Giovanni Koetting: Confesso che ho segnato

Nella cartolina ufficiale della Juve 84-85, una di quelle foto di classe dove si fa “cheese” strizzando gli occhi controsole, Giovanni Koetting sta dritto in seconda fila. Il caschetto di capelli biondi e l’aria vagamente fiera spuntano all’incirca fra le costole di Platini e il gomito di Cabrini, più alti di lui, in terza fila.

«Adesso sono ancora biondo, ho qualche capello in meno e qualche chilo in più» sorride Giovanni e lo fa per cortesia. «Se pensa all’attacco della Juve nei primi anni Ottanta, si rende conto anche lei che era difficile trovare spazio. Adesso magari, con tutte le partite che ci sono da giocare, sarebbe più facile».

Il sorriso sfuma in qualcos’altro, forse. Normale dissolvenza, chiamiamolo pure rimpianto. È quando si fa “puff” e si sparisce di botto dal palcoscenico dopo l’ultimo inchino alla platea che la faccenda diviene meno normale e, crediamo, meno umanamente gestibile.

La cometa lascia dietro una polvere di luce, una meteora no, passa e va a viaggiare nel buio dall’altra parte del cielo. Una buona domanda: perché qualche volta le stelle-stelline si spengono e diventano sassi?

Centrocampista di buoni mezzi tecnici e ottime virtù caratteriali, un rincalzo ideale, fedele alla causa come può esserlo uno che è nato quasi attaccato a Torino ed è cresciuto nelle giovanili bianconere. Nell’84-85, Koetting giocava la sua terza stagione consecutiva alla Juve, la migliore, con sette presenze: «Davo il mio apporto, facevo gruppo». Aveva 22 armi e già un discreto passato con l’Udinese in A, la Spal in B e 26 caps nella Nazionale Juniores.

Poi che succede al ragazzo di Issiglio Canavese, un posto verdissimo di quattrocento anime serene? «Eh, ho smesso di giocare a calcio, dopo otto anni. Alla fine del campionato, nell’85, sapevo di essere andato bene e ho chiesto alla Juve di venir ceduto. Hanno incassato un miliardo e mi hanno dirottato all’Ancona».

Una cifra da media fascia. La Juve fa cassa, Giovanni fa il suo debutto in C1: «Il primo anno mediocre, il secondo sono andato forte. Avanzo una proposta: mettetemi sul mercato. Non mi trovavo bene con la società, soprattutto avevo dei problemi familiari e volevo tornare vicino a casa. A un certo punto l’ho detto chiaro: se non mi date in prestito a una squadra del Piemonte, vado a giocare nei Dilettanti. L’Ancona mi propone per un miliardo alla Pro Vercelli che risponde: “Con quei soldi lì ci facciamo una squadra intera”. E io prendo e vado nell’inter-regionale con l’Ivrea. L’anno dopo, è l’88, l’Ancona vuole girarmi allo Spezia. Va bene, ci sto. Chiedo un contratto di due anni e allo Spezia rispondono: “Ci dobbiamo pensare”. Ecco, ci stanno ancora pensando».

Un diploma di ragioniere indica la svolta: in banca. Una bella carriera a Ivrea, il ritorno a Issiglio. Tranquillo. «Chiaro: è un altro mondo.
Non ho guadagnato abbastanza col calcio da vivere di rendita, comunque anche da bancario ho dimostrato di essere capace. Non sapevo tirare solo calci e l’ho fatto vedere
». La storia esterna, pubblica, potrebbe chiudersi qui. Una bella istantanea classica con la moglie Rosella e i figli, Martina e Carlo, tanti parenti della tribù Koetting a portata di voce («il cognome è fiammingo, mio nonno è venuto nel Canavese dal Belgio»).

C’è una storia interna, però. Qualcosa in filigrana si legge, oltre la siepe del riserbo pedemontano. Come una minuscola cattiva spina che fa sentire sempre sotto esame in un mondo grande, dove tanti sfrecciano a mille o sanno mettersi sotto il riflettore migliore e molti di più non superano i limiti di velocità perché son nati cosi. Chi è quello biondo coi capelli lisci? Ordinato, disciplinato e buono. Nel calcio può essere una fregatura.

«Nostalgia? Tutte le mie scelte le ho portate avanti convinto e nella vita sono realizzato. Certo, potevo fare di più… Nelle Nazionali giovanili c’ero sempre, ero quotato, ho vinto il campionato Primavera con l’Udinese: contro la Roma ho segnato il gol decisivo in finale e mi hanno scritto anni dopo da Udine per ringraziarmi. Sono emozioni bellissime. Come quando ho esordito in Serie A».

In rete contro la Roma. finale del campionato Primavera 1980/81

Quattordici settembre 1980, Udinese-Inter 0-4. «A diciotto anni. O quella volta che siamo andati in trasferta in Austria con la Nazionale Juniores e uno del mio paese, che era emigrato lì e aveva aperto una gelateria a Vienna, a fine partita mi ha chiesto la maglia. Nel ’79 con la Juniores abbiamo incontrato l’Olanda di Koeman, Rijkaard, Kieft e abbiamo vinto 3-0. Ho fatto gol. In quel tempo ero felice al cento per cento. Dopo, nella Juve, lo ero solo al trenta per cento. Eppure avevo dimostrato di essere forte, a centrocampo. Mai cambiato ruolo, non mi piaceva giocare con le spalle alla porta».

Quella Juve sarà ancora più lontana. «Mi sento con qualcuno, ogni tanto una partita con le vecchie glorie la vado a fare. Si ricordano di me. Però non sono rapporti profondi. Ho frequentato Marocchino, che ha allenato qui vicino, a Castellamonte, e Storgato, che ha allenato a Ivrea».
Giovanni dalle bande bianconere. Un nome rimasto caro ai malati di Vecchia Signora. «Ho vinto nell’84 la Coppa delle Coppe, ho giocato in Coppa Campioni. In Coppa Italia col Milan sono andato alla grande». Come sarà avere vent’anni ed essere felici al trenta per cento? «Nell’85 con me la Juve ci ha guadagnato. Ma guardi che sono rimasto juventino».

Intervista rilasciata ad Andrea Aloi - originariamente apparsa sul Guerin Sportivo
Juventus-Udinese 3-2, aprile 1985. All’86 la terza rete è di Koetting, l’unica in serie A