Il Napoli di Maradona

L’accoglienza messianica, i trionfi, le polemiche, il crollo: storia di sette stagioni davvero indimenticabili

Il giorno dell’apparizione è il 5 luglio 1984. Il luogo, lo stadio San Paolo. Non c’è una partita nell’immenso catino stracolmo. C’è un omino che palleggia da solo, tra gli “oh” della folla. Quell’omino è Diego Armando Maradona, di anni ventiquattro. Maradona il fuoriclasse, Maradona l’eroe, Maradona il santo patrono. Non ha ancora fatto nulla per il Napoli, Dieguito. Palleggia, semplicemente, come ha imparato a fare nelle vie di Baires da bambino, come faceva durante gli allenamenti dell’Argentinos Juniors, divertendo i compagni estasiati.

Anzi: Maradona approda al Napoli dopo una stagione difficile. Al Barcellona è stato bloccato prima da una epatite, poi dall’intervento assassino di un terzino basco che gli ha sfasciato una caviglia. Ferlaino, che per assicurarselo ha dovuto sborsare dodici miliardi e mezzo, si ritrova per le mani un genio incompreso, un talento ancora non compiutamente espresso. Eppure la folla del San Paolo sembra aver capito: a Napoli da poche ore, Diego ha già i suoi fedeli.

Il capolavoro di Bianchi

L’impatto di Maradona col campionato italiano è decisamente buono. Ma i suoi 14 gol non cambiano volto a un Napoli che, nonostante gli innesti di Bagni e dell’ala argentina Bertoni, non riesce ad andare oltre l’ottavo posto. Per migliorare Ferlaino si affida – estate dell’85 – a Italo Allodi, dirigente che sul mercato ha pochi rivali. Prima mossa: in panchina, al posto di Rino Marchesi, finisce l’emergente Ottavio Bianchi, che ha appena condotto alla salvezza il Como.

La squadra che gli viene affidata ha una spina dorsale nuova di zecca: in porta c’è Garella, fresco campione d’Italia col Verona; in regia spazio a Eraldo Pecci e, in attacco, ecco finalmente il centravanti che mancava: l’ex bandiera della Lazio Bruno Giordano. L’obiettivo è palese, ma sulla strada degli azzurri c’è una Juve quasi imbattibile, che a metà stagione (‘85-86) si è già ritagliata sei punti di vantaggio.
Servono ulteriori rinforzi, chiaro. Così l’attacco viene completato con l’inserimento di Andrea Carnevale, che si era distinto nell’Udinese, e il centrocampo col giovane cursore Nando De Napoli. Nell’ottobre dcll’86, a campionato già iniziato, l’ultimo tassello: dalla Triestina arriva il playmaker Francesco Romano.

Che sia la volta buona? Un segnale positivo giunge già alla nona giornata: al San Paolo Napoli e Juve, appaiate in cima alla classifica, si giocano il primato. Segna Laudrup, ma a un quarto d’ora dalla fine Ferrario e Giordano ribaltano il risultato in un minuto. Al 90’ Volpecina segna addirittura il 3-1 e il Napoli vola. Campione d’inverno con due punti di vantaggio sull’Inter, arriverà ad averne cinque, in parte dilapidati con una sciagurata sconfitta interna (0-3) per mano del Verona. A due giornate dalla fine Napoli 40 e Inter 37: al San Paolo c’è NapoliFiorentina. La città si paralizza, i bagarini si arricchiscono e poco importa se un giovanissimo Baggio pareggia il gol iniziale di Carnevale: la sconfitta dell’Inter a Bergamo regala al Napoli il primo scudetto della sua storia.

Arsenico e vecchi sospetti

Con qualche opportuno ritocco – Francini e soprattutto il centravanti della Nazionale brasiliana Careca – e con un Maradona stellare ormai perfettamente calato nei meccanismi del calcio italiano, all’avvio della stagione ’87-88 il Napoli è la squadra da battere. Pronostici rispettati: campioni d’inverno con tre punti di vantaggio sul Milan, a cinque giornate dalla fine gli azzurri possono amministrare un margine di quattro lunghezze. Solo un incredibile crollo potrebbe sottrarre al Napoli uno scudetto già vinto. Appunto.

17 aprile 1988, venteseiesima giornata, JuveNapoli. I bianconeri, che annaspano nelle posizioni di rincalzo non attraversano un buon momento. Gli azzurri però svaniscono nel nulla: segnano Cabrini, Rush e De Agostini prima dell’inutile golletto di Careca. Il Milan è a meno due e arriva addirittura a meno uno alla vigilia dello scontro diretto del San Paolo, alla penultima. Basterebbe un pari per mantenere il primato, ma è chiaro che il Napoli è ormai sgonfio. Maradona al 45’ pareggia il gol iniziale di Virdis, poi il Milan dilaga (ancora Virdis e poi Van Basten) e a nulla serve il 2-3 di Careca. La titanica impresa di perdere uno scudetto già vinto è perfettamente riuscita.

