Giovanni Arpino: Cronache tedesche

9 luglio 1974: Il trionfo del collettivo sul divismo

logo74-bar3-address-wpMonaco, la Baviera, la Germania tutta debbono ancora smaltire la sbornia per il decimo titolo mondiale conquistato dai «bianchi». Domenica notte, prima ancora di naufragare tra le birrerie, i buoni e allegri cittadini del Meridione tedesco hanno atteso, lungo le strade dell’Olympiastadion, il passaggio dei loro eroi. Coperte stese sull’erba, bandiere come stuoini, in fila da un raccordo all’altro delle grandi arterie, si consumavano in genuflessioni coraniche, in atteggiamenti reverenziali da «favelas» brasiliane. Ha ragione il giornalista inglese David Spanier, del Times, che il 2 luglio, nel «supplemento» economico europeo pubblicato dalla Stampa incitava governanti e governati a trarre esempio d’entusiasmo e di ben fare da quel «senso di completezza» che la festa sportiva, quando è vera, concede a tutti, singoli e masse. E’ finito un campionato del mondo che si temeva carico di pericoli, che massicci schieramenti polizieschi hanno controllato, setacciato, è ormai agli archivi la storia non piccola d’un mese dedicato al football, ai suoi doveri, misteri, rabbie, delusioni, vittorie e sconfitte. Monaco ’74 non ha ripetuto la tragica Monaco ’72, olimpica e sanguinosamente sfregiata. Per i tedeschi, prima ancora della vittoria pallonara, viene questo risultato politico, questo senso di sollievo: allora vivere è ancora lecito, giusto, allora l’esistenza può non essere defraudata dalle tante minacce d’oggi. Questo lungo mese di pallone pesa nella memoria: per la congerie di avvenimenti, per la piramide di particolari accumulati, per i contatti con le persone di ogni colore e interesse che un «mondiale» di calcio coinvolge in identica avventura. L’organizzazione tedesca ha peccato molto, talora con teutonica minuzia, talora con eccessi di avidità: tutto è rincarato in Germania, alla vigilia e durante questi «mondiali», nulla sicuramente scenderà di prezzo. Perfetto quando seppe accentrare e coordinare la gran «macchina» dei Giochi Olimpici, l’apparato tedesco stavolta ha peccato per ottimismo. Viaggi troppo lunghi e disagevoli dividevano i «ritiri» delle diverse squadre, i «Pressezentrum» dislocati nelle diverse città ignoravano le disposizioni decretate altrove e i programmi variavano. Ma il football si è incaricato di riscattare le varie magagne. Pareva una sfida imperniata sulla scuola sudamericana e quella (del resto assai variegata) degli europei: ma si sapeva anche che brasiliani, cileni, argentini, uruguayani non erano certo nella migliori condizioni. Ad essi si aggiungevano province calcistiche troppo recenti o troppo ricalcate sulla carta carbone degli esempi altrui, uno Zaire e un’Australia, un Haiti visto come l’ultimo dei pellegrini. Da allora (ma anche oggi, ancor più domani) si cominciò a criticare la formula del campionato, che se si dilatasse a venti squadre, come vagheggia il nuovo presidente brasiliano Havelange, e cioè costringesse in poco più di un mese ogni «équipe» a disputare sette incontri, logorerebbe l’efficienza e la salute del football come un virus. La scuola danzata sudamericana, la scuola difensiva oppure dinamica ed atletica europea si sono affrontate in una antologia di partite durissime: ma se al principio pareva che il nerbo atletico avrebbe fatto strage dei rivali, alla fine si è giunti a formulare una sorta di «categoria mentale» basata sul compromesso. Certo, il calcio «va corso», non portato né diluito secondo le leggi del tango. Certo, la base costruita sulla grande preparazione fisica è indispensabile. Ma a questi fattori si aggiungono l’equilibrio nervoso, un giusto stato in grado di sfruttare sia i momenti di «relax» sia gli stimoli della tensione. Lo stesso Johan Cruyff, che fallisce proprio nella gara ultima, determinante, diventa cosi, da sconfitto, il simbolo di un «limite umano» insuperabile quando bisogna soppesare tutte le componenti di un gioco che è elementare ma strategico, frutto di sforzi singoli ma anche di astuto equilibrio