Il rigore di Brandi Chastain

L’americana contribuì a far crescere il calcio femminile in un momento in cui era ancora poco considerato e osteggiato da molti. La sua celebrazione rappresentò non solo la gioia di una vittoria sportiva, ma anche l’affermazione di una donna forte e orgogliosa di sé.

Era il 10 luglio 1999, e la finale della Coppa del Mondo femminile FIFA si giocava allo stadio Rose Bowl di Pasadena, in California. Sul prato verde, gli Stati Uniti e la Cina si affrontavano in un’epica battaglia che avrebbe scritto una pagina memorabile nella storia del calcio femminile. Dopo 120 minuti di gioco intenso, senza reti, tutto si decise ai calci di rigore. Ed è qui che entra in scena la protagonista di questa storia: Brandi Chastain, difensore della nazionale statunitense. Con il cuore in gola e la determinazione che solo le grandi campionesse possiedono, Brandi si avvicinò al dischetto, pronta a calciare il rigore decisivo.

L’allenatore Tony DiCicco e le sue compagne di squadra la incitavano dalla panchina, fiduciosi nelle sue capacità. Di fronte a lei, 90.000 spettatori trattennero il respiro, in attesa del momento cruciale.

Brandi prese la rincorsa e colpì la palla con forza e precisione. La sfera volò verso l’angolo alto a destra della porta, dove le mani del portiere cinese Han Wenxia non poterono arrivare. Gol, vittoria, gloria. Ma non solo.

In quel momento, Brandi compì un gesto che divenne iconico e controverso allo stesso tempo. Si tolse la maglia bianca con il numero 6 e la lanciò in aria, esultando. Cadde in ginocchio sul terreno, mostrando il suo reggiseno sportivo nero e i suoi muscoli scolpiti. Era un’esplosione di emozione pura e sincera, che celebrava il trionfo della sua squadra e la realizzazione del suo sogno.

Quell’immagine di Brandi Chastain in ginocchio fece il giro del mondo, suscitando ammirazione, stupore e anche polemiche. Mentre per i calciatori uomini togliersi la maglia è una pratica comune e accettata, per lei, donna, fu considerato un atto eccessivo e provocatorio.

Ma Brandi non si lasciò intimidire dalle critiche. Rivendicò il diritto di esprimere la sua gioia e il suo orgoglio per aver realizzato un sogno sportivo. Dimostrò così che le donne possono essere libere e forti anche in un campo di calcio, uno sport dominato da una mentalità maschilista e patriarcale.

Il suo gesto simbolico rappresentò lo spirito di emancipazione delle donne che sfidano le convenzioni e le discriminazioni in uno sport globale come il calcio, praticato ufficialmente da più di 200 nazioni. Celebrò, con il suo corpo e la sua anima, un momento irripetibile e indimenticabile.

Ma chi è veramente questa donna che ha cambiato per sempre il volto del calcio femminile?

Nata il 21 luglio 1968 a San Jose, in California, Brandi Chastain scopre la passione per il calcio a otto anni, ispirata dal genio di George Best, il fuoriclasse nordirlandese che giocava per i San Jose Earthquakes negli anni ’80. Fin da bambina, Brandi sognava di emularlo.

La sua carriera calcistica iniziò all’Università della California-Berkeley nel 1986, dove si distinse come matricola nazionale dell’anno di Soccer America. Nonostante alcuni infortuni la tennero lontana dal campo per quasi due stagioni, Brandi si riprese alla grande, vincendo il premio di giocatrice americana dell’anno nel 1990.

Nel frattempo, nel 1988 debuttò con la nazionale femminile degli Stati Uniti e si guadagnò un posto nella rosa per la prima edizione della Coppa del Mondo femminile FIFA nel 1991, vinta proprio dalle americane. In una partita di qualificazione contro il Messico, Brandi stabilì un record nazionale riuscendo a segnare cinque gol da subentrata.

Nel 1993, lasciò momentaneamente la nazionale per andare a giocare in Giappone, dove venne eletta Most Valuable Player (MVP), prima straniera a ricevere questo riconoscimento. Tornata in patria, l’allenatore Tony DiCicco la richiamò subito in squadra, ma con un ruolo diverso: da attaccante retrocesse a difensore.

Brandi accettò la sfida e si adattò alla nuova posizione, diventando un terzino destro affidabile e talentuoso. Con la maglia della nazionale vinse il torneo olimpico femminile del 1996 e si classificò terza nella Coppa dell’Algarve del 1998.

Ma il momento più glorioso della sua carriera arrivò il 10 luglio 1999, quando calciò il rigore che consegnò agli Stati Uniti la vittoria sulla Cina nella finale della Coppa del Mondo femminile FIFA al Rose Bowl di Pasadena, davanti a 90.000 spettatori.

Brandi Chastain contribuì a far crescere il calcio femminile in un momento in cui era ancora poco considerato e osteggiato da molti. La sua celebrazione rappresentò non solo la gioia di una vittoria sportiva, ma anche l’affermazione di una donna forte e orgogliosa di sé.

Oggi, a distanza di anni, il gesto di Brandi Chastain continua a essere un simbolo potente di emancipazione e di lotta contro le discriminazioni di genere nello sport. Nel frattempo il calcio femminile ha conquistato in questi anni il mondo con le sue gesta, ma deve ancora raggiungere il livello del calcio maschile.

Alcune società più avanzate, come quelle scandinave, hanno accolto con entusiasmo il calcio femminile, ma altre continuano a ostacolarlo e a considerarlo una prerogativa maschile. La stessa FIFA aveva imposto il divieto di indossare l’hijab sul campo, impedendo alle donne dei paesi mediorientali di partecipare alle competizioni, e solo recentemente questo divieto è stato abolito.

L’uguaglianza è ancora una chimera irraggiungibile. La FIFA è una potenza economica, ma non garantisce parità di salario, opportunità, visibilità, rispetto e riconoscimento alle atlete.

Eppure, nonostante le sfide e le barriere, il calcio femminile continua a crescere e a ispirare giovani donne in tutto il mondo. Il rigore di Brandi Chastain ha segnato una svolta storica, aprendo la strada a un futuro in cui le calciatrici possano essere celebrate e rispettate allo stesso modo dei loro colleghi uomini.