Inevitabile: un finale del genere richiede una spiegazione. I giocatori al massimo possono offrire in pasto ai tifosi un capro espiatorio: Bianchi. L’11 maggio con un comunicato ufficiale accusano l’allenatore, con cui «il rapporto non è mai esistito». L’interessato tace, la società replica duramente, costringendo i reprobi ad un imbarazzato dietrofront. Nella guerra di bande, la società ha fatto una scelta precisa: a fine campionato Bianchi viene confermato, mentre vengono allontanati i presunti cospiratori: Garella, Ferrario, Bagni e Giordano. Bastano i veleni dello spogliatoio a spiegare il crollo? La vicenda resta poco chiara: di lì a poco il Mattino rivela che gli allibratori clandestini avevano previsto la debacle azzurra con quattro mesi d’anticipo. Sospetti infamanti che da allora continueranno a pesare su una stagione maledetta.

Dolce Stoccarda

La vicenda lascia il segno: la stagione ‘88-89 è quella dei primi tormenti di Dieguito (capocannoniere l’anno precedente con 15 gol). Questione di mal di schiena? Fino a un certo punto. I problemi di Maradona sono ben più gravi: da un lato la causa giudiziaria di Cristiana Sinagra per il riconoscimento di un figlio (Diego Junior), dall’altro i primi guai legati alla cocaina e ai suoi poco raccomandabili fornitori.

Diego gioca a intermittenza e comincia a guardarsi intorno: in polemica con Bianchi, chiede addirittura di essere ceduto («Voglio andare al Barca»), Per fortuna c’è Careca (19 gol), che vive una stagione sontuosa e tiene in quota il Napoli. Per mantenere il ritmo dell’Inter, però, il brasiliano non basta: il Napoli è secondo, ma si consola in Europa. Eliminato l’anno precedente al primo turno di Coppa dei Campioni (contro il Real Madrid), proprio nell’89 vince il suo primo trofeo internazionale. In Uefa, dopo aver fatto fuori la Juve con una strepitosa rimonta (0-2 fuori, 3-0 in casa), batte in finale lo Stoccarda: 2-1 a Napoli, 3-3 in Germania.

Potrebbe essere un nuovo inizio, pensano un po’ tutti. Ma Maradona è ormai un campione ingovernabile: in estate, dopo che la società ha sostituito l’inviso Bianchi col più abbordabile Bigon, parte per le vacanze e non si decide a tornare. Stavolta chiede di essere ceduto all’Olympique Marsiglia, mentre da Napoli, con Ferlaino chiuso in un inspiegabile silenzio, è Luciano Moggi, arrivato nell’87, a fare da mediatore.

La moneta dello scandalo

Eppure, nonostante tutto, il Napoli parte forte: a metà stagione gli azzurri sono campioni d’inverno, ma escono dall’Uefa dopo una tremenda batosta col Werder Brema (1-5). In campionato si ripete un film già visto: il nemico numero uno è ancora il Milan. Lo scontro diretto alla ventiquattresima col Napoli avanti di due punti: a San Siro stravincono (3-0) i rossoneri, che nel giro di due settimane effettuano il sorpasso. E la solita storia? Non proprio: perché stavolta il Napoli non molla, anche se il Milan mantiene la testa. Almeno fino alla quartultima, quando succede l’impensabile.

A Bologna il Milan è in difficoltà: i rossoblù passano ma l’arbitro Lanese non si accorge che il tiro di Marronaro ha varcato la linea di porta di almeno trenta centimetri. Finisce 0-0. A Bergamo, anche il Napoli non va oltre il pari, ma a dieci minuti dalla fine una monetina colpisce Alemao. Il brasiliano non sembra aver riportato gravi danni, ma dopo l’intervento del massaggiatore Carmando abbandona il campo. Scoppia il finimondo: una ripresa televisiva mostra Carmando fare cenno ad Alemao di starsene a terra, lo stesso giocatore in seguito confesserà di aver obbedito alla “ragion di stato”, ma intanto il giudice sportivo non può far altro che assegnare il 2-0 al Napoli.

Stavolta è il Milan ad afflosciarsi: succede sul campo stregato di Verona alla penultima, nel giorno in cui il Napoli dilaga a Bologna (4-2), vendicando la rimonta di tre anni prima. Gli azzurri sono per la seconda volta campioni d’Italia, la festa esplode e per un momento sembra che anche i guai di Re Diego possano essere dimenticati. Un’illusione.

L’avvio esplosivo della stagione successiva (5-1 alla Juve nella Supercoppa Italiana) non è il prologo ad altri trionfi: in campionato la squadra stenta, Bigon fatica a ritrovare gli equilibri della passata stagione e Maradona, umiliato e offeso dai fischi dell’Olimpico prima della finale mondiale, ha perso tutto il suo entusiasmo.

L’ultima goccia il 17 marzo 1991, quando Dieguito, dopo NapoliBari viene trovato positivo al controllo antidoping. La sua dipendenza dalla cocaina diviene di dominio pubblico e lui non trova altra soluzione che la fuga. Il 2 aprile vola a Buenos Aires, dove pochi giorni dopo verrà addirittura arrestato, perché trovato in possesso di mezzo chilo di polvere bianca. La leggenda del Pibe de Oro (188 partite col Napoli, 81 gol) finisce nella maniera peggiore.

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