Gli Stadi della memoria

IL FILADELFIA DI TORINO

II campo dei miracoli

Lo stadio che ospitò le imprese di Valentino Mazzola e del Grande Torino resta il luogo sacro del tifo granata, anche oggi che è stato demolito. Il sogno è di riportarlo a nuova vita

La tromba di Bormida, il capostazione, e le maniche di Valentino Mazzola, il capitano. Se è vero che le leggende si alimentano anche di piccole cose, quella del Grande Torino e del suo tempio, il Filadelfia, ha i colori vivaci delle immagini semplici. Dicono quelli che hanno potuto respirare l’aria elettrica del Filadelfia che la magia stava tutta in un quarto d’ora: la gente arrivava per tempo, si sistemava sulle gradinate spartane della “Fossa dei Leoni” e aspettava. Aspettava il quarto d’ora del Grande Toro, miracolo seriale, sacrificio inevitabile dei malcapitati avversari. Due lampi preannunciavano la tempesta: prima il capostazione suonava la carica mentre il mormorio dei trentamila si trasformava in silenzio d’attesa. Poi il capitano si rimboccava le maniche.

E allora capivano tutti: i giocatori granata, che cambiavano pelle. Gli avversari, che mandavano giù e si preparavano al peggio. I tifosi, che pregustavano il gran sabba. Tra il 31 gennaio 1943 (Torino-Juventus 2-0) e il 23 ottobre 1949 (Torino-Milan 3-2) il Toro giocò al Filadelfia 88 partite di campionato: ne vinse 78, ne pareggiò 10. Non perse mai. E quando arrivò la prima sconfitta, la squadra dei record non c’era più, cancellata di colpo nella più straziante tragedia che lo sport italiano ricordi: il disastro aereo di Superga.

Il Filadelfia e il Grande Torino sono stati una cosa sola: non a caso il tempio non è sopravvissuto più di un decennio alla scomparsa dei suoi sommi sacerdoti. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola: l’invincibile squadra dei cinque scudetti era anche l’anima della Nazionale. Dopo la loro morte, anche la tromba del Filadelfia tacque per sempre.

La storia era cominciata il 17 ottobre 1926. Per il match contro la Fortitudo Roma il Toro si trasferisce dal campo di Corso Sebastopoli al nuovo stadio, costruito a tempo di record (poco meno di un anno) per iniziativa dell’allora presidente, Marone, anche per rispondere alla Juve che da quattro anni si era stabilita nel nuovo impianto di Corso Marsiglia. Il progetto dell’ingegner Gamba era innovativo: nasceva uno stadio esclusivamente dedicato al calcio, con le tribune incollate al rettangolo di gioco. Capienza: 35.000 spettatori. Il nuovo stadio porta decisamente bene: la prima stagione disputata al Filadelfia si chiude col Torino campione d’Italia per la prima volta nella sua storia. Titolo revocato, però: lo scandalo Allemandi annulla il trionfo e costringe i granata a concedere il bis. Al termine della stagione ’27-28 il Toro è ancora lassù e stavolta lo scudetto è assolutamente regolare.

La Nazionale sbarca per la prima volta al Filadelfia il 17 aprile 1927 per un’amichevole col Portogallo (3-1), ma il match memorabile è un altro: 13 dicembre 1931, di fronte Italia e Ungheria in una gara valida per la Coppa Internazionale, una specie di campionato europeo dell’epoca. C’è un solo torinista in campo (Li-bonatti) e ben sei juventini. Poco male: per una volta la buona stella del Filadelfia assiste anche i cugini. Apre proprio Libonatti, ma a inizio ripresa pareggia l’ungherese Avar. Passano tre minuti appena e Orsi fa 2-1, ma non basta, perché quel diavolo di Avar trova ancora il gol del pari. 2-2: finisce così? Sembrerebbe, visto che ormai il cronometro fa novanta. Ma è qui che si colloca un’impresa destinata a passare dai campi da calcio alla galleria dei luoghi comuni. Proprio al 90′ lo juventino Renato Cesarini trova il gol della vittoria. Da allora tutti le reti in extremis saranno segnate in “zona Cesarini”.

Dieci anni dopo il Filadelfia sarebbe diventato la Fossa dei Leoni, quei leoni granata che dominarono l’Italia del pallone tra il 1943 e il 1949. Poi, di colpo, si spense la luce, sul Torino e, lentamente, anche sul Filadelfia. Nel 1959 i granata scivolarono addirittura in Serie B: troppo per il campo dei trionfi. Che vide l’ultima partita il 5 giugno 1960 (Torino-Modena 3-1), prima di avviarsi a un lento e malinconico disfacimento. Nel 1997 le ruspe hanno demolito gran parte delle tribune e da allora i torinesi aspettano che il Filadelfia risorga per essere la tana dei leoni di domani. Non era, non sarà mai un campo qualsiasi.

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