collettivo. Germania, Olanda, Polonia in fila nella graduatoria della Coppa Fifa onorano e legittimano un «mondiale», ma l’allineamento è così preciso da destare un minimo dubbio, suggerito non da superflui machiavellismi ma da una realistica valutazione delle forze in gioco. L’allegria psicofisica olandese ha dato molto e ricavato poco (se si può chiamar «poco» un secondo posto in tanta competizione), l’armonia polacca ha ricevuto una laurea degnissima, forse meritevole di qualche alloro in più. La compattezza tedesca, tradizionale, esperta, confortata dalle arie casalinghe (certi fischi creano sollecitazioni, non angoscia) ha certo «capitalizzato» i vantaggi di chi sta con i piedi per terra, e terra sua. Sembra quasi un assurdo che la squadra invitta, cioè la Scozia, debba uscire dai «mondiali» prima ancora che inizi il girone delle semifinali e chi invece patì una sconfitta, cioè la Germania Federale (ad opera della DDR) possa poi vincere il titolo, appaiando nel punteggio, e solo «in extremis», la Polonia giunta terza. Ma a formula imposta si può guardare in bocca solo tardivamente. E così la Germania, che forse non avrebbe resistito alla «prima» Olanda, che cedette (alcuni non tacciono, per sofisma o per realismo, il sospetto della premeditazione) alla DDR, si trova in finale con la «seconda» Olanda, che ha speso molto, vede il suo falco Cruyff alla ricerca della posizione, nervoso e bistrattato dall’arbitro. La più cruda, ma anche più veridica sentenza su questo stesso Cruyff l’ha avuta, domenica notte, un finissimo intenditore di calcio, un fiutatore da panchina. E suona: «Il signor Taylor ha calcisticamente castrato Cruyff ». Ciò non toglie che, all’ultimo agone, la Germania si è schierata per la sua miglior partita e l’Olanda per la sua prestazione più mediocre. Il due a uno della finale risulta quindi fatato, congiura degli dei maligni e demerito dei disinvolti e guasconi olandesi. Ma per avanzare in un bilancio che sarà lungo, che durerà anni nelle sue esemplificazioni, dobbiamo aggiungere questo: ha vinto il football globale, quello che non si basa su «specialisti» ma nasce da gente che copre e attacca, difende e si proietta in avanti, crea e contrasta e torna a creare. Ha vinto e in identica misura denunciato quanto «costa» ad ogni suo interprete, che professionalmente abbisogna di applicazioni quasi mostruose. Chi ritiene di poter esercitare un mestiere così duro allenandosi un’ora e mezzo al giorno è infatti tornato a casa assai prima della fine. Lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, pur essendo partiti fiduciosi. Non c’è «mondiale» che si possa percorrere (prima ancora di vincerlo) se non si fa massa, se il clan non funziona, se le beghe disturbano e lacerano quel gruppo d’uomini obbligati a convivere per un mese insieme avendo come obbiettivo un’usura nervosa micidiale, non soltanto la pecunia. Germania e Olanda e Polonia, fatti fuori gli elementi di rottura, da un Netzer a un Keizer, sono andate avanti. Argentina, Brasile e Italia, scardinati e disfatti ma più che altro litigiosi, sono spariti appena è venuta a mancare la briciola indispensabile di fortuna. Di questo «mondiale» stanno già impadronendosi, e giustamente, le statistiche: di un Beckenbauer che è cresciuto proporzionalmente alla rinuncia del «tocco in più» (esemplari le sue partite con Polonia e Olanda) ci si accorge che è ormai al terzo concorso, pur avendo soltanto (o troppi?) ventott’anni. Per il ventisettenne Cruyff il palcoscenico è stato solo questo, non si può ancora ipotizzare se lo rivedremo tra quattro anni. Il calcio, gran macinatore di genti, certe volte irride ai suoi eroi più dotati, quasi volendoli punire per l’eccesso di doni versatigli negli stinchi dalla natura, madre e matrigna. Se non sappiamo leggere nel libro del decimo mondiale anche questi occulti insegnamenti, allora ci si abbandoni al tifo e ai libri d’oro. Ma li troverete numeri, non creature, quelle che adesso piangono o ridono, pur essendo stracariche di svanziche, per aver perso o vinto o sbagliato l’avventura di Coppa.