi elevati, impietosi. Non per nulla i nostri allenatori presenti sgranano tanto d’occhi, pensando ai loro polli, che si danno malati al giovedì, si trastullano al venerdì e reggono penosamente il fiato per mezz’ora alla domenica (ma sono allenatissimi a chiacchierare dopo il novantesimo minuto). Torniamo al Neckarstadion, alla sfida tra la polka e la sauna. E’ abbastanza ovvio prevedere che il centrocampo polacco si adopererà per trapanare le barricate svedesi, dalle quali ripartono in velocissimi contropiede Sandberg e il giovanissimo Edstroem, una mezza punta che gioca a tutto prato, va in gol, recupera, fila come un «Settebello» e attira gli occhi degli esperti. La Polonia non è mai stata vista in questi «mondiali» in stato di sofferenza, cioè costretta al recupero. Ha sempre dominato, consentendosi persino il lusso di manovrare con larga sapienza tattica mentre gli avversari erano in affanno. Gli «operai» di Gorski, ottenuto il gol, insistono ma non troppo. Né sprecano né si illudono: governano la partita con una tranquillità dinamica che rasenta l’assoluta sicurezza. Probabilmente, non saranno gli svedesi, coriacei ma non eccezionali, a metterli in soggezione. Ma c’è quel citato Edstroem, dalle caratteristiche atletiche che ricordano i grandi giocatori di un glorioso passato scandinavo. Non è un alce, anzi ha qualcosa del capriolo. Potrebbe anche «passare» attraverso le maglie non sempre chiusissime del pacchetto arretrato polacco, ove si muovono giganti non abituati al movimento rapido (Mazzola vi è riuscito più volte, purtroppo mai aiutato). Non siamo ancora ad una partita-chiave, ma nessuno si illude di vederla, questa rarissima sfida, se non nella finale del 7 luglio. Nelle tre gare che precedono l’appuntamento di Monaco seguiremo ancora un calcio robusto e però astuto, fatto di mosse e contromosse improvvise, di disegni tattici che solo un grande vigore fisico può nutrire. Auguriamo ai « nostri », respinti alla terza elementare, di non guardare con sufficienza a queste gare. Potranno sempre imparar qualcosa mentre preservano i loro stinchi milionari. Torniamo al Neckarstadion, allora: anche se di italiano, in queste regioni, è rimasta una immensa platea delusa e certi professori che seguitano a tenere assurde letture di Dante nei nostri istituti culturali, a faticoso diletto di qualche signorina tedesca. Meglio un po’ di pallone, purché sia vero, credetemi.