Giovanni Arpino: Cronache tedesche

12 giugno 1974: Una bua per Rivera

logo74-bar3-address-wpCapitan Facchetti è preoccupato per la caduta del governo ma tutti gli altri sorridono, molleggiando sulle suole di gomma, attenti ad ogni parola da pronunciare, anzi alle virgole, alle pause. Re Cecconi ha detto che in Messico Bertini e Domenghini vendettero i polmoni al diavolo per «sostenere» Rivera e Mazzola? Così come se l’è lasciato scappare, con identica facilità lo smentisce. La smentita è classica, pari in tutto alla polemica, nel giro mentale del calciatore italiano e del tifoso che «consuma» questo tipo di dialogo assurdo. Rivera lamenta che troppi censori enumerano i suoi palleggi riusciti o no. Dovremmo forse contargli i capelli che ha in testa? Ecco le minuzie quotidiane che galleggiano come trucioli, ninfee o tappi sulla superficie del «Mon Repos», il ritiro azzurro. Due cavalli non si distraggono dall’erba del prato, ignari di Chinaglia o di Riva, il silenzio è altissimo, nel cielo trascolorato galleggiano nuvole come cattedrali. Quest’angolo del Baden sembra distante mille anni luce dalle fabbriche della Mercedes e della Persene, dove lavorano trentamila e più italiani emigrati in questa regione. La quiete è adatta agli ospiti illustri, che furono preceduti qui da teste coronate, miliardari nevrotici. E’ una specie di Marienbad calcistica, ormai, con leoni di pietra, meravigliose querce. Se Walt Disney fosse stato tedesco non avrebbe potuto inventare di più per i sogni di una sua Biancaneve cinematografica. Italo Allodi ride. Deve ridere, suggerire, placare, coordinare le confidenze, distribuire battute. Facchetti raduna intorno a sé, come sempre, gruppi di giornalisti piccolissimi. Penna e taccuino in mano, i cronisti alti un metro e cinquanta non resistono al fascino di Giacinto Magno, gli si accodano come anatroccoli, anche se il poderoso azzurro ha lo sguardo lontano, concentrato sulle prossime avventure gladiatorie. Elegantissimi, lisciati come manichini, i giocatori accolgono i «suiveurs» che appaiono invece infagottati per il freddo tedesco. Rivera tiene concione, come d’uso, anche se alcuni ormai lo snobbano. Non ha forse detto che i giornalisti scrivono «scemate»? Pazienza. Lui, che è depositario di ogni verità, forse annusa il futuro imminente: pare che in un conciliabolo molto riservato (ma mai troppo) si sia arrivati ad una decisione da «top secret». Se Giannino non funzionerà a dovere contro Haiti, subito dopo accuserà una «bua» diplomatica. Siamo bravi, cari amici: anche nel programmare gli acciacchi. E’ sperabile che il club Italia, dal primo all’ultimo uomo, abbia fiutato le arie locali: se io fossi Riva o Rivera o Chinaglia pagherei cifre pazzesche, di tasca mia, e mi farei venire tre ernie pur di non perdere una partita. Il giudizio dei tifosi emigrati potrà pesare come un macigno e fino al rischio personale. Sentiranno questi spifferi nella schiena, giocando? E’ un «mondiale» organizzato con molti errori, malgrado l’impegno «kolossal» e la pretesa pianificazione tedesca. Mentre in Messico i servizi erano centralizzati e in un hotel della capitale ci si aggirava come nel quartier generale di una grande armata, qui la voglia di far soldi ha sbriciolato i gangli del meccanismo: chi sta a Stoccarda o nei paesini limitrofi non sa nulla di quanto accade a Berlino, chi sta a Francoforte ha una visione un pochino più completa, ma troppi, dagli haitiani ai polacchi (giocatori e seguito) vivono in stranissimi esilii. Se in questo momento Cruyff scappasse o Netzer mettesse sotto accusa i compagni che lo hanno epurato, il sottoscritto lo saprebbe da Torino, via telefono, alla faccia dell’efficienza «deutsch». Il rilievo principale è questo: in Messico si impegnarono per «illustrare» il loro paese, qui, già abbondantemente illustrati dalle Olimpiadi del ’72, hanno trasformato il campionato del mondo in una autentica caccia al denaro, in un «affare» più bancario che sportivo. Ma nessuna preoccupazione esterna e nessun tremore davanti alla micidiale emorragia dei marchi che svuotano le nostre tasche, trapelano nel ritiro azzurro. Qui è lusso, calma, manca solo la voluttà. Italo Allodi ha manovrato con la destrezza di un Peter Pan: se i giocatori funzioneranno come lui, dovrebbero battere anche una squadra di marziani. Ma sotto pelle si insinuano dubbi, tremano parolette sottili, tipici vizietti verbali da collegio. Non so come vivrebbero i «nostri» se li avessero schiaffati nell’albergo che ospita gli argentini, un «holiday» tipo bunker piazzato tra due autostrade. Dicono che gli argentini passino la notte al tabarin. Lo credo bene: è forse l’unico posto dove riescono a chiudere un occhio. I due cavalli nel prato seguitano a piluccare tra le erbe, sotto lo sguardo immobile dei leoni di pietra. Al termine del viale le transenne bloccano i tifosi italiani che si danno il turno per «sorvegliare» a modo loro gli azzurri durante le ore libere dal lavoro. Albertosi e Causio, che fanno coppia fissa per rassomiglianze nella stramberia, passeggiano sotto braccio. Il prof. Vecchiet imbastisce per i cronisti più scrupolosi una lezione sulla muscolatura d’una gamba: disegna con l’indice destro sul palmo sinistro questo e quel particolare. Attorno l’approvano con l’aria di studenti al primo anno di medicina. Più in là zio Ferruccio esce con la sua frase fatidica. Ad un giornalista che gli ricorda la scarsa prestazione di Gianni o Sandrino a Vienna, ripete: «Questo lo dice lei. Io non ho detto niente». E sogghigna soddisfatto per aver respinto l’ennesimo assalto. Così, tra una smentita e l’altra, un nuovo giorno è passato. Arriva un vice cuoco reggendo un immenso pentolone. Le querce diventano più buie. I tifosi dietro il recinto seguitano nei loro discorsi sul Rivera dei sogni. La Marienbad pallonara ripiega nel riposo. Per fortuna, tra novantasei ore si gioca: cari azzurri (cari in ogni senso, e cioè anche costosi) pensateci un po’.